Sul trattato di Medard Kehl E Dio vide che era cosa buona ho scritto una nota in questo blog. Ora leggo questo libretto Creazione (Schöpfung. Warum es uns gibt, 2010, trad. it. di V. Maraldi, Queriniana 2012). Qui non c’è lo stile paludato e accademico del trattato, si tratta di divulgazione ben fatta: tanto che da essa più facilmente e nettamente emergono le idee del teologo. Non è un testo del creazionismo volgare, Kehl sul piano scientifico accetta la teoria dell’evoluzione, e scruta a fondo le implicazioni problematiche di questa accettazione. Mi piace molto l’insistenza sul concetto del peccato originale come rifiuto dell’umano di accettare i limiti dell’esistenza, la propria buona finitudine (ovvero come brama di infinito: qui in molti cattolici c’è qualche equivoco) (p.73), e l’enfasi sull’autonomia della creazione e della creatura, senza la quale non vi sarebbe libertà (pp. 100 e sgg). Ai miei occhi, tuttavia, si ripresenta sempre una questione: la creazione di cui scrive Kehl, affidata alla responsabilità dell’uomo e compromessa dal suo peccato, sembra coincidere con la Terra. Forse è possibile accettare la visione dell’Universo prospettata dalla fisica moderna e continuare a pensare l’universo degli uomini nei limiti del nostro sistema solare? E le infinite stelle, galassie e mondi? Continua a leggere
LIBRI
I demoni del deserto
Non sa dare un senso a ciò che accade intorno a lei, anche quando la coinvolge direttamente e drammaticamente, come il terremoto e il rapimento, la piccola Hakimè del romanzo di Bijan Zarmandili I demoni del deserto (Nottetempo 2011). È autistica e indifesa, e la sua bellezza la espone al pericolo. Il romanzo di Zarmandili è ambientato nell’Iran di oggi, negli anni 2003 – 2004, dopo il terremoto che distrusse la storica città di Bam. Là vivevano il protagonista, il vecchio insegnante Agha Soltani, e i suoi figli. Tutta la famiglia muore nel terremoto, si salvano solo il protagonista e la nipote autistica. Questo non è, tuttavia, un romanzo sull’autismo, ma sulla sventura, il male e la solidarietà. Qualcosa rimanda al libro di Giobbe, anche se qui la fede non subisce interrogazioni radicali come nel testo biblico. Nella piccola odissea che segue il terremoto, il nonno e la nipote sperimentano tutto il bene e tutto il male di cui sono capaci gli umani. Incontrano persone capaci di aiuto disinteressato e persone per cui esseri umani sono soltanto merce. L’amicizia e la compassione, ma anche il tradimento, la corruzione e la brama di denaro che non impestano l’Oriente meno dell’Occidente.
Fashionable Nonsense
Uscì nel 1998 questo libro di Alan Sokal e Jean Bricmont, due fisici, che reca come sottotitolo Postmodern Intellectuals’ Abuse of Science (Ed. Picador, New York). Essendo io culturalmente alquanto misogallo, godo pazzamente nel leggere tutte le assurdità scientifiche contenute nelle opere di Julia Kristeva, Luce Irigaray, Bruno Latour, Jan Baudrillard, Gilles Deleuze & Félix Guattari, Paul Virilio, e soprattutto in quelle del da me odiatissimo Jacques Lacan. Tutti costoro nei loro libri fanno sovente riferimento a concetti scientifici, con l’aria saperne molto, facendo credere al lettore di conoscere a fondo fisica, chimica, biologia, ecc., ma in realtà non ne capiscono un’acca, o quasi, sono dei semplici orecchianti. Ne consegue che non sono onesti, soprattutto non lo è Lacan, come io so bene, avendone conosciuto discepoli italiani gravitanti nell’area verdiglionesca di Spirali. Continua a leggere
La sesta stagione
Carlo Pedini è un musicista (qui un suo pezzo). Nato nel 1956, pubblica ora il suo primo romanzo, La sesta stagione (Cavallo di Ferro 2012). E che romanzo: sono quasi settecento pagine, una partitura gigantesca, una storia che si snoda dal 1934 al 1985. Ed è anche un romanzo coraggioso, perché La sesta stagione si svolge in ambiente ecclesiastico, i personaggi sono quasi tutti preti e vescovi, alcuni dei quali sono anche storicamente reali, come Lorenzo Perosi, Carlo Ragghianti o Riccardo Lombardi. I personaggi sono una folla, ma alcuni hanno un ruolo decisivo, e sono anzitutto i due vescovi che si succedono con due lunghi governi della diocesi, il primo conservatore e legato al fascismo, il secondo aperto e giovanneo; ma soprattutto due preti, don Ottavio, reazionario ma in realtà del tutto privo di fede, e don Oreste, progressista e musicista (certo vicino a Pedini stesso). La storia è quella della diocesi di Civita Turrita, un’immaginaria cittadina toscana, dal tempo del fascismo trionfante e del compromesso tra Chiesa e Regime, attraverso gli anni delle speranze conciliari e delle sucessive delusioni, in un intreccio di vicende religiose e politico-sociali che portano al riflusso e alla lunga epoca della normalizzazione wojtiliana. L’affresco dipinto da Pedini è in realtà quello della Chiesa italiana, e della sua crisi: il titolo del romanzo nasce da alcune parole attribuite a Paolo VI, «aspettavamo la primavera ed è arrivata la tempesta». Il papa si riferiva alle turbolenze che seguirono gli anni del Concilio, col Sessantotto e le contestazioni e le fratture anche all’interno della Chiesa. Se gli anni Settanta sono stati la Quinta Stagione, la Sesta è quella attuale dello svuotamento, dell’individualismo sfrenato, l’epoca in cui, come nelle ultime pagine dice don Oreste, prima delle grandi adunate giovanili, di cui il papa si compiace, nelle farmacie esplodono gli acquisti di preservativi. La Sesta Stagione è quella dell’agonia della Chiesa, che il Concilio è servito solo ad allungare e che potrà durare anche duecento anni… (p. 689).
Giovanni Paolo I
Al mio personale rapporto con Albino Luciani ho accennato qui. La bella biografia scritta da Marco Roncalli mi ha riportato ai primi anni Settanta, evocando persone conosciute ed episodi decisivi per la mia vita di cristiano. Il libro è documentato, oggettivo e rigoroso: esemplare nell’articolata e fine ricostruzione dei momenti fondamentali dell’esistenza di Luciani, un pastore tridentino con la passione dell’obbedienza, che avrebbe da ragazzo voluto entrare nella Compagnia di Gesù, e che si trovò ad essere vescovo, patriarca e papa. Notevole l’analisi degli anni trascorsi nella Chiesa veneziana, la parte migliore della quale ebbe con lui un rapporto difficilissimo. Nel libro di Roncalli compaio anch’io. Continua a leggere
La gioia di vivere
Leggo La gioia di vivere nella quarta edizione BUR del 2010. La joie de vivre (1884, trad. it. di P. Messori) è un romanzo la cui azione, che si distende nell’arco di anni, è concentrata in una famiglia borghese, l’unica famiglia borghese di Bonneville, un piccolo e malandato villaggio di pescatori sulla costa atlantica di Francia. Villaggio al cui confronto quello dei verghiani Malavoglia appare una città, villaggio abitato da pescatori così abietti che al loro confronto gli abitanti di Aci sono gran signori, anche moralmente. Zola qui però non esprime una critica sociale, ma sembra piuttosto applicare ad alcuni personaggi una lettura, forse affrettata, di Schopenhauer. Ennesima conferma del fatto che per la buona riuscita di un’opera letteraria non occorre una buona comprensione della filosofia che la ispira. Continua a leggere
La gloria degli altari
Il libro di Roberto Rusconi (Mondadori 2012) ha come sottotitolo I papi santi nella storia della Chiesa. La gloria degli altari è essenzialmente qui la gloria del papato, che dopo la fine del potere temporale (di cui si intravede ancora qualche residuo, tuttavia) tende sempre più all’autosantificazione. Il libro è interessante in quanto mette in luce la logica sottesa alla continua beatificazione di pontefici che si è attuata nell’ultimo secolo: si tratta della logica del rafforzamento del prestigio del papato. Una sfilza di papi santi rende infatti in ultima analisi santo il papato in quanto tale. Si tratta di una novità nella storia della Chiesa: a meno di non riandare ai secoli nebulosi delle persecuzioni imperiali prima di Costantino mai si videro tanti papi fatti beati e santi in rapida sequenza. Come questo possa essere in sintonia col Concilio Vaticano II è tutto da vedere. Personalmente ritengo che il papa polacco abbia tolto quasi ogni vigore alle riforme conciliari, e soprattutto abbia riempito i sommi gradi della Chiesa di spiriti deboli, la cui unica virtù è una supina obbedienza. Gli effetti si stanno vedendo in questi giorni. E penso che in seguito se ne vedranno di peggiori.
Mimesis and Science
Mimesis and Science, curato da Scott R. Garrels (Michigan State University Press 2011) reca come sottotitolo Empirical Research on Imitation and the Mimetic Theory of Culture and Religion. Questo testo, di estremo interesse per me, propone dunque un confronto tra la Teoria Mimetica di René Girard e le ultime acquisizioni della scienza sui processi imitativi negli umani e negli animali. Ne emergono un dialogo stimolante e un sostegno importante alla visione girardiana da parte della psicologia sperimentale e delle neuroscienze. Molto significativi sono, tra gli altri, gli scritti di Andrew Meltzoff, lo scopritore delle capacità imitative dei neonati che distrusse l’immagine del bambino come “naturalmente autistico”, e di Vittorio Gallese, il membro più famoso del team italiano che scoprì i neuroni specchio. Il supermimetismo come carattere distintivo della specie umana affermato da Girard trova conferma come realtà neurobiologica. Ugualmente, da esperimenti su bambini piccolissimi, trova conferma sperimentale il versante negativo-violento dell’imitazione postulato da Girard. Insomma, che noi umani siamo creature della mimesi, che il soggetto individuale autonomo su cui è costruita la psicologia classica non esista, che i nostri desideri siano sempre mediati da modelli, che la rivalità emerga già nella prima infanzia, tutto questo non è più solo teoria derivata dalla letteratura ma si sta radicando nell’evidenza scientifica. Ovviamente, il realista Girard ne è molto contento.
Sufficit
Sufficit, di Nino Vetri, Sellerio 2012. Delizioso libretto, di apparente semplicità. Il narrante ha una casa di campagna avita remota, da cui è irresistibilmente attratto, ove gode di una solitudine speciale, e di un rapporto molto sui generis col contadino Nino, controparte omonima vicina-lontana. Nulla di romantico nella natura intorno, quello che vi si respira è un senso di decrescita, un’assoluta non-azione. Il libretto si rivela molto più filosofico e problematico di quel che appare all’inizio della lettura, e la conclusione apre ad un vuoto che per molti lettori risulterà inatteso e inquietante.
Maxima-Minima
Come un cielo oscurato in cui balenano luci che possono illuminare o accecare: questo è il libretto Maxima-Minima di Ernst Jünger (Maxima-Minima. Adnoten zum «Arbeiter», 1964, trad. A. Iadicicco, Guanda 2012). Tre citazioni:
Sarà bene tener d’occhio il tipo di persecutore, non il genere di divisione tra i partiti. I partiti cambiano, la persecuzione rimane. La giustizia segue la politica come gli avvoltoi le campagne degli eserciti. Tutti sono coraggiosi rispetto a colui che giace al suolo. [p. 13] Continua a leggere
