La gioia di vivere

La gioia di vivere

Leggo  La gioia di vivere nella quarta edizione BUR del 2010. La joie de vivre (1884, trad. it. di P. Messori) è un romanzo la cui azione, che si distende nell’arco di anni, è concentrata in una famiglia borghese, l’unica famiglia borghese di Bonneville, un piccolo e malandato villaggio di pescatori sulla costa atlantica di Francia. Villaggio al cui confronto quello dei verghiani Malavoglia appare una città, villaggio abitato da pescatori così abietti che al loro confronto gli abitanti di Aci sono gran signori, anche moralmente. Zola qui però non esprime una critica sociale, ma sembra piuttosto applicare ad alcuni personaggi una lettura, forse affrettata, di Schopenhauer. Ennesima conferma del fatto che per la buona riuscita di un’opera letteraria non occorre una buona comprensione della filosofia che la ispira. Dei due personaggi principali, che sono i due poli dell’azione, uno è Lazare, una figura di inetto, che non sa indirizzare le energie che pur non gli mancano, e colleziona un fallimento dopo l’altro; il secondo è la ragazza Pauline, “mossa da quella carità attiva che della altrui felicità fa la sua personale esistenza” (p. 471). L’uno è ossessionato dall’idea della morte, propria e degli altri, dell’annullamento irrimediabile dell’io; l’altra si dimentica di sé e delle ragioni del proprio io mediante la pratica di una universale benevolenza. La malattia nel libro è una presenza costante, della quale Zola presenta naturalisticamente nei dettagli ogni manifestazione: anzitutto la gotta del padre di Lazare, poi la cardiopatia e l’edema della madre, la polmonite con infezione alla gola di Pauline stessa. E il parto difficilissimo di Louise, con le sue conseguenze. In generale, dominano le ragioni dei corpi, assoggettati ad un destino di morte, cui talvolta non conduce la malattia ma la stessa mano suicida dell’umano, che pone fine ad una condizione per esso insostenibile: come nel finale suicidio della domestica Véronique.

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5 thoughts on “La gioia di vivere

  1. Ciao prof. mi hai incuriosito non poco con questo libro. Non l’ho mai letto e stando alla tua recensione quel titolo mi sembra a dir poco obsoleto. Come può esserci gioia di vivere se quasi tutti i personaggi vivono nell’abiezxione morale e fisica che non da scampo e che in un caso porta pure al suicidio? L’unico personaggio positivo e Pauline da quel che mi dici ma anche lei non può trovare questa gioia solamente nel darsi benevolmente agli altri. Questo annullamento di se e del proprio bene non può portare gioia ma rassegnazione assoluta ad una vita che non ha sbocchi e che trova nell’infelicità che la circonda un modo per sublimare le mancanze d’amore o di cura. Probabilmente il mio giudizio a scatola chiusa è totalmente errato o azzardato ma pensando a Madre Teresa di Calcutta e avendo letto quanta sofferenza e disperazione le riempiva il cuore pur dandosi completamente per amore del Cristo a chi aveva bisogno di aiuto, da laica tendo a pensare che per dare amore un po si deve anche riceverne, almeno da chi volendo potrebbe dartelo. Buona serata, Franca

    1. A me il titolo pare ironico, e comunque molto adatto ad un romanzo che è davvero problematico: basta pensare che l’ultima battuta la pronuncia il padre di Lazare, malato dall’inizio della storia e ormai ridotto ad una carne deforme e dolorante, alla notizia che la domestica si è impiccata: “per ammazzarsi occorre essere matti!”

  2. presentazione interessantissima, è stato captato il punto chiave del romanzo, ossia la differenza di una vita vissuta pensando solo all’ Io (che, in fondo, non è niente in quanto destinato a finire) e un’altra vissuta non pensando al proprio Io, sentendosi come parte del tutto, parte dell’energia che rende saldo l’universo.

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