Margini e paraggi

Margini e paraggi. La filosofia dell'ultimo Novecento

Margini e paraggi, di Marco Baldino (Aracne 2012), è un denso libro di  128 pagine in cui i nodi fondamentali del pensiero occidentale dell’ultimo secolo vengono al pettine. Attraverso una serie di brevi capitoli sfilano Heidegger, Deleuze, Quinzio, Cacciari, Foucault, Agamben, Nancy, Negri, Althusser, Derrida, Kojève, Lévinas, Baudrillard, Lacoue-Labarthe: un po’ d’Italia e tantissima Francia, Baldino pensa essenzialmente in francese. Mi colpisce la presenza di Quinzio, che appare eterogeneo al massimo grado in un testo-contesto in cui il problema di fondo è la legittimazione della filosofia, ovvero quello della distinzione fondamentale tra il filosofico e il non filosofico, quello di una differenza che si è poi anche miseramente tradotta in quella tra chi può fregiarsi del titolo accademico di filosofo-studioso di filosofia e chi fuori dall’accademia non può. Ma lo stupore rientra subito: perché la differenza e il sacro stanno insieme, e Quinzio è un pensatore nella fine del sacro, o meglio nella sua eclissi. La filosofia professionale essendo ormai una vuota forma, Baldino percorre spezzoni del crinale pericolosissimo oltre il quale si apre l’abisso dell’indifferenziazione, col suo correlato: la illegittimità di ogni potere, di ogni istituzione, e di ogni discorso. Si tratta di un testo tragico, che apre lo sguardo sul nucleo della tragedia contemporanea, ove rilucono passi come questo che riguarda Baudrillard: «È dalla dialettica del singolare e dell’universale che nasce il terrore, nel momento esatto in cui un singolo (ad esempio Bin Laden) si alza e dice: eccomi autorizzato a ritenere che tutta l’umanità sia subornata dai falsi valori della democrazia, del mercato e del liberalismo… Tagliamo la testa all’America. Ebbene, chi autorizza Bin Laden? Questa è la forma del problema postmoderno che Baudrillard non ha saputo affrontare e, forse, nemmeno cogliere.» (p. 114) Non c’è dubbio che questo problema post-moderno visto dallo Jemen si presenti con altri colori, tuttavia per noi occidentali oggi questo è il problema: chi è legittimato e perché a porre la differenza e a generare la legittimità.

La cultura conta

La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio

La cultura conta (Culture Counts, 2007, trad. it. di S. Galli, Vita e Pensiero 2008) è un libro ottimista. Nonostante duri passaggi come questo: «Esistono tante culture quante civiltà, anche se è possibile appartenere a una civiltà e sapere poco o niente della sua cultura – e questa è la condizione attuale della maggior parte degli occidentali.» (p. 16) È un libro ottimista perché veicola la speranza che la cultura occidentale alta abbia in sé la capacità di sopravvivere all’attuale fase di annichilimento. Non sono convinto di condividere tale ottimismo. La critica scrutoniana delle derive di arte, filosofia, architettura, musica, ecc.  dell’ultimo secolo da un punto di vista seriamente conservatore sono per me una dolce musica. Io penso che vi sia molta libertà nel dire: le tendenze dominanti sono queste, ma non mi piacciono, per questa e quest’altra ragione. Le pagine che sento particolarmente mie sono quelle dedicate all’istruzione. Secondo Scruton, «è una delle superstizioni più profondamente radicate della nostra epoca che lo scopo dell’istruzione consista nell’apportare benefici a chi la riceve.» (p. 41) Mentre il vero insegnante non trasmette il sapere per il bene degli studenti, ma tratta gli studenti come fossero un bene per il sapere, perché ama appassionatamente il sapere, e la sua preoccupazione essenziale è affidarlo a menti che vivranno più a lungo della sua, affinché la catena delle generazioni in questo campo non si interrompa, e tutte ne possano godere. Questo è il nucleo dell’atteggiamento conservatore, che non significa affatto immobilista, nel quale mi identifico totalmente.

Lady Anna

Lady Anna

Lady Anna (1871, trad. italiana di R. Ceserani, Sellerio 2011) porta al massimo grado la tensione, onnipresente in Trollope, tra la borghesia emergente e l’aristocrazia tradizionale inglese. Storia di un amore interclassista, è soprattutto la narrazione del rapporto triadico d’amore e di risentimento tra la ragazza Lady Anna Lovel, sua madre e il fidanzato della giovane, che è un semplice artigiano, un sarto, animato da profondo odio per la nobiltà tanto quanto la madre di Anna vede nella distinzione rigida tra le classi il principio cardine dell’ordinamento del mondo. Tre personaggi inflessibili nel perseguimento dei loro obiettivi, circondati da una umanità variegata, in cui non mancano i tessitori di soluzioni ragionevoli, i sostenitori di compromessi e saggi aggiustamenti negoziali. Trollope grandissimo, come sempre, nel gestire la trama e creare caratteri, catturando l’attenzione di lettori lontani dal suo mondo vittoriano e annullando l’abisso temporale e valoriale.

La scienza del male

La scienza del male. L'empatia e le origini della crudelt�

Non so se mi irritano di più gli intellettuali e i filosofi che fanno un uso incauto e sprovveduto di quel poco che conoscono della scienza o gli scienziati che si illudono di essere in grado di fare un discorso generale sull’umano, di sostenere una tesi che eccede di gran lunga i limiti della loro disciplina. Uno di questi è Simon Baron-Cohen, autore di studi importanti e significativi su autismo e patologie psichiche, il quale scrive questo libro La scienza del male (The Science of Evil, 2011, trad. it. di G. Guerrerio, Raffaello Cortina 2012), un titolo da far tremare le vene e i polsi. Il sottotitolo L’empatia e le origini della crudeltà dice molto: secondo Baron-Cohen il male si riduce alla crudeltà, e la crudeltà è legata alla mancanza di empatia, la quale è rilevabile nel cervello con l’adeguata strumentazione. Continua a leggere

L’età dell’ignoranza

L' età dell'ignoranza. È possibile una democrazia senza cultura?

L’età dell’ignoranza di Fabrizio Tonello (Bruno Mondadori 2012) è un bel saggio che delinea uno degli aspetti più significativi della nostra epoca, nella quale il sapere globale dell’umanità è tanto vasto che nessuno può goverrnarne completamente neppure una particella, e nello stesso tempo i sistemi socioeconomici hanno bisogno contemporaneamente di competenze e di ignoranza diffusa, mentre il ruolo propulsivo e principale viene assegnato al binomio emozioni-desideri, del quale vivono i media. Tonello individua nel nostro tempo una serie di nodi di contraddizione. Eccone di seguito tre esempi. Immediatezza, infantilizzazione, anti-intellettualismo sono tre aspetti a me ben noti. Continua a leggere

Sport barbaro

Sport barbaro. Critica di un flagello mondiale

 Sport barbaro di Marc Perelman (Le sport barbare, 2012, trad. it. di G. Rossi, Medusa 2012) si presenta come la critica di un flagello mondiale. Siamo qui sul lato francese della teoria critica di origini francofortesi, esercizio puro della negazione determinata. Perelman vede lo sport come macchina mondiale, gigantesco ingranaggio che stritola il pianeta. Continua a leggere

Lettera dal deserto

Lettera dal deserto

Göran Tunström è un grande scrittore, e questo Lettera dal deserto (Ökenbrevet, 1978, trad. it. di F. Ferrari, Iperborea 2011) è il suo testo più audace. L’audacia non sta tanto nello scrivere un romanzo che narra adolescenza e giovinezza di Gesù, ma nel fare dello stesso Gesù la voce narrante. Non c’è qui nulla di devozionale, nulla di convenzionalmente religioso o antireligioso, nulla delle vite di Cristo, nè alcuna volontà di demistificazione: si tratta di un testo narrativo laico, eppure aperto ad una inedita trascendenza: un testo tipicamente tunstromiano. Continua a leggere

In marcia con i ribelli

In marcia con i ribelli

Situazione: un Paese gigantesco, diviso da millenni in caste, con diseguaglianze economiche e sociali inimmaginabili, con un’economia e una potenza militare in crescita tumultuosa, e con una religione induista in piena involuzione integralista, ha al suo interno popolazioni tribali antichissime per un totale di 100 milioni di persone. Queste persone, gli adivasi, vivono presso le foreste e nelle foreste, in un rapporto di simbiosi. Ma sotto le colline coperte di alberi giacciono minerali in quantità enorme. Solo il valore della bauxite, da cui si ricava l’alluminio, è stimato in migliaia di miliardi di dollari. E l’industria indiana in espansione e la straripante industria cinese hanno fame di bauxite. Che fine faranno le foreste e i loro abitatori? Non se ne parla molto in Occidente, del resto le cose di cui preoccuparsi sono infinite. La risposta, tuttavia, è già scritta. Si potrà essere buddisti o musulmani, cristiani o atei, induisti o sikh, o marx-leninisti: la risposta è scritta. Arundhati Roy ha vissuto insieme ai guerriglieri maoisti che combattono tra villaggi e foreste, ben sapendo lei – e scrivendolo – che il maoismo non garantirebbe alle tribù degli adivasi alcun futuro davvero differente. Ha conosciuto l’umanità e la ferocia, soprattutto quella delle forze dell’ordine, che lei giudica un ordine profondissimamente iniquo. E ha scritto questo bel libretto In marcia con i ribelli (Broken Republic, 2011, trad. it. di G. Garbellini, Guanda 2012). C’è una guerra strisciante, in India, una guerra di annientamento contro le tribù. Con analogie strutturali con le situazioni simili che nel mondo si sono verificate nel corso dei secoli, ove i più deboli vengono schiacciati perché ostacolano l’appropriazione di ricchezze, solitamente minerali. La Roy conclude il suo bel libro con la speranza che gli oppressi in India possano vincere una battaglia di portata globale, io invece penso che il combattente più debole possa trionfare solo a condizione di avere alle spalle qualcuno di molto potente che lo rifornisca di armi e lo sostenga, come per i Viet-Cong è avvenuto da parte di Nord-Vietnam, Cina e URSS, e recentemente in Libia. Questi fattori in India non esistono, perciò l’insorgenza tribale, che rischia di trovarsi contro anche il proletariato industriale, è destinata al fallimento.

Il corridoio di legno

Il corridoio di legno

Scrivere il primo romanzo a settant’anni è un’operazione rischiosa. Soprattutto se si è stati professori universitari di letteratura (tedesca) e autori di molti saggi. E anche poeti, come Giorgio Manacorda, di cui Voland ha pubblicato quest’anno Il corridoio di legno. Il rischio che si corre è quello di un eccesso di sapienza. Il romanzo di Manacorda è molto raffinato, forse troppo, anche se vibra di un residuo di primordiale forza narrativa. Vi si potrebbero scorgere anche molte allusioni e rimandi ad opere canoniche, come L’uomo senza qualità, Peer Gynt, ecc. (Lotti è Solveig, senz’ombra di dubbio). Vi si narra di un’Italia in cui il postsessantotto è sfociato in una reazione violenta, con l’instaurazione di un regime del tipo di quello dei colonnelli in Grecia. Ma su questo aspetto il romanzo è vago, mentre prevale l’aspetto interiore, lo scavo nella psiche di un gruppo di italiani che in un collegio svizzero si sono coesi e formati politicamente, con esiti però differenti. Alla fine, tuttavia, i personaggi non appaiono ben scolpiti e delineati, sembra che Manacorda non sia un creatore di caratteri, e che rimanga fondamentalmente un poeta. Forse ha anche letto Girard, visto che nel romanzo si legge un passo come questo: Continua a leggere