Il corridoio di legno

Il corridoio di legno

Scrivere il primo romanzo a settant’anni è un’operazione rischiosa. Soprattutto se si è stati professori universitari di letteratura (tedesca) e autori di molti saggi. E anche poeti, come Giorgio Manacorda, di cui Voland ha pubblicato quest’anno Il corridoio di legno. Il rischio che si corre è quello di un eccesso di sapienza. Il romanzo di Manacorda è molto raffinato, forse troppo, anche se vibra di un residuo di primordiale forza narrativa. Vi si potrebbero scorgere anche molte allusioni e rimandi ad opere canoniche, come L’uomo senza qualità, Peer Gynt, ecc. (Lotti è Solveig, senz’ombra di dubbio). Vi si narra di un’Italia in cui il postsessantotto è sfociato in una reazione violenta, con l’instaurazione di un regime del tipo di quello dei colonnelli in Grecia. Ma su questo aspetto il romanzo è vago, mentre prevale l’aspetto interiore, lo scavo nella psiche di un gruppo di italiani che in un collegio svizzero si sono coesi e formati politicamente, con esiti però differenti. Alla fine, tuttavia, i personaggi non appaiono ben scolpiti e delineati, sembra che Manacorda non sia un creatore di caratteri, e che rimanga fondamentalmente un poeta. Forse ha anche letto Girard, visto che nel romanzo si legge un passo come questo:

Purtroppo l’antico meccanismo del sacrificio, in assenza di una fede o della sua ombra ideologica, scivola nella ripetizione. La conseguenza è che la vittima non ha più forza simbolica, il sacrificio non libera più dalla violenza il singolo e la comunità: porta solo al consumo delle vittime, senza che la quantità supplisca alla qualità, che è data solo dalla fede. (p. 150)

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