Scuola e non scuola 8

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Uno, cento, mille Carlo Giuliani!

Potenza della mimesi! Quello del lancio dell’estintore contro i mezzi della polizia è diventato un gesto sacro. Carlo Giuliani è stato fatto santo. Come tutti sanno, i santi sono modelli da imitare.

 

Asimmetria

Tento un esperimento di pensiero: figurarmi uno Stato arabo che libera centinaia di israeliani detenuti per crimini gravissimi in cambio di un proprio soldato. Non ci riesco. Perché?

Black bloc photoshop

Ed ecco che nel web circola questa foto. Naturalmente, chi la fa circolare intende diffondere il sospetto (o la convinzione) che i cossidetti black bloc siano manovrati da poteri occulti, cioè da organi dello Stato. L’uomo con gli occhiali neri (e si vede anche un cavetto bianco che va dal collo della camicia al taschino) sarebbe un poliziotto in borghese. Io so che le immagini di ogni tipo sono spesso ingannevoli, e tuttavia la scena è comunque interessante. Un signore se ne sta lì tranquillo mentre a due metri da lui due energumeni sfondano a sprangate i vetri di una banca.  Che sangue freddo! Che sia il direttore della sede? Che sia un inviato di Draghi?

Il ronzio

Nota di Giusi Meister

Jancar Drago, Il ronzio, Forum Edizioni 2007.

Il ronzio

La scrittura di Jancar è quella di un Kafka più muscolare; ma la paralisi dei giorni è la stessa, e la vertigine che investe il mondo, anche.
La Masada evocata da Jancar e il Castello di Kafka sono due grandi allegorie del Potere; della solitudine siderale dell’uomo. Luoghi dove le stelle sono corpi freddi e lontani, e l’uomo è orfano di qualsiasi messaggio di salvezza.
Menahem che si rivolge al suo Dio. Menahem che lotta contro Roma. Menahem e il fuoco che sbrana la Masada.
Keber. Keber e il suo ronzio che non è più voce di Dio ma interferenza disturbante, lucertola che rode. Keber e Leonca. Leonca e i suoi crocifissi, il suo quaderno, e la linea dell’orizzonte, sul mare e verso Odessa.
L’Agrimensore K. . K. e Frieda. Frieda e il suo amore senza conforto e senza risposte.
Un libro sulla difesa oplitica di uno spazio interiore; sul tentativo di costruire un Ordine non lontano dall’uomo ma nell’uomo; di trovare nell’altro la propria casa.
Sogni sbagliati per persone inadeguate. Sogni per notti senza alba.
Da leggere riprendendo (o prendendo in mano per la prima volta) ‘La guerra giudaica’ di Giuseppe Flavio: controverso politico, storico e scrittore. Doppio come ogni cosa umana e, forse, doppio anche come Dio.

Scuola e non scuola 7

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

Continua a leggere

Una pace perfetta

Una pace perfetta

Qualcuno potrebbe dire che in questo romanzo di Amos Oz, Una pace perfetta (1982, trad.it. di E. Loewenthal, Feltrinelli 2009, 2011) il vero protagonista sia il kibbutz, un’esperienza che negli anni di questa storia, i due precedenti la guerra arabo-israeliana del 1967, si presenta già molto problematica. In effetti quasi tutta la storia narrata da Oz si svolge nel kibbutz Granot, che sorge nei pressi delle rovine di un villaggio arabo distrutto nella guerra precedente, e la vita del kibbutz vi è ampiamente descritta. Alcuni dei personaggi, come il giovane Yoni e sua moglie Rimona, vi hanno trascorso la vita intera. Io penso invece che non sia propriamente così, ovvero che il senso della vicenda non sia legato né alla fase storica né alla collocazione in quell’ambiente particolare, e in fondo neppure nell’ebraicità dei personaggi, anche se tutti questi aspetti contano. Continua a leggere

Scuola e non scuola 6

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Il paese delle maree

Il paese delle maree

Ne Il paese delle maree di Amitav Ghosh (The Hungry Tide, 2004, trad. it. di A. Nadotti, Neri Pozza, Vicenza 2005) troviamo la figura di un insegnante in pensione, rivoluzionario marxista fallito, che sconta la propria inadeguatezza in un disperato tentativo di combattere un’ultima battaglia (culturale) dalla parte dei poveri contadini immigrati in un’isola da cui il governo indiano li vuole espellere. Il momento del congedo dalla scuola, quel momento che per ogni insegnante che abbia vissuto il mestiere come vero e proprio modo di esistere assume caratteri estremamente critici, per l’insegnante Nirmal (Nir- come Nirvana?) appare quasi come portatore di una rivelazione. Esso mette in luce un elemento mimetico-rivalitario sempre costitutivo di ogni comunità umana, anche di ogni comunità docente, e qui espresso con una concentrazione poetica folgorante. Mai ho trovato descritta in modo così sconvolgente la miseria di una condizione umana e professionale: «chi ha fatto per trent’anni lo stesso mestiere diventa come muffa sul muro: tutti desiderano ardentemente di vederla asciugare alla fulgida luce del nuovo giorno».

Con l’avvicinarsi dell’ultimo giorno di scuola era sempre più evidente che gli altri insegnanti aspettavano ansiosi il mio congedo… non per malevolenza, credo, semplicemente per la curiosità di vedere cosa riservava il futuro. Chi ha fatto per trent’anni lo stesso mestiere diventa come muffa sul muro: tutti desiderano ardentemente di vederla asciugare alla fulgida luce del nuovo giorno. (p. 170)