A un cerbiatto somiglia il mio amore

Nota di Giusi Meister

David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Mondadori 2009.

A un cerbiatto somiglia il mio amore

Senza parole…
…È esattamente così che mi sono sentita conclusa la lettura di quest’ultimo libro di Grossman.
Non credo nemmeno che sia possibile racchiudere un universo talmente vasto in un semplice commento. Questo libro è tante cose assieme. E soprattutto, è una summa di tutti i temi cari a Grossman. È, dunque, una riflessione sulla comunicazione in quanto fonte di vita e sulla creazione – o piuttosto sul tentativo di creazione – di una zona franca in cui sopravvivere al mondo, e in cui permettergli di sopravvivere a se stesso.
È un pensiero amaro sul modo in cui il linguaggio forma e deforma gli esseri umani, ma anche li salva riportandoli ad un Eden interiore dimenticato.
Una considerazione malinconica sull’amore. Sul modo in cui gli uomini e le donne si conoscono e dimenticano poi di essersi conosciuti. Sulla dimenticanza volontaria o involontaria; sull’incapacità di amare e sul terrore vasto e profondo che l’amore genera.
E, soprattutto, è un libro sui figli. Sul modo in cui il mondo li cambia, e li sottrae non solo ai genitori, ma soprattutto a se stessi. Com’è, allora, che un figlio bambino che rifiuta di nutrirsi di carne, da adulto accetta poi l’idea di uccidere altri esseri umani? Quale processo alchemico è avvenuto, non sui metalli, ma sulla carne umana ?.
Non ci sono risposte. Ognuno dovrà trovare la propria. Questo libro è il racconto di un viaggio. E così come Sheherazade raccontava per salvarsi la vita, qui Orah racconta il figlio per salvare la vita a quest’ultimo. Parole in viaggio; parole lungo una strada, che è quella della vita. Non sapremo mai se Ofer sarà salvato da quelle della propria madre; come in ogni vita vera, infatti, a nessuno è dato di conoscerne la fine…

Scuola e non scuola 5

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Cavedani

Quello che l’occhio può cogliere con un po’ d’attenzione all’ombra  delle ninfee sagoma immobile, è un ciprinide onnivoro, che si adatta a tutti gli ambienti, è il cavedano. Lo si trova nei grandi laghi come nei fossi e nei ruscelli, nel Po come nei torrenti di montagna, negli stagni e nei laghetti dei parchi, come questo di un parco pubblico vicino a casa mia, a Treviso.

Quando da bambino andavo a pesca sullo Zero, un fiume piccolo ma ricco di pesci, e prendevo alborelle e triotti, sognavo sempre di allamare dei grossi cavedani, e non mi riusciva mai. C’era allora un vecchio pescatore che invidiavo perché li prendeva, usando come esca grilli e anche grosse cavallette verdi.
In questi ultimi anni mi capita ogni tanto di catturarne qualcuno mentre vado a caccia di trote con l’esca artificiale. Mangiano di tutto, infatti, anche pesciolini, chicchi d’uva, frutta varia, pane, vermi, e ogni cosa commestibile scenda la corrente.

Quaderni ucraini

Nota di Giusi Meister

Igort, Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell’URSS, Mondadori 2010.

 Quaderni ucraini. Memorie dai tempi dell'URSS

Se, come me, non avevate conoscenza alcuna dell’Holodomor allora è il momento di recuperare.
Il genocidio ucraino avvenne tra il 1929 e il 1933, e la causa fu una carestia. Siamo abituati a pensare a quest’ultima come ad un fenomeno generato, prevalentemente, da cause più o meno naturali, ebbene, in questo caso il meno sopravanza senz’altro il più: la carestia in Ucraina fu indotta.
Infatti, Iosif Stalin al fine di attuare una riforma economica radicale che prevedeva, tra l’altro, l’introduzione del Kolchoz in una realtà agricola gestita prevalentemente in modo individuale, non esitò ad affamare sino alla morte milioni di persone per arrivare alla dekulakizzazione.
“Per eliminare i kulaki come classe non è sufficiente la politica di limitazione e di eliminazione di singoli gruppi di kulaki […] è necessario spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza e del suo sviluppo”. (Josif Stalin).

Comprendere è necessario. E questo è un magnifico lavoro di Igort.

Partiti

Anno del Signore 2011. Ascolto Prima pagina alla radio. Un ascoltatore di Cosenza, elettore del PD, racconta una sua desolante esperienza. Si reca alla sede del partito per farsi dare una copia dello statuto. Si immagina che, dato il momento che sta attraversando l’Italia e dati i gravissimi problemi della Calabria, nelle stanze del partito sia tutto un fervere di riunioni. Si aspetta comunque di trovarvi parecchia gente. Nessuno. Solo una segretaria, che dell’esistenza di uno statuto del partito non sa nulla, e comunque non ne ha una copia da dare ad un elettore. Questi rimane del tutto sconcertato e si chiede come l’opposizione si stia preparando all’agognato dopo-Berlusconi. E a me viene in mente un’esperienza personale. Anno del Signore 1972. Ho 21 anni, e ho deciso di iscrivermi al Partito Socialista Italiano. Penso che la cosa sia semplice: adesso telefono alla sezione più vicina, mi faccio dire l’orario di apertura, e poi vado a tesserarmi. Dopo innumerevoli tentativi (il telefono squilla ma nessuno risponde, per giorni) mi risponde il segretario della sezione. Rimane allibito alla mia richiesta. Mi dice che bisogna essere presentati da qualcuno, e che comunque la sezione è chiusa quasi sempre, si apre in rare occasioni. Aggiunge che di solito le riunioni le fanno all’osteria. Poi scopro che trattasi di sezione demartiniana, che le sezioni sono divise per corrente, che a Venezia c’è una feroce lotta in corso tra demartiniani e lombardiani, e che c’è diffidenza nell’accogliere gli sconosciuti, senza sapere a quale corrente si affilieranno. Mi sa che nei partiti non sia cambiato molto, probabilmente mantengono alcuni aspetti tipici delle cosche.

Scuola e non scuola 4

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Gnocca, gnocco

Nel Veneto non si usa il termine “gnocca”. In suo luogo si dice “móna”, e questo termine viene anche frequentissimamente utilizzato a indicare persona poco intelligente. Ad es. ho sentito dire da un leghista: “El Trota xe un móna”. Ricordo, del resto, che un tempo si usava dare dello gnocco a chi si dimostrava ingenuo o stupido. Certamente nel Veneto, ma penso anche in altre regioni. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la potenza generativa e la compenetrazione della sfera sessuale e di quella culinaria, dalle quali il linguaggio politico italiano trae oggi una forte ispirazione. Bassezza erotica, bassa cucina.

Scuola e non scuola 3

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Scuola e non scuola 2

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte. Continua a leggere

Talpe

Un prato non è un prato se non ospita qualche talpa. Ricordo che da bambino, negli anni Cinquanta, instancabile lettore di tutto quel che trovavo sugli animali, avrei desiderato tanto vedere una talpa, anzi catturarne una. Avevo letto in un’enciclopedia per ragazzi che un tempo esistevano nelle campagne strani personaggi che della caccia alle talpe avevano fatto il loro mestiere, e che nel Settecento dalla fitta, nera e lucida pelliccia delle talpe si ricavavano sopracciglia finte per dame spelacchiate. Fosse vero o no quest’uso remoto, io ero molto affascinato dall’esistenza del mondo sotterraneo e irraggiungibile delle talpe. Ancora oggi i mucchietti di terra friabile e schiarita nel mezzo dei prati ridestano la mia simpatia per quelle scure e instancabili abitatrici del mondo senza sole.