Scuola e non scuola 1

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

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Il caos prossimo venturo

Il caos prossimo venturo

È un saggio di 675 pagine nell’edizione italiana Il caos prossimo venturo (sottotitolo Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni, trad. it. di  A. Grechi e A. Spilla, Neri Pozza 2007). IL testo è del 2006, quindi è stato scritto prima della grande crisi finanziaria, ma le tesi che sostiene non sono contraddette da questa. Il titolo originario è decisamente eloquente: Twilight of the Nation State. Il libro di Prem Shankar Jha è chiaramente diviso in due parti. Nella prima l’autore delinea lo sviluppo del capitalismo dal suo sorgere nel tardo medioevo, attraverso le sue grandi fasi storiche. Nella seconda analizza diffusamente la politica economico-militare degli Stati Uniti negli ultimi decenni, soffermandosi a lungo sulle guerre di Bosnia e di Iraq. Ne esce un quadro fortemente antiamericano, per la qual cosa è sorprendente che alla fine una delle due possibili uscite dalla globalizzazione imperialistica sia una egemonia americana “consensuale” e morbida. Continua a leggere

Ortolano

Qualche metro quadrato di terra, ed ecco un orticello familiare, che anche uno come me può coltivare. Partendo da esperienza zero, con qualche consiglio e un pio’ di buon senso. Si scopre che non occorre molto tempo, né molta fatica. Qualche pianta di zucchine ti dà molti chili di prodotto, tanto che per due mesi hai addirittura un surplus da amministrare. Melanzane e peperoni prosperano. E poi i cavoli cappucci che crescono enormi. Speriamo che il capitalismo globalizzato non ci faccia precipitare nel caos sistemico però…

Morti viventi

 Gli occidentali sono convinti che la felicità consista nell’intensificazione della vita e nel suo prolungamento quantitativo indefinito. L’ideale è il ragazzo che resta tale fino a novant’anni, e che al limitar di Dite pensa ancora all’amore. Perciò la scuola non può propriamente educare, ma al massimo trasmettere codici di comportamento, e, dato l’abisso che la separa dalla realtà tecno-televisiva circostante, non può farlo che in modo totalmente inadeguato. La gestione del risentimento sociale avviene oggi mediante la produzione e il consumo accelerato di merci rese desiderabili e disponibili. Ma se il meccanismo della produzione e godimento diffuso degli oggetti di desiderio per qualche motivo si inceppasse, cosa potrebbe accadere? Nel libro di Isaiah Berlin Le radici del Romanticismo (The Roots of Romanticism, trad. G. Ferrara degli Uberti, Adelphi, Milano 2001), a pag. 80 leggiamo: Continua a leggere

Sacrificio e scuola

Se, come pensano i seguaci di René Girard, tutto ciò che è specificamente umano ha origine nel sacrificio, anche la scuola non può non affondare le proprie radici in quella pratica, da cui l’Occidente di oggi pensa di essersi liberato solo perché ne ha distolto lo sguardo (al punto che dai mass-media non sono mai trasmesse le immagini dell’uccisione di animali, neanche dei polli che mangiamo: le trasmissioni televisive che trattano dell’allevamento di galline e maiali saltano in tronco il momento fatale dell’uccisione, su cui Alfred Döblin scrisse alcune pagine mirabili ). Vedere qui.

Trovo conferma dell’idea a pag. 56 de Il sacrificio, di C. Grottanelli (Laterza, Bari 1999, p.56). Continua a leggere

Barche e api

Mi capita di passare in auto vicino al porto turistico di Jesolo. Mi capita di pensare che ci sono molte barche, e che mantenerle deve costare parecchio, e che lungo le coste d’Italia ci sono molti porti e porticcioli di questo genere, pieni di barche a vela e motoscafi, e che dunque sono molti gli Italiani che guadagnano abbastanza da potersi permettere una bella barca. Pagheranno tutti le tasse? La Finanza non potrebbe partire da qui per un serio controllo del comportamento fiscale dei ceti abbienti?
Il giorno dopo, incontro un mio amico, che per diletto fa l’apicultore, con due arnie (2), e produce abbastanza miele da poterne regalare qualche vasetto ogni tanto. Mi racconta di aver appena ricevuto una visita della Guardia di Finanza, che si è trattenuta a casa sua per due ore, per un’ispezione. Alla fine, tutto risulta regolare, nessun commercio illegale di miele, nessuna evasione. Due ore per due arnie. Tiriamo qualche conclusione sul funzionamento degli apparati fiscali dello Stato?

Unrat

 

Unrat, spazzatura, è il soprannome che generazioni di studenti hanno dato all’indimenticabile figura di insegnante protagonista dell’omonimo romanzo di Heinrich Mann (Professor Unrat oder Das Ende eines Tyrannen, 1905, trad. it. G. Schiavoni, Mondadori 1997). Si tratta a mio avviso di un romanzo fondamentale per chiunque voglia affrontare il tema del risentimento e dell’espulsione, come ho mostrato in Sei narrazioni nell’orizzonte dell’espulsione, ma qui voglio riportare un passo (p.10) nel quale appare un eterno problema della scuola: come un lavoro intenso e strutturato su un testo letterario possa disamorarne gli allievi, e come tale disamore possa poi propagarsi come fuoco sulla paglia. Qui il testo su cui la classe vien fatta lavorare non è I promessi sposi, ma un’opera di Schiller (di cui vedi la bella interpretazione di Ann Astell qui). Il risultato è il medesimo, a conferma del fatto che l’insegnante insegna anzitutto se stesso, e che se non ama gli allievi quelli non ameranno la disciplina, e che il metodo senza umanità producerebbe sì li suoi effetti,/che non sarebbero arti, ma ruine (Paradiso VIII, 107-108). Così i libri più alti diventano a loro volta, per gli allievi, spazzatura.

Della Pulzella di Orléans la classe si stava occupando fin da Pasqua, ossia da tre trimestri. I ripetenti avevano familiarità con essa addirittura da due anni. La si era letta di seguito a cominciare dal principio, e poi riletta a partire dal fondo. Se ne erano mandate a memoria delle scene intere. L’opera aveva dato luogo a esegesi storiche. Si erano fatte, in proposito, digressioni poetiche e grammaticali. Se ne erano messi in prosa i versi, e la prosa era stata quindi di nuovo rivolta in poesia. Tutti coloro che, alla prima lettura, avevano avvertito in quei versi un soave splendore l’avevano però visto offuscarsi ormai da tempo. Nella tiritera stonata che veniva quotidianamente ripetuta non si distingueva più alcuna melodia. Nessuno percepiva più la voce estremamente soave della fanciulla che brandisce spade misteriose e infallibili e la cui corazza non ricopre più alcun cuore, quella fanciulla provvista di ampie ali d’angelo, lucenti e crudeli. Tra questi giovani, qualcuno in seguito avrebbe potuto tremare dinanzi all’innocenza quasi sensuale della pastorella, amare in lei il trionfo della debolezza, addolorarsi per le sorti di quella divina fanciulla che, abbandonata dal Cielo, diviene una qualunque povera ragazzetta disperatamente innamorata; dovrà però passare molto tempo prima che chiunque di loro possa provare tali sentimenti. Occorreranno forse vent’anni perché Giovanna d’Arco possa rappresentare di nuovo per loro qualcosa di più di un ricordo libresco e polveroso.

Quasi Modo

Quasimodo: chi lo legge ancora? Questo poeta, quando ero piccolo, negli anni Cinquanta-Sessanta, veniva posto in un mazzo con Montale e Ungaretti, ed erano le tre corone del Novecento. Così tu avresti avuto tre triadi: Dante, Petrarca, Boccaccio (vera gloria); Carducci, Pascoli, D’Annunzio (gloria posticcia); Ungaretti, Montale e Quasimodo (gloria?). Leopardi dove lo mettiamo? In compagnia di Manzoni e Verga si annoia a morte. Qui non occupo l’ufficio di insegnante, nel mio blog sono libero di dire e di sentenziare. Allora dirò che di questi tre ultimi nostri poeti penso che 1) siano dotati di grandi capacità tecniche, siano spaventosamente raffinati, da veri epigoni, da Alessandrini, Montale forse più di tutti; 2) non abbiano un gran che da dire al lettore contemporaneo (che è poi lo status di insignificanza della prospettiva che non possiamo non continuare a definire lirica). In ogni caso, non dicono molto a me (uno che pensa che la poesia strettamente occidentale abbia bruciato le sue ultime cartucce con Baudelaire e sia stata sepolta nella Senna con Paul Celan). Mi hanno tediato le frasettine spezzate, la voglia di assoluto, la concentrazione in due versi del primo Ungaretti come i gongorismi e i parapetrarchismi dell’Ungaretti maturo; di Montale, se mondi non può aprirmi e mi offre solo qualche sillaba contorta, e mi dice che lui non sa una mazza, questo soltanto sa, non mi cale, lasciamo che la polvere si depositi sulle sue opere complete. La sua finta saggezza senile mi ha saturato. Quasimodo è davvero un caso strano: portato al cantar melodioso, che al Novecento non s’addice, guardate che massa volitiva di versi ha secreto. Non lo legge più nessuno. Scrivi, hai successo, quelli di sinistra ti portano pure sugli scudi, magari ti tocca un Nobel, poi è subito sera. Quasi modo. Al collega G.Capponi vorrei dire che ho scherzato.

Formalismo

Il Sessantotto ha combattuto e distrutto alcuni elementi di formalismo: via i grembiuli delle ragazze, via le pedane dalle cattedre (non si è riusciti ad andare fino in fondo, abolendo le cattedre stesse), via la selezione in base al merito, via questo e via quello. Si è creato spazio ad altri formalismi, ad altri ritualismi: formalismi e ritualismi deboli. Tutti vedono che i giovani di oggi sono fragili, ma quasi nessuno capisce che non sono affatto più fragili in sé rispetto a quelli delle generazioni precedenti. I ragazzi del Settantasette erano forse più solidi? Erano più robusti psicologicamente quelli del Sessantotto? O brillavano per solidità morale i giovani fascisti? La presenza di un formalismo sociale riconosciuto e accettato comunemente è, purtroppo, l’unica garanzia di stabilità psicologica, di sicurezza delle anime. Quando tutto gira velocemente, i costumi mutano, o ci si convince che mutino, in pochi anni, quando ogni istituzione è avvertita come non credibile, e i rituali non sono legati ad alcuna tradizione in cui si abbia fede, e però non possono non svolgersi ugualmente, allora è semplicemente logico che i più si sentano mancare il terreno sotto i piedi. La caduta del formalismo tradizionale, sostituito dai formalismi deboli (nella scuola: assemblee studentesche, collegi dei docenti, coordinatori, seminatori, sarchiatori, psicopompi, ecc.), apre la strada non al pensiero debole e pacifico, ma al caos e alla depressione, alla violenza. I giovani sono sempre i giovani di una società data. I giovani contestatori del Sessantotto erano figli della società coeva, come i giovani di oggi, di cui è insensato lagnarsi, sono il prodotto della società. E anche la scuola lo è. Del resto, anche l’apparente caos ha sempre una forma, trattandosi di umani, cioè di esseri significanti: occorre saper leggere questa forma. I saperi frammentati di oggi mi appaiono impotenti, non atti a questa lettura.

Un commento al Vangelo

Matteo 6,25-34

25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.