Scuola e non scuola 5

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

 10 novembre 2002

FORTEZZA. È una delle quattro virtù cardinali, cui oggi in Italia ha ciascun disteso l’arco: fortitudo. Coraggio, fermezza, costanza, resistenza al male sono quattro lati di questa virtù. Ma già la parola stessa virtù è stata logorata, irrisa, obliata. Da tempo nella società essa non riceve ascolto, nella nostra società degli ascolti quantitativi, degli auditel che degradano la qualità delle trasmissioni televisive, già mediamente bassa agli inizi, negli anni Cinquanta (ricordo bene, allora ero un bambino non conformista), nella nostra società in cui corrono slogan e frasi fritte come quelle che invitano all’ascolto di questi e di quelli (dei giovani soprattutto): sentimentalismo egoista e narcisistico, in realtà. Essere forti è quasi impossibile, ora. Per esserlo occorrerebbe disporre di uno spazio d’autonomia individuale reale, che la società massificata (che sia di mercato o no non conta) non può consentire. La fortezza è una caratteristica dell’uomo realizzato. Gli uomini realizzati in giro sono pochissimi, e il sistema non li ama affatto, e non può proporli come modelli. Del resto, la cultura attuale ritiene la realizzazione dell’umano impossibile. Il modello vigente è unico, fornito dai media, ed è il Narciso, al maschile come al femminile. L’uomo amministrato, invero, non può né deve essere forte; deve, al contrario, essere pieghevole, ricettivo, disponibile a farsi dirigere. Non vedo alcuna differenza sostanziale tra il ragazzo che frequenta i centri sociali, quello che vive negli ambienti della sinistra giovanile, quello che respira l’aria del gruppo di destra radicale, quello che si fa i fatti suoi e trascorre ogni sabato in discoteca, quello che fa il piccolo berlusconi forzaitaliota: sono tutti alla ricerca di un alveo sicuro, un luogo in cui stare con altri simili a sé. E tutti covano in sé un risentimento contro gli altri, variano solo i modi della sua espressione. Non a caso non ho citato qui i frequentatori di oratorii: sono pur sempre migliori, almeno un velo di trascendenza lo toccheranno (mah…). Negli ambienti frequentati dai giovani non vi è spinta alla crescita, all’abbandono dell’infanzia, tutt’altro. In quei luoghi si solletica l’infantilismo narcisista che, prima di essere una piaga dell’Italia, è una caratteristica dell’essere umano, che non vuole diventare adulto in senso pieno, un essere umano dispiegato, completo. E la scuola, che dovrebbe far crescere, piena di educatori non educati, di formatori informi, di adulti-bambini, non è un luogo in cui si possa conoscere e gradualmente acquisire la fortezza, ma il regno del suo contrario: paura, incertezza, incostanza, impazienza.

FIGURA.. Mala è quella dei governi in rebus scholasticis. Male figure si aggirano tra i banchi: moltissimi studenti, moltissimi insegnanti. E che? I cinquantenni di oggi non sono gli studenti del Sessantotto? E non ci sono forse non pochi insegnanti che hanno vissuto da studenti l’orribile Settantasette (per chi non lo sapesse l’anno dell’autonomia – non quella scolastica -, del Convegno di Bologna, delle auto e delle vetrine sfasciate gratis et amore Dei, così per fare, dell’esplosione libidica di Deleuze e Guattari, e di tutte quelle nefandezze culturali che oggi sono eredità di Casarini da un lato, e di grandi camaleonti come Lerner & Ferrara ecc. dall’altro)? Cavalieri dalla triste figura, i pochi insegnanti che nell’insegnamento realizzano la propria essenza umana almeno in parte, si aggirano tra le aule scrostate, i computer malfunzionanti o inaccessibili, le fotocopiatrici antidiluviane e rotte, i bagni infestati dai germi e impestati di fumo: cercano, alcuni di loro, un mulino a vento contro cui scagliarsi; gli altri, più saggi, contemplano in sé il vuoto, e beneficamente diffondono presso i pochi studenti ricettivi il senso della vanità di tutte le cose impermanenti. Sul loro volto si scorge il nirvana. Figure sconosciute di adulti di ambo i sessi appaiono ogni anno nelle segreterie: sono i nuovi membri del personale ATA, sulla cui preparazione professionale stendo un velo perché non so. Di alcune figure sconosciute che si incontrano vaganti nella mia scuola anche non so: saranno genitori smarriti, poliziotti in cerca di droga, anime del purgatorio che devono apparire a qualcuno, rappresentanti di qualcosa o di qualcuno… Delle figure professionali che dovrebbero rappresentare la carriera dell’insegnante, non so: mi pare chiaro che ogni avanzamento sarà un allontanamento: dalla cattedra, cioè dall’insegnamento. E la figura professionale più pagata dovrà esprimere il passaggio dal participio presente (insegnante) al participio passato (insegnato). E così la figura dell’insegnante in carriera – ammesso che ci si arrivi – sarà figura del passare, di se stessa come di tutte le cose.

FORTUNA. Il crollo della scuola in Molise è davvero terribile. Poiché i bambini non sono stati uccisi dal terremoto, ma da quel misto di incuria, sventatezza, cialtroneria e fiducia vana nella fortuna che caratterizza, ahimè, lo spirito italiota. Da noi manca il senso dell’organizzazione civile, la virtù civica della percezione del bene comune come bene anche del singolo. Così come colui che ha un giardino non spazza le foglie che cadono in strada, perché ci deve pensare qualcun altro, così come tutti i fumatori grandi e piccini buttano le cicche per terra (lo fanno davanti alla mia scuola sia i ragazzi che i colleghi fumatori – nobile esempio), ugualmente il cittadino italiano si disinteressa di ciò che è comune, e delega, delega sempre. Lui non vuole mai essere responsabile. E si arrabbia e sbraita solo quando qualcuno tocca il suo particulare. L’antropologia italiota è già contenuta totalmente in Machiavelli & Guicciardini. E il potere politico rinvia, possibilmente rinvia.

I media italiani, le cui colpe non possono essere mai sufficientemente denunciate, hanno sempre enfatizzato il ruolo della fortuna. Non solo nei concorsi, nelle vincite di somme ingenti, sì che si inviano giornalisti nel paesino a chiedere (con l’intelligenza del giornalista medio, che giustamente lo pone nella scala sociale assai più in alto dell’insegnante beota) alle persone, invariabilmente: se li avesse vinti lei, i milioni, che cosa ci farebbe? Ma anche in tutti gli eventi. Né si discute più da un pezzo, come nel Cinquecento, se possa di più la fortuna o la virtù, ché di quest’ultima non si parla affatto, per l’italiano medio è scontato che la fortuna può tutto, e che l’importante nella vita sia essere fortunati. Ma non si pensi che fortunato sia chi – che so? – è stato fatto intelligente, più intelligente degli altri, che ha incontrato persone eccellenti, che ha avuto l’occasione di farsi degli amici che valgono qualcosa. Oh, no: il fortunato è colui che è nato ricco, o che si è fatto una fortuna. Fortunata è la ragazza che la natura ha fatto bella, anche se magari non ricca, tanto con la bellezza si può giungere perfino a farsi sposare da un calciatore. Per questo, non occorre mica studiare.

Anche gli studenti tendono a pensare tutto in termini di fortuna. È sempre comodo affidarsi ad essa, anche per interpretare gli eventi ed il configurarsi delle interazioni umane. L’attribuzione dei propri insuccessi alla fortuna svolge l’utile funzione di scaricarci delle nostre responsabilità, il che è quello che massimamente bramano i non cresciuti, gli aspiranti ad essere eternamente bambini. Del resto, non è solo colpa loro, poiché da decenni i media, esaltando il fortunato, hanno completamente lavato i cervelli più deboli, cioè quelli della stragrande maggioranza della popolazione. La stragrande maggioranza degli insegnanti considera fortunati i colleghi che sono riusciti ad andare in pensione, soggetta anch’essa alla fortuna – come si sa non è uguale per tutti in tutte le annate, ci sono le buone e le cattive. Io, che non credo alla fortuna, ma penso che tutto sia disposto da Allah, mi considero da Lui benvoluto. Non lavoro infatti, ma insegno, cioè svolgo un’attività dello spirito.

FORMALISMO. Il Sessantotto ha combattuto e distrutto alcuni elementi di formalismo: via i grembiuli delle ragazze, via le pedane dalle cattedre (non si è riusciti ad andare fino in fondo, abolendo le cattedre stesse), via la selezione in base al merito, via questo e via quello. Si è creato spazio ad altri formalismi, ad altri ritualismi: formalismi e ritualismi deboli. Tutti vedono che i giovani di oggi sono fragili, ma quasi nessuno capisce che non sono affatto più fragili in sé rispetto a quelli delle generazioni precedenti. I ragazzi del Settantasette erano forse più solidi? Erano più robusti psicologicamente quelli del Sessantotto? O brillavano per solidità morale i giovani fascisti? La presenza di un formalismo sociale riconosciuto e accettato comunemente è, purtroppo, l’unica garanzia di stabilità psicologica, di sicurezza delle anime. Quando tutto gira velocemente, i costumi mutano, o ci si convince che mutino, in pochi anni, quando ogni istituzione è avvertita come non credibile, e i rituali non sono legati ad alcuna tradizione in cui si abbia fede, e però non possono non svolgersi ugualmente, allora è semplicemente logico che i più si sentano mancare il terreno sotto i piedi. La caduta del formalismo tradizionale, sostituito dai formalismi deboli (nella scuola: assemblee studentesche, collegi dei docenti, coordinatori, seminatori, sarchiatori, psicopompi, ecc.), apre la strada non al pensiero debole e pacifico, ma al caos e alla depressione, alla violenza. I giovani sono sempre i giovani di una società data. I giovani contestatori del sessantotto erano figli della società coeva, come i giovani di oggi, di cui è insensato lagnarsi, sono il prodotto della società. E anche la scuola lo è. Del resto, anche l’apparente caos ha sempre una forma, trattandosi di umani, cioè di esseri significanti: occorre saper leggere questa forma. I saperi frammentati di oggi mi appaiono impotenti, non atti a questa lettura.

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