Scuola e non scuola 8

 

Dal 2001 al 2007 ho scritto una serie di Croniche di scuola e non scuola. Le rileggo in questi giorni, e mi pare che delineino un quadro che anche nell’era gelminiana rimane immutato. Drammaticamente. Ne ripubblico qui gran parte.

25 gennaio 2003 A.D.

LIBIDO. Alcuni giorni di autogestione debbono pur essere garantiti ai poveri studenti. Oggi, 17 gennaio, venerdì, mi trovo nella saletta insegnanti della succursale, e vivo da insegnante il quarto (e ultimo, se Dio vorrà) giorno della ritardata autogestione del mio liceo. Ritardata rispetto al periodo consueto delle autogestioni, che come è noto coincide con quello del passo delle beccacce (non cacciatori e non bird-watchers s’informino). In verità, non è corretto dire che vivo questo giorno da insegnante. Infatti non insegno alcunché. Sono un non-insegnante. Sto, e contemplo gli accadimenti intorno a me. Vedo gli studenti (anch’essi, non studiando, sono piuttosto dei non-studenti) andare e venire, spostarsi da una classe ad un’altra. Nell’aula della mia terza fanno grafica. In un’altra si redige il giornalino (durante le autogestioni gli studenti fanno sempre, o tentano di fare, un giornalino, che parla, autoreferenzialmente, dell’autogestione, la quale forse si realizza proprio perché se ne possa parlare nel giornalino). Gli insegnanti miei colleghi vanno e vengono, non sanno come regolarsi, dall’alto direttive non vengono, tutto è lasciato alla libera interpretazione. Io tento di leggere un libro. Mi sforzo di ricordare quand’è stata l’ultima volta che ho visto un collega con un libro in mano. Non ci riesco. È vero, molti diranno di aver bisogno della quiete delle loro biblioteche personali, protetta da ciambellani e silenziarii, però il libro è la nostra insegna, noi dovremmo essere sempre lì col libro in resta. Va be’.

Il ritardo dell’autogestione nel mio liceo è dovuto ad un accordo sottobanco tra Dirigente, Presidente del C.d’I. e Rappresentanze studentesche, bramose d’autogestire. Poiché il Collegio dei Docenti aveva improvvidamente fissato la fine del I quadrimestre per il 21 dicembre, ed una crisi delle lezioni ordinarie in novembre-dicembre avrebbe comportato pesanti ripercussioni sulle consuete convulsioni valutative di fine quadrimestre, gli studenti accettarono di differire la desiderata scarica libidica legata alla rottura dell’ordine (cfr. R. Caillois, ma vedi la Cronica seconda). Ora essa è qui. Sostanzialmente appaltata all’Unione degli studenti, estenuata discendente della gagliarda FGCI d’un tempo, di cui conserva solo una certa spocchia, l’autogestione è una cosa orrenda. Gli studenti, che ci sono dentro, non la vedono, quindi non si rendono conto di quanto sia brutta. È informe, e non è razionale: è fatta, come tutte le assemblee, non per ragionare ma per muovere affetti. Attività varie, dibattiti (immigrazione, razzismo, prostituzione, globalizzazione, ecc.). Tutto organizzato senza alcun confronto con gli insegnanti. Il Presidente e il Dirigente non si sono minimamente sognati di chiederne il parere, nemmeno i rappresentanti dei docenti in seno al Consiglio di Istituto sono stati interpellati. Via così, ché andate bene. Tutto è nella norma: l’insegnante è considerato uno zero.

Una domanda. Sono cambiati gli studenti negli ultimi vent’anni? Vent’anni fa non c’erano due telefonini sotto ogni banco, ma per il resto non mi risultano differenze antropologiche di rilievo, il che è forse anche un bene, Allah lo sa. Ci sono sempre i pochi politicamente attivi che non sono i migliori della classe, i più culturalmente impegnati, e che costituiranno, purtroppo, la classe politica mediocre di domani. Perché meravigliarsi? Il Bene tende all’immobilità, il male al movimento.

Si può scorgere un senso nell’autogestione, che non sia pulsional-libidico? Si può forse pensare ad una sua istituzionalizzazione? Come le pallosissime assemblee generali, residuo del Sessantotto, così l’autogestione verrà forse assimilata dal Sistema, di cui peraltro, secondo me, è già parte integrante. Diranno: ma i giovani esprimono così il loro bisogno di contare, di affrontare i temi dell’oggi, ecc. Rispondo: ascoltare in un’assemblea di trecento persone una serie di infiammati e urlati interventi contro la Guerra, il Razzismo, la Malaglobalizzazione, ecc. non ha fatto, non fa e non farà maturare nessuno studente. O meglio, lo farà maturare in quel modo che nel migliore dei casi lo renderà atto alla partecipazione ad un Maurizio Costanzo Show, nel peggiore a un C’è posta per te.

LENTEZZA. La scuola è lenta, la società veloce. Luogo comune: bisogna mettere la scuola al passo coi tempi. Cioè col presente. Il presente è veloce, corre, non si sa dove. Al Ministero lo sanno, da quelle altezze tutto si vede. Il Ministero soffia sulle vele della scuola, la sua forza propulsiva non si è esaurita. Giunge dal Ministero la comunicazione delle materie scelte dallo stesso per la seconda prova della maturità. Da noi sarà latino, e il testo per la versione arriverà ancora per quest’anno dal centro, da Roma. E l’anno prossimo? Non si sa. O meglio, se le voci son vere, avremo noi insegnanti di ciascuna scuola l’onere di preparare la prima e la seconda prova, mentre l’attuale terza prova verrà sostituita da un test nazionale, elaborato al centro e corretto poi anche al centro, in modo da garantire l’omogeneità tra le scuole (ih! ih!). Di questa nuova terza prova (o quarta, con abolizione dell’orale, chi lo sa) non si ha conoscenza. Allah lo sa. Tutto si muove negli ineffabili piani alti della Scuola, là dove si pensa, si progetta il radioso futuro, dove insonni Ministri, Commissari, Esperti e Illuminati studiano, concepiscono e dopo lunga gestazione partoriscono: Carte, Circolari, Programmi, Previsioni. Son veloci, loro. È chiaro che un test nazionale (in quali discipline?) produrrà effetti a catena, determinando il tipo di preparazione che gli insegnanti dovranno attuare. Non ne so nulla, perché sono un insegnante lento lento. A proposito, mi piacerebbe sapere che fine abbia fatto il grandioso prodotto di quegli Stati Generali dell’Istruzione che poco tempo fa si celebrarono con fanfare ed effetti speciali. Che ne è del molto onorevole Bertagna? Da quel che so, che è molto poco, egli mi pare deluso…

LIBERTÀ. «…education in the United States is not substantial enough to have any real effect on the self-image of American society.» L’immagine che la società americana vuol dare di sé a se stessa, dice Tobin Siebers, in The Subject and Other Subjects (vedi Due libri, una pagina 26 ), non si elabora nel sistema educativo, anzi, quest’ultimo influisce ben poco su quest’immagine. Essa è prodotta nel sistema mediatico, dominato dalle televisioni. E in Italia? lo stesso, fatte salve alcune differenze secondarie. È chiaro che Maurizio Costanzo è più influente di tutti gli insegnanti messi insieme, per quel che concerne l’immagine che gli Italiani si fanno di se stessi, di quel che sono e che vogliono essere. Questa realtà può non piacere (a me non piace perché provo una sorta di ribrezzo fisico nei confronti di Costanzo e di altri uomini e donne dello schermo), ma non per questo cessa di essere realtà. Il problema è che questa realtà mediatizzata sembra essere fondamentalmente libertà, ma invece asserve e schiavizza gli spiriti.

Nella stessa pagina del suo saggio, Siebers parla di una «awesome irresponsibility of our political leadership. In the worst light, it blames the educational establishment for the failures of the political establishment and makes a scapegoat of the university. In the best light, it tries to solve the nation’s racial problems on the cheap by working from the top down rather than from the bottom up.» Anche qui possiamo scorgere non poche analogie con la nostra situazione italiana. Intanto, anche da noi il sistema politico e di governo della Scuola tende a mettere il carro davanti ai buoi, ad esempio riformando gli esami prima dei programmi, ecc. Poi anche da noi la leadership politica dimostra un’irresponsabilità pazzesca, che assume l’aspetto tipicamente italiota dello scarico delle responsabilità. Chiunque possa, tenta di scaricare le proprie responsabilità su altri. I Dirigenti in questo attualmente brillano, e ci riescono benissimo, costituendo un luminoso esempio da seguire. Ma, intendiamoci – io non ho spirito corporativo – moltissimi insegnanti, non dirò la maggioranza, ma temo che lo dovrei dire, non sono da meno. Solo che ci riescono meno facilmente, perché bene o male sono in trincea, e non in fureria o nel quartier generale.

Da quel che si sente nell’aria, si sta preparando la più netta divisione della categoria che mai si sia realizzata, anzi potuta pensare. Alcuni di noi verranno pagati molto più degli altri, perché più capaci. Questa superiore capacità sarà dimostrata – udite, udite! – dai crediti ottenuti. Con corsi, naturalmente, con frequentazioni universitarie, con collaborazioni con la Dirigenza, con ammanigliamenti, dunque, unzioni di ruote, lecchinaggi, ecc. ecc. Poiché lo studio serio, quello vero, quello che si fa da soli, cercando libri e lavorandoli con la mente, questo sfugge al controllo, alla misura, non può fornire crediti, benché la qualità dell’insegnamento (o crown of light, o darkened one!) dipenda da esso più che da qualsiasi altra cosa. Io sarò quindi sempre un professore di second’ordine, un paria, uno screditato. Perché quando nel 1974 uscii dall’Università di Padova per l’ultima volta, dopo la discussione della tesi (massimo dei voti, peraltro) così gridai: «Per il ciel marmoreo giuro e per le attorte folgori, per la morte e per l’oscuro mare sterminator, qui non metterò più piede se l’Eterno non lo chiede». Già, all’Università, a quel luogo sommo di serena elaborazione della cultura e della scienza, a quell’Olimpo meritocratico di dotti – in cui – vedi l’articolo di Federico Alberoni nel Corriere di lunedì 20 dicembre – non dominano certo le consorterie e i rapporti clientelari, ma il puro e limpido amore del sapere, e dove se vali e solo se vali avanzi, all’Università, dico, saranno delegate competenze sulla determinazione dello status dei docenti, pare. Ci arriverà poi sul collo un codice deontologico prodotto da altri, ci arriverà poi sul collo una divisione radicale nei guadagni. Del resto parecchi docenti, fiutatori dell’aria che tira, si stanno apprestando a cogliere l’opportunità. Condannarli? No, certo. Debolezze umane, i soldi sono la cosa più importante, devono girare. Il mio problema, in tutto ciò è la superbia, il mio vizio capitale. Posso anche rinunciare ai denari, vedere che finiscono nelle tasche di tartufi che si danno un sacco da fare, ma non sopporto di ricevere lezioni. Quando qualcuno cerca di impartirmele, tendo a cadere nel mio secondo vizio, l’ira. Essa s’accende soprattutto quando vedo awesome irresponsibility a tutti i livelli, vicini e lontani.

Il mio liceo il 27 celebrerà la Giornata della Memoria con un concerto dei Solisti veneti – sette euro a testa pagheranno i ragazzi. Scimone suonerà la sua musica, va be’. Ma essa non ha per sé alcun rapporto con lo Sterminio: musica del Settecento, figurarsi! Del resto, la locandina che si è stampata è terribile. Lo Sterminio è evocato da un’insipida foto in cui non compare alcun essere umano, uno scorcio di campo di sterminio, ma non c’è alcuna epigrafe. Invece campeggia a grandi lettere il programma del concerto: si proclamano le origini venete della musica da concerto! Sicché si potrebbe pensare che la Giornata della Memoria riguardi non l’ebraismo ma la veneticità. E chi risponde di queste cialtronerie, di queste scemenze? Mi sembrerebbe assai opportuno, nella circostanza, leggere ad allievi e colleghi qualche pagina, ad esempio dal libro di Gitta Sereny Germania il trauma di una nazione, dove si evidenziano gli effetti spaventosi del venir meno del senso della responsabilità personale. In molte circostanze essa è un peso, difficile da sostenere, è vero. Ma se si comincia ad abbandonarla nelle piccole cose, non si sa dove ci si potrà fermare. Essere liberi significa essere sempre pronti a rispondere di sé. Vale anche per gli insegnanti.

LOTTA. Parola di cui molti della mia generazione si son riempiti la bocca fin dai tardi anni Sessanta. Qualcuno la pronuncia ancora. Bisogna pur lottare. Ma quelle che si vedono in giro, se si vedono, sono lotte vere? Ho il vago sospetto che in questo Paese chi lotta sul serio finisca sempre male: o perché il suo avversario è troppo forte, o perché non trova sostegno e finisce isolato. La vera lotta è di pochi, i vocati alla sconfitta e al martirio. Come quei pochi magistrati che hanno combattuto seriamente la corruzione e la mafia. Invece è pieno di gente che combatte solo le battaglie in cui si è sicuri. Abbondano i predicatori del tipo armiamoci e partite, anche nella scuola, anche tra gli insegnanti. È pieno ovunque di gente che predica. Predicassero bene, almeno. Ma è certo che i più razzolano male. Credo che gli studenti, che scemi non sono, e neanche buoni per natura, vengano ulteriormente corrotti dal contatto con adulti non sufficientemente responsabili, e di cui avvertono la sostanziale incoerenza. Gli insegnanti, che dovrebbero educare coscienze mediante la conoscenza, non possono che essere in crisi permanente. Possono gestire la loro crisi, non accantonarla, a meno che non siano ingenui (molti lo sono, sono dei non-adulti) o ipocriti (parecchi lo sono, recitano una strana commedia su due fronti, davanti a se stessi e agli allievi). La lotta vera, la Jihad spirituale, è quella contro le proprie tendenze negative, contro il male insediato in se stessi, contro la propria irresponsabilità. Se gli insegnanti che leggono agli allievi la Commedia di Dante riuscissero a far capire a qualcuno di loro che l’Inferno tratta di questo, avrebbero ottenuto un gran risultato. Ma prima lo devono capire loro.

 

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