Era giovane Kant quella mattina
quando entrò nella stanza una farfalla.
Sul vassoio del tè fermò le ali.
Ancora è buio fuori, pensò Immanuel,
e immobile guardava la creatura.
E allora Wolff, quel lupo metafisico,
ringhiò: tu manda via la farfallina
dalla mente: sostanza con natura
e tutto quanto l’ordine del mondo
e il pensato e il pensabile e il divino
può far crollare l’insetto mattutino.
Ma resta fermo Immanuel e si domanda
come si percepisca una farfalla.
La storia del pensiero e il suo destino
vibrano tra una tazza e un insettino.
Emys orbicularis
Sembra un incontro affettuoso tra due creature a sangue freddo, questo appena sotto la superficie. Risvegliano sempre in me ricordi della mia infanzia le tartarughe palustri. C’è un luogo, vicino a Treviso, in cui il Sile offre un habitat ideale a queste creature, le mie preferite tra tutte le specie di tartaruga. Passeggiando con Guido, però, ogni sosta è impossibile, lui da bravo autistico iperattivo deve procedere a ritmo sostenuto. Impossibile contemplare. Mi porto in tasca una macchinetta fotografica, e devo essere fortunato e fulmineo.
Micronote 39
1. La democrazia può avere solide radici solo in Paesi in cui esista il culto della responsabilità personale.
2. Chi abita il proprio tempo senza alcun disagio è un tipo umano per cui non provo il minimo interesse. Vale anzitutto per gli scrittori, tra i quali abbondano i finti ribelli, che nelle altre arti sono ancor più numerosi. Peggio ancora quelli che abitano tempi passati immaginari, anime schizoidi, adepti del culto della falsa coscienza.
3. Più grande l’opera, più abbondante il banchetto, maggiore il numero dei convitati.
4. “Non c’è via d’uscita”. Vedere la chiusura totale senza smarrirsi: è la grande conquista di uno spirito. Non disprezzare il proprio smarrimento: una conquista ancor più grande. Continua a leggere
Il cuore dell’uomo
Ultimo di questa trilogia islandese, Il cuore dell’uomo ( 2011, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2014) segue Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli. Jón Kalman Stefánsson porta qui a compimento l’educazione sentimentale e la formazione generale del suo protagonista, il ragazzo innominato, in una Islanda di fine Ottocento che si presta al ruolo di metafora della precarietà della condizione umana. Il giovane attraversa una serie di iniziazioni, nello schema simbolico morte-rinascita, ripreso a vari livelli – compreso quello amoroso – e con diversa approssimazione alla morte vera e definitiva. Testo fortemente unitario, pur se frazionato in tre parti, questa trilogia della precarietà e della resistenza in faccia al nulla è tramata dalla voce del gruppo dei morti, che narrano. Ma se narrano non sono nel nulla, sono nello spazio dell’ombra in cui ancora sono. E la loro preoccupazione principale è quella della condizione di morto, in cui la morte scaglia il vivente, nei modi più diversi, e alle età più diverse: vecchi e bambini e uomini e donne maturi possono tutti scendere nello Sheol. Poiché «la morte calpesta i nostri desideri, le nostre preghiere, la nostra disperazione e le nostre forze, lo fa quando le pare e piace» (p. 418), ponendo la questione seria della dignità dell’umano. Di fronte al destino di un vecchio marinaio che ha perso la vista e il gusto della vita fino a scegliere di sprofondare in mare ci si può chiedere: «dov’è adesso la dignità, allora non esiste proprio, né in vita né in morte?» (p.425) Inevitabilmente, Stefánsson qui sfiora il nichilismo, nella constatazione amarissima che «alla fine diventiamo solo silenzio». (p. 429) Ma il finale dialettico e aperto, che realizza un’intensificazione e una concentrazione assolute del tema della solidarietà fra gli umani che percorre l’intera trilogia, non vede nell’annichilimento la parola decisiva, «perché dove comincia la vita e si ferma la morte, se non in un bacio?» (p. 445)
Ipazia, scena V

Alessandria. Una piccola stanza sotto il tetto di un alto edificio, stile ateniese, vicino al Museo. Non è per la tranquillità che è stata scelta da chi vi abita. È vero che il baccano delle schiave che lavorano, chiacchierano e litigano nel cortile delle donne vi giunge attutito, ma ben si odono le voci dei passanti e lo sferragliare dei carri dalla strada affollata, e i versi degli animali dal Serraglio, là oltre la strada. No, la stanza è stata scelta per la vista che dona. Oltre il muro dei giardini del Museo si offrono agli occhi fiori, fontane, statue, cespugli, viali. Settecento anni di filosofi e poeti alessandrini. Qui c’è la celebre Biblioteca, dove sono raccolti secoli di pensiero e di bellezza.
La stanza è arredata con elegante semplicità. Una donna seduta sta leggendo un manoscritto. Semplice eleganza anche nel suo vestito. Espressione pensosa e triste. Solleva lo sguardo e contempla i giardini del Museo. E mormora a se stessa: Sì, le statue vengono distrutte. Le biblioteche vengono saccheggiate. Nessuno più discute di filosofia e di scienza. Gli oracoli sono muti. E tuttavia… L’antica fede degli eroi e dei sapienti è morta? Ma no! La bellezza non può mai morire. Mai. Se il divino ha abbandonato le forme della religione antica, non ha abbandonato le anime di quelli che apirano al divino. Gli Dei non guidano più l’Impero… ma la Divinità non ha smesso di parlare alle anime elette. Si è allontanata dalla massa del popolo. Ignoranza e superstizione dappertutto… Io la Divinità la sento ovunque, la sento in me. La Divinità non ha abbandonato Ipazia. Io sono legata al mondo passato. Ma per me non è passato! Gli dèi sono simboli, i miti sono cifre della sapienza. Tutti se ne sono allontanati. Resto io sola… quasi sola. Credere a dispetto di ogni delusione… Sperare contro ogni speranza. Mostrarsi superiore alla massa dei mortali, vedendo profondi abissi di gloria vivente in quei miti che ai loro occhi sono diventati oscuri. Anzi, morti. Non vedono più nulla, sono ciechi. Questa epoca in cui tutto va in rovina produce nuova superstizione. Credenze vili, una umanità sordida avanza. E io sono chiamata a combattere contro tutto questo. Per gli antichi dèi, gli antichi eroi, per la filosofia che li ha interpretati scoprendone il senso razionale, mentre sondava i misteri della terra e del cielo. Luce di conoscenza! Per questa lotta riceverò un ricompensa… Salire attraverso i cieli, dove sono le anime immortali, le Potenze, attraverso gli Eoni, fino alla casa eterna, fino allo splendore del Senza Nome, fino all’assoluto Uno…
Tace. Estasi. Continua a leggere
Hadza
Cacciatori-raccoglitori. L’umanità è vissuta in questo modo per un infinito numero di anni. L’ultima popolazione di puri cacciatori-raccoglitori in Africa oggi è quella degli Hadza. Ultimi testimoni.
Letteratura canadese e altre culture 3,9

Esce il N. 9 della Terza Serie di Bibliosofia Canada – Letteratura canadese e altre culture, a cura di Elettra Bedon e Giulia De Gasperi.
Ipazia, scene III e IV

Nella laura non c’è nessuno che non onori Aufugus. La sua santità ha un alone di mistero, lui è umile e dolce come un bambino. Tra i monaci qualcuno sussurra che un tempo sia stato un uomo importante, che sia venuto da una grande città. Forse dalla stessa Roma. Orgoglio di pensare che tra loro ci sia un uomo che ha visto Roma. Il padre Pambo manifesta rispetto per lui: non gli ha mai dato una bastonata, mai un rimprovero. Lo tratta diversamente dagli altri. Quella volta che Teofilo mandò un messaggero da Alessandria, con la notizia che Alarico aveva saccheggiato Roma, quando in ogni laura tutti furono sconvolti, quella volta Pambo condusse subito l’inviato alla cella di Aufugus, e là rimasero chiusi per tre ore a consultarsi segretamente, e soltanto dopo la notizia mostruosa fu comunicata agli altri monaci. E tutti sanno che allora Aufugus consegnò al messaggero una lettera, scritta di suo pugno. E molti pensano che contenesse segreti della politica mondiale, conosciuti solo da lui. I monaci intenti al lavoro dalle loro celle vedono Pambo che dopo la sfuriata va da Aufugus. Sentono che c’è qualcosa di strano, una faccenda delicata. Confidano che i due santi uomini la risolveranno con saggezza. Rimangono a colloquio più di un’ora, parlano intensamente a voce bassa. Poi si sente un suono più alto, come se i due anziani stessero pregando tra lacrime e singhiozzi. Ogni fratello china la testa, sussurra una preghiera all’Altissimo: possa Colui che essi servono guidarli, vegli Lui sui suoi servi della laura, provveda alla Sua Chiesa, e al grande mondo che ancora è pagano. Filemone sempre in ginocchio, immobile, aspetta la sentenza. «Il cuore conosce la propria amarezza e alla sua gioia non partecipa l’estraneo». Continua a leggere
I Buoni
Luca Rastello col romanzo I Buoni (Chiarelettere 2014 ) veste il camice dello scrittore-chirurgo, e affonda il bisturi in una delle piaghe purulente del nostro tempo: l’attività e il modo di essere di organizzazioni benefiche, di onlus guidate da figure carismatiche, nelle quali una retorica di parole e gesti accattivanti si unisce, in piena falsa coscienza, con una sostanza oscura, quella di un potere inesorabile che schiaccia tutti. Qui la figura carismatica è un prete, don Silvano, un prete da battaglia, che indossa maglioni sdruciti, nume della onlus onnivora In punta di piedi, che combatte le mafie e sviluppa innumerevoli attività (bisogna avvertire sempre la frusta dell’oltre è una delle formule stereotipate), e stritola i suoi membri. È una onlus vezzeggiata da politici e media. Ciò che la caratterizza è una retorica efficacissima, ma nella sostanza radicalmente falsa: il suo simbolo è l’uso del verbo “accompagnare” in luogo del moralmente proibito “licenziare”. La genuinità lupesca della protagonista Azalea, una ragazza che dalle fogne di Bucarest finisce nel gruppo dirigente della onlus di don Silvano, fa risaltare la falsità della posizione di tutti gli altri, con l’eccezione di una transessuale e di un bandito. Ed è forse qui il punto debole di Rastello, che finisce per cadere in una retorica dell’antiretorica. Con sviluppi decisamente sacrificali nella parte finale, in cui il bandito Adrian si trasforma in giustiziere-profeta che si esprime con formule bibliche mentre massacra i cattivi. C’è infatti un che di religioso in questo testo, che risalta anche dai titoli delle sue tre parti: L’uomo dal paradiso, Scuola di empietà, L’uomo dall’inferno.
Ipazia, scena II

Prende la strada del ritorno, il ragazzo senza guida. Strada piena di domande infantili. Vaghe, inarticolate, paurose. Giunge al margine dell’altura sotto cui giace la sua casa. Vista piacevole, quella laura solitaria, quella fila di celle di pietra, sotto la perpetua ombra di quel muro di rocce a sud, tra quei vecchi palmeti. Là c’è una caverna che si dirama: cappella, deposito, ospedale. Vicino risplende al sole il verde degli orti dei monaci: miglio, fagioli, prodotti della terra che l’acqua con cura amministrata e il duro fraterno lavoro strappano alle sabbie. Sono proprietà comune, gioia e cura di tutti, quegli orti, come ogni cosa nella laura. Tranne i sette piedi della cella per dormire. Per il bene comune hanno faticato tanto, i monaci. Portando fango nero dalle rive del Nilo in canestri di palma. Liberando gli spazi dalla sabbia. Seminando il suolo artificiale per un raccolto da spartire tra fratelli. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ognuno di loro lavora a intrecciare canestri, la mente ripiena di pensieri alti, divini. Un anziano monaco porta i canestri ai monasteri dell’altra riva, più grandi e più ricchi. Là li scambia con vesti, libri e oggetti che servono per il culto e lo studio. È il ragazzo che porta laggiù l’anziano, una settimana dopo l’altra, con una barchetta di papiro. E allora pesca, seduto, mentre lo aspetta per il pasto comune. Vita di semplicità e letizia, nella laura. Tutto è metodico e ordinato. Venerabile quasi quanto la Scrittura a cui si ispira. A ciascuno sono dati cibo e vestiario, un ricovero, amici e consiglieri. E una speranza vivente nella provvidenza di Dio Onnipotente. Splende davanti ai loro occhi la speranza di una felicità eterna, indicibile. Splende davanti ai loro occhi questa speranza. Notte e giorno, sempre. Quasi tutti i monaci si sono rifugiati nella laura fuggendo dalle loro città corrotte, violente, mondo di tiranni e di schiavi. Da un mondo in decadenza ad un luogo tranquillo, in cui si medita sulla verità e la giustizia, in cui si prega, in cui tutto è messo in comune, un mondo di fratelli. Ma sono fuggiti… dal mondo in cui Dio li ha posti, sono fuggiti nel deserto. Al fondo di tutto c’è sempre un enigma.
Pambo depone il canestro che sta intrecciando e lo guarda.
Filemone, figlio mio, sei in ritardo, dice.
Si trova poca legna in giro, e ho dovuto andare lontano.
Un monaco, dice Pambo, non dovrebbe rispondere prima che gli sia fatta una domanda.
Davanti al tempio, lassù nella valle…
Nel tempio! Cos’hai veduto là?
Nessuna risposta. Lo sguardo di Pambo fisso, nero. Non sarai entrato? Le abominazioni pagane non avranno destato in te… la concupiscenza?
Io… io non sono entrato… ma… ho guardato.
E che cosa hai visto? Donne?
Filemone cerca parole, non le trova.
Ira del padre. Non ti ho forse ordinato di non guardare mai le donne in faccia? Loro non sono forse le primizie del demonio, da cui ci sono venuti tutti i mali? Non sono la sua trappola più sottile? Non sono maledette per sempre, a causa della colpa della prima di tutte loro, per cui il peccato è entrato nel mondo? Le porte dell’inferno le ha aperte una donna. E da allora fino ad oggi là sono loro le portinaie. Ragazzo sventurato! Che cosa hai fatto!
Ma erano solo dipinte sui muri…
Ah! Dice Pambo con un sospiro. Ma come hai potuto riconoscerle come donne, se non ne hai ancora vista una in faccia? Una di quelle figlie di Eva. A meno che tu non mi abbia mentito in precedenza. Ma no, non credo.
Filemone ha un’ispirazione. Forse… forse erano soltanto diavoli. Sì sì, penso che dovevano essere diavoli. Perché erano così belle.
Ah! E come puoi sapere tu che i diavoli sono belli?
Ecco, una settimana fa stavo facendo scendere in acqua la barca, insieme al padre Aufugus. Sulla riva, non molto vicino, là c’erano due creature… Con lunghi capelli… Nero rosso e giallo sui loro corpi, in basso… e stavano raccogliendo fiori sulla riva. Il padre Aufugus non le ha guardate, ha girato la testa. Ma io… Io non ho potuto fare a meno di pensare che quelle erano le cose più belle che io avessi mai visto. E così gli ho chiesto perché non le avesse guardate. Lui mi ha detto che erano proprio quel genere di diavoli che tentarono il benedetto Antonio, il santo. Allora mi sono ricordato di aver sentito leggere di Antonio. Di come Satana si presentò ad Antonio sotto le sembianze di una donna bellissima, per tentarlo. E così… così… quelle figure sul muro potevano essere… sembravano… E ho pensato che potessero essere…
Vergognoso peccato, mortale. Filemone rosso in volto, balbetta, tace.
E tu avresti pensato che erano belle? Oh, profonda corruzione della carne! Oh, perfida sottigliezza di Satana! Che Dio ti perdoni, povero figliolino mio, come ti perdono io. Di qui in avanti tu non oltrepasserai il muro dell’orto.
Disperato il ragazzo. Non riesce a trattenersi, e gli esce un torrente di parole. Rimanere al di qua, non uscire! Impossibile! Come faccio! Sei mio padre… Se non fossi mio padre ti direi che non ti obbedirò. Devo avere la mia libertà! Devo arrangiarmi da solo… devo giudicare da me che cos’è questo mondo di cui tutti voi parlate così male. Non desidero ricchezze e vanità. Se tu vuoi, qui e ora ti prometto che non entrerò mai più in un tempio pagano. Che quando mi passerà accanto una donna nasconderò la faccia nella polvere. Ma devo vedere il mondo. Devo! Devo vedere Alessandria, la grande chiesa madre che è là. E il patriarca, e il suo clero. Se loro possono servire Dio nella città, perché io no? Per il Signore là potrei fare di più di quello che faccio qui… No, non disprezzo questo lavoro. Non sono un ingrato, padre mio… no, no, non ti sarò mai ingrato. Ma io spasimo per andare a combattere. Lasciami andare. Non sono scontento di te, sono scontento di me. Lo so che l’obbedienza è nobile, ma il rischio è più nobile ancora. Se tu il mondo l’hai visto, perché io non dovrei vederlo? Tu sei fuggito dal mondo perché non potevi vivere in mezzo a tutto quel male. E io non potrei fare la stessa esperienza? Di mia volontà allora ritornerei qui per non lasciarti mai più… E tuttavia Cirillo e il suo clero non sono mica fuggiti dal mondo… Il ragazzo adesso ansima in ginocchio. Aspetta le bastonate del buon padre. Le riceverà sottomesso. Come le avrebbe ricevute qualsiasi altro monaco della laura, per quanto venerabile. Perché Pambo è stato eletto padre di tutti i monaci della laura non a caso, ma dopo un lungo periodo di vita comune: nella preghiera, nello studio e nel lavoro. Ed è giusto obbedirlo. E sempre viene obbedito in tutto, secondo ragione e amore. Ed è nello stesso tempo anche un’obbedienza da soldati, più rigorosa di quella che si deve a re e conquistatori. Forse i monaci sono schiavi e vigliacchi? Basta chiederlo ai legionari romani. Risponderebbero che nessun barbaro armato, goto o vandalo, è più tremendo del monaco della Tebaide disarmato.
Il vecchio solleva il bastone, per due volte. E per due volte lo abbassa. Poi si alza lentamente. Lascia Filemone lì, in ginocchio. Si allontana a capo chino, pieno di pensieri, verso la cella del fratello Aufugus.


