Ipazia, scene III e IV

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Nella laura non c’è nessuno che non onori Aufugus. La sua santità ha un alone di mistero, lui è umile e dolce come un bambino. Tra i monaci qualcuno sussurra che un tempo sia stato un uomo importante, che sia venuto da una grande città. Forse dalla stessa Roma. Orgoglio di pensare che tra loro ci sia un uomo che ha visto Roma. Il padre Pambo manifesta rispetto per lui: non gli ha mai dato una bastonata, mai un rimprovero. Lo tratta diversamente dagli altri. Quella volta che Teofilo mandò un messaggero da Alessandria, con la notizia che Alarico aveva saccheggiato Roma, quando in ogni laura tutti furono sconvolti, quella volta Pambo condusse subito l’inviato alla cella di Aufugus, e là rimasero chiusi per tre ore a consultarsi segretamente, e soltanto dopo la notizia mostruosa fu comunicata agli altri monaci. E tutti sanno che allora Aufugus consegnò al messaggero una lettera, scritta di suo pugno. E molti pensano che contenesse segreti della politica mondiale, conosciuti solo da lui. I monaci intenti al lavoro dalle loro celle vedono Pambo che dopo la sfuriata va da Aufugus. Sentono che c’è qualcosa di strano, una faccenda delicata. Confidano che i due santi uomini la risolveranno con saggezza. Rimangono a colloquio più di un’ora, parlano intensamente a voce bassa. Poi si sente un suono più alto, come se i due anziani stessero pregando tra lacrime e singhiozzi. Ogni fratello china la testa, sussurra una preghiera all’Altissimo: possa Colui che essi servono guidarli, vegli Lui sui suoi servi della laura, provveda alla Sua Chiesa, e al grande mondo che ancora è pagano. Filemone sempre in ginocchio, immobile, aspetta la sentenza. «Il cuore conosce la propria amarezza e alla sua gioia non partecipa l’estraneo».
Pambo ritorna alla sua cella, serio e grave come era andato, si siede e dice: Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Sei libero di andare, figlio mio, ma prima seguimi, devi parlare con Aufugus.
Pambo porta Filemone da Aufugus, e lo lascia solo con lui. Il ragazzo si inginocchia. Ama Aufugus, come tutti, e non prova alcun timore né vergogna ad aprirgli totalmente il suo cuore. Il vecchio gli fa alcune domande con gentilezza, lui risponde a lungo e appassionatamente. Aufugus lo interrompe e permette che il giovane a sua volta lo interrompa, conduce il colloquio senza rigidezza e schematismo monastico, elegante affabile e quasi giocoso.
Tertulliano, esclama il ragazzo, e Origene e Clemente e Cipriano, loro sono rimasti nel mondo! Ma anche tanti altri hanno vissuto nel mondo, lavorando e combattendo, senza contaminarsi, pur avendo studiato la scienza e la sapienza dei pagani. E noi onoriamo i loro nomi e li invochiamo nella preghiera. Allora perché io non posso vivere nel mondo? E Cirillo? Cirillo il patriarca non è stato chiamato dalle caverne di Nitria, a sedere sulla cattedra di Alessandria?
Lenta si leva la mano del vecchio, e solleva i capelli dal volto del ragazzo inginocchiato, e lo fissa a lungo con uno sguardo sincero e pietoso. C’è una sorta di melanconia nelle parole di Aufugus. E tu vorresti vedere il mondo, pazzo che sei? E tu vorresti vedere il mondo?
Io vorrei convertirlo, il mondo!
Dovresti conoscerlo, prima. E ti dirò che cos’è quel mondo che ti sembra tanto facile da convertire. Qui nella laura io vivo come un povero monaco sconosciuto. Qui me ne resterò a pregare e digiunare fino alla morte. Sperando che Dio avrà pietà della mia anima. Ma tu non sai nulla di quello che io ho visto. Sì, di quello che io ho visto nel mondo tu non sai nulla, altrimenti vorresti soltanto rimanere qui per tutta la vita.
Arsenio. Io ero Arsenio. Ah, stupido vecchio vanesio che sono! Come se tu potessi conoscere questo nome, che un tempo anche le regine pronunciavano tremando e impallidendo. Vanità delle vanità, tutto è vanità. E anche l’uomo ad un cui cenno mezzo mondo trema, lui un tempo ha tremato ad un mio cenno. Io fui il tutore di Arcadio.
L’imperatore di Costantinopoli?
Eh, sì, figlio mio. L’impero cristiano… A Costantinopoli io ho visto il mondo che tu vorresti vedere. E che cosa ho visto? Quello che anche tu vedrai. Eunuchi che tiranneggiano i loro sovrani. Vescovi che baciano i piedi di parricidi e meretrici. Santi che per una semplice parola fanno a pezzi altri santi, mentre peccatori impenitenti li incitano a questa lotta insensata. Ho visto mentitori ricompensati per le loro menzogne, ipocriti orgogliosi della loro ipocrisia. La gente venduta e massacrata per la malvagità, il capriccio e la vanità di poche persone. Cristiani! Ho visto i poveri venir spogliati di ogni avere, e quelli che li avevano depredati a loro volta spogliati da gente peggiore di loro. Ho visto ogni tentativo di riforma generare scandali più gravi. Ogni atto di pietà dar luogo a nuove crudeltà. Ogni persecutore messo a tacere solo perché anche lui potesse venir perseguitato. Ho visto ogni demonio cacciato con l’esorcismo ritornare con sette altri demoni peggiori di lui. Egoismo e falsità. Lussuria e vendetta. Confusione crescente che anticipa il caos. E ovunque Satana che espelle Satana: dall’imperatore che si trastulla sul suo trono allo schiavo in ceppi che bestemmia.
Se Satana espellesse Satana il suo regno crollerebbe, mormora il ragazzo.
Nel mondo che deve venire. Ma in questo mondo non crollerà, e anzi si espanderà, di peggio in peggio, fino alla fine. Questi sono gli ultimi giorni annunciati dai profeti, l’inizio dei dolori, dolori tremendi, mai provati prima dagli esseri umani. «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo.» Ho visto tutte queste cose per lungo tempo. Anno dopo anno, ho visto tutti questi segni approssimarsi, come si vedono da lontano i turbini di sabbia nel deserto, quelli che ingoiano intere carovane. La marea oscura dei popoli barbari del nord. L’ho prevista. Ho pregato Dio che ci salvasse, ho cercato di aprire le menti. Come capitò a Cassandra, le mie profezie e le mie preghiere caddero nel vuoto. Il mio allievo, il giovane imperatore, respinse i miei ammonimenti. I piaceri della giovinezza e gli intrighi dei cortigiani furono più forti della voce di Dio. Allora abbandonai ogni speranza. Smisi di pregare per la città piena di gloria, perché compresi che la sentenza su di lei era stata pronunciata. L’ho vista nello spirito, come già la vide il santo Giovanni secondo l’Apocalisse. Lei, i suoi peccati, la sua rovina. E un giorno, nel segreto della notte, sono fuggito. Mi sono sepolto qui, nel deserto, per attendere qui la fine del mondo. Giorno e notte, senza interruzione, io prego il Signore affinché completi presto il numero dei suoi eletti e affretti la venuta del suo Regno. Ogni mattina io tremando guardo il cielo, tremando ma pieno di speranza. Spero di vedere nel cielo il segno del Figlio dell’Uomo… Allora il sole sarà oscurato, e la luna diventerà di sangue. Le stelle cadranno dal cielo, e la volta celeste sarà arrotolata come una pergamena, le montagne saranno strappate come erbe. E sarà la fine di tutto. Questo sta per accadere. E tu vorresti andare in quel mondo dal quale io sono fuggito?
Se la mietitura è imminente, risponde il ragazzo, il Signore avrà bisogno di lavoranti. Se i tempi saranno terribili, io sono pronto a fare cose terribili. Lasciatemi andare. Lasciate che quel grande giorno trovi me in quel luogo in cui desidero essere, lo desidero con tutte le mie forze. Il giorno della battaglia del Signore io voglio essere tra i combattenti della prima linea.
E sia obbedita la voce del Signore! Potrai andare. Eccoti una lettera per il patriarca Cirillo. Ti vorrà bene perché sono io a inviarti a lui. Ma credo che ti vorrà bene anche per quello che tu sei. Tu te ne vai per tua libera volontà, ma non contro la nostra. Il padre Pambo e io ti abbiamo osservato a lungo, sapendo che il Signore ha bisogno di persone come te in altri luoghi. Noi qui ti abbiamo soltanto messo alla prova, per vedere la tua prontezza ad obbedire. Perché solo chi sa obbedire potrà anche comandare. Va’, dunque, e il Signore sia con te. Non desiderare oro né argento. Non mangiare carne e non bere vino, ma vivi come sei vissuto fino ad oggi: un Nazir del Signore. Non aver timore di guardare un uomo negli occhi, ma non farlo mai con una donna. Perché le donne sono la sventura dell’umanità, sono le madri di ogni male che io ho visto compiere sotto il sole. Ora vieni, il nostro padre ci aspetta presso la cancellata.
Filemone esita, non si alza, una piena di sentimenti contrastanti, lacrime agli occhi.
No, no, ragazzo. Vieni. Cerca di non spezzare il cuore a noi tutti con un lungo commiato. Prendi dalla dispensa una provvista di datteri essiccati e miglio per una settimana. La barca di papiro è all’approdo, scenderai il fiume con quella. Quando ne avremo bisogno, il Signore ce ne darà un’altra. Sul fiume non parlare con nessun uomo, solo con i monaci di Dio. Quando avrai viaggiato per cinque giorni scendendo la corrente, chiedi dov’è la bocca del canale di Alessandria. Una volta in città, qualsiasi monaco potrà condurti dall’arcivescovo. Mandaci notizie della tua salute tramite qualche sant’uomo. Vieni!
In silenzio i due camminano lungo la valletta fino alla riva del grande fiume. Pambo è già là, i suoi capelli argentati dalla luna sorgente. Con le braccia indebolite spinge lentamente in acqua la barchetta leggera. Filemone si getta ai piedi del vecchio, pianto dirotto, chiede perdono, chiede benedizione. Non abbiamo niente da perdonarti, gli dice Pambo. Devi seguire la voce che ti parla dentro. Se è quella della carne, si vendicherà da sé. Se è la voce dello Spirito, chi siamo noi per opporci a Dio? Buon viaggio.
Nel crepuscolo estivo dorato diventa sempre più piccola la figura del ragazzo sulla barchetta che scende nella corrente. Ancora un istante e cala fulminea la notte d’Egitto, e tutto si oscura. Ma la fredda luce lunare colora di sé il fiume, e le rocce e i due vecchi, inginocchiati sulla riva, appoggiati l’uno all’altro. Piangono e pregano insieme per l’ultima persona amata della loro vita, che hanno appena perduta per sempre.

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