Ipazia, scena II

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Prende la strada del ritorno, il ragazzo senza guida. Strada piena di domande infantili. Vaghe, inarticolate, paurose. Giunge al margine dell’altura sotto cui giace la sua casa. Vista piacevole, quella laura solitaria, quella fila di celle di pietra, sotto la perpetua ombra di quel muro di rocce a sud, tra quei vecchi palmeti. Là c’è una caverna che si dirama: cappella, deposito, ospedale. Vicino risplende al sole il verde degli orti dei monaci: miglio, fagioli, prodotti della terra che l’acqua con cura amministrata e il duro fraterno lavoro strappano alle sabbie. Sono proprietà comune, gioia e cura di tutti, quegli orti, come ogni cosa nella laura. Tranne i sette piedi della cella per dormire. Per il bene comune hanno faticato tanto, i monaci. Portando fango nero dalle rive del Nilo in canestri di palma. Liberando gli spazi dalla sabbia. Seminando il suolo artificiale per un raccolto da spartire tra fratelli. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ognuno di loro lavora a intrecciare canestri, la mente ripiena di pensieri alti, divini. Un anziano monaco porta i canestri ai monasteri dell’altra riva, più grandi e più ricchi. Là li scambia con vesti, libri e oggetti che servono per il culto e lo studio. È il ragazzo che porta laggiù l’anziano, una settimana dopo l’altra, con una barchetta di papiro. E allora pesca, seduto, mentre lo aspetta per il pasto comune. Vita di semplicità e letizia, nella laura. Tutto è metodico e ordinato. Venerabile quasi quanto la Scrittura a cui si ispira. A ciascuno sono dati cibo e vestiario, un ricovero, amici e consiglieri. E una speranza vivente nella provvidenza di Dio Onnipotente. Splende davanti ai loro occhi la speranza di una felicità eterna, indicibile. Splende davanti ai loro occhi questa speranza. Notte e giorno, sempre. Quasi tutti i monaci si sono rifugiati nella laura fuggendo dalle loro città corrotte, violente, mondo di tiranni e di schiavi. Da un mondo in decadenza ad un luogo tranquillo, in cui si medita sulla verità e la giustizia, in cui si prega, in cui tutto è messo in comune, un mondo di fratelli. Ma sono fuggiti… dal mondo in cui Dio li ha posti, sono fuggiti nel deserto. Al fondo di tutto c’è sempre un enigma.
Pambo depone il canestro che sta intrecciando e lo guarda.
Filemone, figlio mio, sei in ritardo, dice.
Si trova poca legna in giro, e ho dovuto andare lontano.
Un monaco, dice Pambo, non dovrebbe rispondere prima che gli sia fatta una domanda.
Davanti al tempio, lassù nella valle…
Nel tempio! Cos’hai veduto là?
Nessuna risposta. Lo sguardo di Pambo fisso, nero. Non sarai entrato? Le abominazioni pagane non avranno destato in te… la concupiscenza?
Io… io non sono entrato… ma… ho guardato.
E che cosa hai visto? Donne?
Filemone cerca parole, non le trova.
Ira del padre. Non ti ho forse ordinato di non guardare mai le donne in faccia? Loro non sono forse le primizie del demonio, da cui ci sono venuti tutti i mali? Non sono la sua trappola più sottile? Non sono maledette per sempre, a causa della colpa della prima di tutte loro, per cui il peccato è entrato nel mondo? Le porte dell’inferno le ha aperte una donna. E da allora fino ad oggi là sono loro le portinaie. Ragazzo sventurato! Che cosa hai fatto!
Ma erano solo dipinte sui muri…
Ah! Dice Pambo con un sospiro. Ma come hai potuto riconoscerle come donne, se non ne hai ancora vista una in faccia? Una di quelle figlie di Eva. A meno che tu non mi abbia mentito in precedenza. Ma no, non credo.
Filemone ha un’ispirazione. Forse… forse erano soltanto diavoli. Sì sì, penso che dovevano essere diavoli. Perché erano così belle.
Ah! E come puoi sapere tu che i diavoli sono belli?
Ecco, una settimana fa stavo facendo scendere in acqua la barca, insieme al padre Aufugus. Sulla riva, non molto vicino, là c’erano due creature… Con lunghi capelli… Nero rosso e giallo sui loro corpi, in basso… e stavano raccogliendo fiori sulla riva. Il padre Aufugus non le ha guardate, ha girato la testa. Ma io… Io non ho potuto fare a meno di pensare che quelle erano le cose più belle che io avessi mai visto. E così gli ho chiesto perché non le avesse guardate. Lui mi ha detto che erano proprio quel genere di diavoli che tentarono il benedetto Antonio, il santo. Allora mi sono ricordato di aver sentito leggere di Antonio. Di come Satana si presentò ad Antonio sotto le sembianze di una donna bellissima, per tentarlo. E così… così… quelle figure sul muro potevano essere… sembravano… E ho pensato che potessero essere…
Vergognoso peccato, mortale. Filemone rosso in volto, balbetta, tace.
E tu avresti pensato che erano belle? Oh, profonda corruzione della carne! Oh, perfida sottigliezza di Satana! Che Dio ti perdoni, povero figliolino mio, come ti perdono io. Di qui in avanti tu non oltrepasserai il muro dell’orto.
Disperato il ragazzo. Non riesce a trattenersi, e gli esce un torrente di parole. Rimanere al di qua, non uscire! Impossibile! Come faccio! Sei mio padre… Se non fossi mio padre ti direi che non ti obbedirò. Devo avere la mia libertà! Devo arrangiarmi da solo… devo giudicare da me che cos’è questo mondo di cui tutti voi parlate così male. Non desidero ricchezze e vanità. Se tu vuoi, qui e ora ti prometto che non entrerò mai più in un tempio pagano. Che quando mi passerà accanto una donna nasconderò la faccia nella polvere. Ma devo vedere il mondo. Devo! Devo vedere Alessandria, la grande chiesa madre che è là. E il patriarca, e il suo clero. Se loro possono servire Dio nella città, perché io no? Per il Signore là potrei fare di più di quello che faccio qui… No, non disprezzo questo lavoro. Non sono un ingrato, padre mio… no, no, non ti sarò mai ingrato. Ma io spasimo per andare a combattere. Lasciami andare. Non sono scontento di te, sono scontento di me. Lo so che l’obbedienza è nobile, ma il rischio è più nobile ancora. Se tu il mondo l’hai visto, perché io non dovrei vederlo? Tu sei fuggito dal mondo perché non potevi vivere in mezzo a tutto quel male. E io non potrei fare la stessa esperienza? Di mia volontà allora ritornerei qui per non lasciarti mai più… E tuttavia Cirillo e il suo clero non sono mica fuggiti dal mondo… Il ragazzo adesso ansima in ginocchio. Aspetta le bastonate del buon padre. Le riceverà sottomesso. Come le avrebbe ricevute qualsiasi altro monaco della laura, per quanto venerabile.  Perché Pambo è stato eletto padre di tutti i monaci della laura non a caso, ma dopo un lungo periodo di vita comune: nella preghiera, nello studio e nel lavoro. Ed è giusto obbedirlo. E sempre viene obbedito in tutto, secondo ragione e amore. Ed è nello stesso tempo anche un’obbedienza da soldati, più rigorosa di quella che si deve a re e conquistatori. Forse i monaci sono schiavi e vigliacchi? Basta chiederlo ai legionari romani. Risponderebbero che nessun barbaro armato, goto o vandalo, è più tremendo del monaco della Tebaide disarmato.
Il vecchio solleva il bastone, per due volte. E per due volte lo abbassa. Poi si alza lentamente. Lascia Filemone lì, in ginocchio. Si allontana a capo chino, pieno di pensieri, verso la cella del fratello Aufugus.

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