Divenire nulla 19

Nella sua densa opera La vita della mente  Hannah Arendt ammonisce a non sottovalutare gli aspetti pericolosi del pensare come strenua ricerca del significato “che implacabilmente dissolve e riesamina sempre di nuovo tutte le dottrine e le regole accettate”. Una ricerca siffatta “può in ogni momento rivolgersi contro se stessa, produrre un rovesciamento dei vecchi valori…”. Con risultati sostanzialmente nichilistici. Il nichilismo comunemente inteso “costituisce in realtà un pericolo inerente all’attività stessa del pensare”, poiché “il pensiero è ugualmente pericoloso per tutti i credi e, quanto a sé, non ne partorisce di nuovi”.

Leopardi sa che non si può pensare e insieme essere nuovi credenti. Poiché chi pensa può pensare solo l’annientante divenire, ogni pensare sfocia nella melanconia, tanto più profonda quanto più il pensiero e l’uomo che lo pensa si avvicinano al sublime.

Come scrive Kant nelle sue Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime, il melanconico “non di rado avverte il tedio di sé e del mondo”. Canetti riporta questo passo di una biografia islamica di Platone: “Amava star solo in solitari luoghi campestri. Dove fosse, il più delle volte lo si poteva capire udendolo piangere. Quando piangeva, lo si poteva udire in deserte contrade di campagna a due miglia di distanza. Piangeva a dirotto”.

Solo l’allontanamento dalla vita, l’assopirsi del pensiero nel sogno profondo, la negazione mortale del divenire – scrive Hermann Hesse nella sua poesia Arrivo a Venezia – fermano il tempo.

Posseduto da un sogno profondo,
assopito dalla morte
qui dorme il tempo
e lontana sembra essere la vita, tanto lontana!

Tutti i problemi si riducono al tempo, scrive in una sua nota Simone Weil.

Nel suo poderoso tentativo di costruzione dei fondamenti di una teologia filosofica, in cui, secondo una ben nota tendenza della filosofia occidentale, di tutte le teologie filosofiche, da Platone ad Heidegger, la pars destruens eccede di gran lunga il discorso positivo, Wilhelm Weischedel distingue un nichilismo ontologico da un nichilismo noologico. Il primo, che scaturisce dalla polemica di Jacobi e dalla visione di Fichte, approda alla completa negazione di ogni realtà. Tutto ha realtà solo nell’Io, ma l’Io stesso si rivela incapace di auto-afferrarsi, si dilegua nelle sue proprie mani, si riduce ad un puro nulla. Il mondo è nulla, l’Io è nulla. L’unica realtà infine è il nulla. Il nichilismo noologico, tentazione di ogni pensante, è l’affermazione dell’assoluta assenza del senso, che investe anche i concreti rapporti della vita. Le domande del tipo che senso ha la vita? Trovano nel nichilismo noologico una risposta di carattere dogmatico: non c’è alcun senso, ultima realtà è il non senso. Unica risposta valida alle questioni poste dal nichilismo, che accampa diritti a buona ragione, secondo Weischedel è l’affermazione del carattere radicalmente problematico della realtà.
È proprio nel concetto di realtà, tuttavia, che Weischedel incontra difficoltà molto gravi. Dopo aver definito reale ciò che viene esperito come autonomamente efficace, egli scrive: ” Può allora essere che per qualcuno risulti vera e reale una cosa, per un altro un’altra. Questo è il punto cruciale nel problema della fondazione di verità e realtà. Ci si può togliere da questo imbarazzo solo discutendo assieme la verità e la realtà dell’oggetto o dell’idea di volta in volta in questione. Questo però non è un rimedio per tutti i mali. Può essere che nel dialogo si pervenga ad un accordo su ciò che autonomamente assale chi discute; allora la comune convinzione di verità e realtà viene raggiunta. Però può anche succedere che non ci si metta d’accordo; allora ciascuno deve seguire la propria verità, perché essa gli si offre irrefutabilmente come esperienza di realtà inattaccabile; si deve allora accettare anche il dolore della separazione e sopportare lo smembramento di verità e realtà”. Questo è bello e democratico. Ma non c’è qui un’aporia? Non si cade nel soggettivismo? Non è sempre la posizione di Didimo Chierico? Le passate interpretazioni del Dio dei filosofi sono tramontate, scrive Weischedel, che propone la sua. Ma: la coscienza che la sua è una interpretazione che solo (e con che fondamento?) può sperare di non tramontare, non la mina dall’interno, associandola all’universale passare di tutte le cose, alla distruttività del divenire? Del resto egli stesso nota come la questione dell’eternità o temporalità di Dio debba rimanere aperta, in quanto in tutta la tradizione filosofica è rimasta irrisolta la questione di una provenienza della temporalità dall’eterno.

Un pensiero su “Divenire nulla 19

  1. Solo l’allontanamento dalla vita, l’assopirsi del pensiero nel sogno profondo, la negazione mortale del divenire – scrive Hermann Hesse nella sua poesia Arrivo a Venezia – fermano il tempo.

    questo estratto è il centro di tutto questo tuo splendido post…
    grazie

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