Maxima-Minima

Maxima-Minima

Come un cielo oscurato in cui balenano luci che possono illuminare o accecare: questo è il libretto Maxima-Minima di Ernst  Jünger (Maxima-Minima. Adnoten zum «Arbeiter», 1964, trad. A. Iadicicco, Guanda 2012). Tre citazioni:

Sarà bene tener d’occhio il tipo di persecutore, non il genere di divisione tra i partiti. I partiti cambiano, la persecuzione rimane. La giustizia segue la politica come gli avvoltoi le campagne degli eserciti. Tutti sono coraggiosi rispetto a colui che giace al suolo. [p. 13] Continua a leggere

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L’eccesso del male

Scrivendo sull’ «eccesso del male» non penso anzitutto alle sofferenze che genera l’ingiustizia sociale, a quelle dei prigionieri nei campi di concentramento, a quelle di interi popoli immolati nelle guerre moderne. Penso alla sofferenza privata. I morti delle catastrofi collettive sono anzitutto singole anime che hanno visto avvicinarsi la morte soltanto per loro.
Denunciando il male nella sua dimensione politica, lo si suppone familiare e facile per la singola anima. Gli si inventa un rimedio della sola misura con cui lo si considera: un rimedio politico. Ma forse il favore di cui gode il pensiero politico nella nostra epoca, sotto l’influenza del marxismo e di tutte le ideologie dell’era delle masse e delle maggioranze, risulta da un indebolimento del pensiero stesso, che la questione dell’anima, della sua perdizione e della sua beatitudine ormai ostacola e intimidisce.

Philippe Nemo, Giobbe e l’eccesso del male, Citta Nuova Editrice 1981, p. 9

Divenire nulla 23 (fine)

Luigi Pareyson, nello splendente capitolo del suo libro su Dostoevskij che ha come argomento il male, mostra come l’ateismo sia la condizione del trionfo del male, il cui fine è la disgregazione e la dissoluzione della personalità dell’uomo nel nulla. Il male, il diábolos, presenta due aspetti che, nel loro apparire in contraddizione, sono indivisibili, e proprio nella loro unità costituiscono la massima insidia. Da un lato il male desidera incarnarsi, assumendo la vita dell’uomo, dall’altro la sua brama si dirige al nulla, che è la sua vera patria, così che esso conduce sempre alla distruzione. Il male infatti non avendo una realtà propria, è parassita dell’uomo. Il diavolo demitizzato di Pareyson e Dostoevskij è lo spirito del nulla, la minaccia del non essere contro l’anima dell’uomo, che continuamente lo persuade ad abbandonarsi al nulla, in tutte le varie forme in cui questo è possibile. Questo è il processo del male: anzitutto esso si installa nell’essere finito (nella biblica creatura), e lo spinge a rifiutare la presenza dell’assoluto nel finito, operando quindi un rovesciamento dei segni: da negativo ad affermativo, così che, facendosi passare per bene, il male sostituisce il finito all’assoluto, divinizzando ciò che è per se stesso mera creatura. Ne segue che l’essere umano è insediato al posto di Dio, annullandosi così le fondamentali differenze ontico-morali tra Dio e uomo da una parte, e male e bene dall’altra. L’uomo in questo modo si divinizza, e diventa lui la soggettiva fonte del bene e del male. Ha mangiato il frutto dell’albero del Desiderio, ed ora è nudo, e in preda al mimetismo scatenato. Il Serpente, indicando alla donna il frutto proibito, aveva aperto la strada della mimesi, il peccato originale dell’uomo: il desiderio dell’annullamento della Differenza, la porta del nulla. Continua a leggere

Divenire nulla 22

Ma il silenzio non è meno ambiguo della parola. Poiché esso può essere il portavoce del nulla. Così André Neher intitola un passaggio del suo libro L’esilio della parola. L’Essere, secondo Neher, può all’improvviso ricordarsi della sua originaria parentela col Nulla, e allora appare “il Silenzio – il grande solenne silenzio-inerzia – non come una passeggera sospensione della parola, ma come il portavoce dell’invincibile nulla. Allora il Silenzio sostituisce la Parola, perché il Nulla è ridiventato il luogo-tenente dell’Essere”. Continua a leggere

Divenire nulla 21

Il Nulla è stato assai loquace, negli ultimi due secoli di letteratura. Di questa loquacità, e dei sensati discorsi di ogni genere – letterario e non – argomentanti la non sensatezza del tutto, si scorge anche in queste poche pagine tutto il vigore.
Come risposta alle molte parole del Nulla, forse, l’unica parola oggi possibile per noi, ambigui amanti dell’Essere, dovrebbe sottrarsi al vaniloquio dell’ottimismo positivo, che necessariamente confluisce nell’accettazione dei valori della tecnica scatenata e dominante, e che quindi del nichilismo è la falsa alternativa, sempre insieme vincente e sconfitta. Dovrebbe aprirsi ad un silenzio duro, e solido come il nulla che sta. Mi piace intravedere un barlume di questa parola nella poesia di Yves Bonnefoy La voce di quel che distrusse : Continua a leggere

Divenire nulla 20

La melanconia gioca col tempo dell’uomo di cui si è impadronita, e gli fa contemplare la scena futura che non vedrà mai con gli occhi del corpo, quella del proprio sepolcro. Da Properzio a Petrarca, da Leopardi a Sbarbaro si può verificare la stretta associazione del sentimento del divenire con l’idea della propria tomba, e del sonno col nulla. Ad esempio, scrive Camillo Sbarbaro in Pianissimo:

Vieni consolatrice degli afflitti.
Abolisci per me lo spazio e il tempo
e nel nulla dissolvi questo io.

Quando si dorme non si sa più nulla.

E scrive ancora:

… E penso la mia morte
e vedo me già steso nella bara
troppo stretta fantoccio inanimato…
Quant’albe nasceranno ancora al mondo
dopo di noi!
Di ciò che abbiam sofferto
di tutto ciò che in vita ebbimo a cuore
non rimarrà il più piccolo ricordo. Continua a leggere

Divenire nulla 19

Nella sua densa opera La vita della mente  Hannah Arendt ammonisce a non sottovalutare gli aspetti pericolosi del pensare come strenua ricerca del significato “che implacabilmente dissolve e riesamina sempre di nuovo tutte le dottrine e le regole accettate”. Una ricerca siffatta “può in ogni momento rivolgersi contro se stessa, produrre un rovesciamento dei vecchi valori…”. Con risultati sostanzialmente nichilistici. Il nichilismo comunemente inteso “costituisce in realtà un pericolo inerente all’attività stessa del pensare”, poiché “il pensiero è ugualmente pericoloso per tutti i credi e, quanto a sé, non ne partorisce di nuovi”. Continua a leggere

Divenire nulla 18

È forse nel primo testo occidentale che narra il Fallimento, l’Epopea di Gilgamesh,  sempre presente a Elias Canetti [“… incontrai Gilgamesh, che più di ogni altra cosa ha determinato la mia vita, il suo senso più segreto, la sua fede, la sua forza e le sue attese”], che appare la piena coscienza dell’orrore che agli occhi dell’uomo è portato dall’annientante divenire, di cui costituisce, in verità, l’essenza. Proprio nella forma dell’orrore si manifesta la percezione dell’irrevocabile perdita, quando l’eroe Gilgamesh, che non si è rassegnato alla morte dell’amico Enkidu, e ne ha vegliato insonne il cadavere, scorge vermi scendere dal naso di lui. Continua a leggere

Divenire nulla 17

Qualcosa di paragonabile non avviene già nel poeta persiano Omar Khayyam (sec. XI – XII), essendo polvere e vuoto la prospettiva finale di ogni malinconia del divenire? Dice la quartina 29:

Poi che vacuo vento ci resta di ogni cosa ch’esiste,
Poi che difetto e sconfitta colgono al fine ogni cosa,
Considera bene: ogni cosa che è, è in realtà nulla;
Medita bene: ogni cosa ch’è nulla, è in realtà tutto.

 [Quartine, trad. A. Bausani, Einaudi 1979, p. 13] Continua a leggere

Divenire nulla 15

Scrive Max Horkheimer: “Gli uomini sono muti, anche se apparentemente parlano e parlano. Ma si dimentica troppo facilmente che il linguaggio è morto perché l’individuo che parla all’altro non ha più nulla da dire come singolo individuo … ossia è impotente, non può far nulla, non fa nulla, non conta nulla” [Taccuini, Marietti 1988, p. 170]. E che ne è di chi – comunque – parla? Anche il parlare del filosofo è sospetto. “Che il filosofare parlato e persino scritto – per quanto profondo o acuto possa essere – suoni sempre un poco sciocco, è cosa evidente (…). Quando si tratta della verità, solo il silenzio salvaguarda l’autocontrollo, ogni parola è lamento prolisso, sempre inopportuno”. [Ivi, p. 9] Questa crisi della parola è presente in qualche modo anche a Leszek Kolakowski, che inizia così la sua opera Orrore metafisico [Il Mulino 1990]: “Un filosofo moderno che non abbia mai provato l’esperienza di sentirsi un ciarlatano è uno spirito così misero che sicuramente il suo lavoro non varrà la pena di essere letto”. Continua a leggere