Divenire nulla 17

Qualcosa di paragonabile non avviene già nel poeta persiano Omar Khayyam (sec. XI – XII), essendo polvere e vuoto la prospettiva finale di ogni malinconia del divenire? Dice la quartina 29:

Poi che vacuo vento ci resta di ogni cosa ch’esiste,
Poi che difetto e sconfitta colgono al fine ogni cosa,
Considera bene: ogni cosa che è, è in realtà nulla;
Medita bene: ogni cosa ch’è nulla, è in realtà tutto.

 [Quartine, trad. A. Bausani, Einaudi 1979, p. 13]

Come in Leopardi, [Si considerino Silvia, Nerina, e le giovani e belle donne delle Sepolcrali] la spina del divenire è resa acuminata in Khayyam dall’esperienza del passare della bellezza giovanile, del suo annientamento. Ad esempio, nella quartina 51 si legge:

Ogni erba che cresce gioiosa in riva al ruscello,
Diresti, è peluria spuntata da angeliche labbra.
Attento, il piede non porre sopra quell’erba a disprezzo:
È nata quell’erba da tombe di belle dal volto di fiore.

[Op. cit., p. 20]

E per fare un ulteriore salto, ma verso il nostro tempo, anche in G. Trakl (1887 – 1914) è presente lo stretto nesso tra l’abbattimento della bellezza innocente e speranzosa e la perdita del Senso. In De profundis [Poesie, con trad. di E. Pocar, Rizzoli 1974, p. 37] come silenzio di Dio e come eclissi della luce, che non può più promanare dalla parola poetica.

Un’ombra io sono lontano da tetri villaggi.
Dalla fonte silvana
Ho bevuto il silenzio di Dio.
Sulla mia fronte si posa freddo metallo.
Ragni mi frugano il cuore.
C’è un lume che nella mia bocca si spegne.

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