Divenire nulla 23 (fine)

Luigi Pareyson, nello splendente capitolo del suo libro su Dostoevskij che ha come argomento il male, mostra come l’ateismo sia la condizione del trionfo del male, il cui fine è la disgregazione e la dissoluzione della personalità dell’uomo nel nulla. Il male, il diábolos, presenta due aspetti che, nel loro apparire in contraddizione, sono indivisibili, e proprio nella loro unità costituiscono la massima insidia. Da un lato il male desidera incarnarsi, assumendo la vita dell’uomo, dall’altro la sua brama si dirige al nulla, che è la sua vera patria, così che esso conduce sempre alla distruzione. Il male infatti non avendo una realtà propria, è parassita dell’uomo. Il diavolo demitizzato di Pareyson e Dostoevskij è lo spirito del nulla, la minaccia del non essere contro l’anima dell’uomo, che continuamente lo persuade ad abbandonarsi al nulla, in tutte le varie forme in cui questo è possibile. Questo è il processo del male: anzitutto esso si installa nell’essere finito (nella biblica creatura), e lo spinge a rifiutare la presenza dell’assoluto nel finito, operando quindi un rovesciamento dei segni: da negativo ad affermativo, così che, facendosi passare per bene, il male sostituisce il finito all’assoluto, divinizzando ciò che è per se stesso mera creatura. Ne segue che l’essere umano è insediato al posto di Dio, annullandosi così le fondamentali differenze ontico-morali tra Dio e uomo da una parte, e male e bene dall’altra. L’uomo in questo modo si divinizza, e diventa lui la soggettiva fonte del bene e del male. Ha mangiato il frutto dell’albero del Desiderio, ed ora è nudo, e in preda al mimetismo scatenato. Il Serpente, indicando alla donna il frutto proibito, aveva aperto la strada della mimesi, il peccato originale dell’uomo: il desiderio dell’annullamento della Differenza, la porta del nulla.

Nel romanzo Chiarori di G. Tunström, Il vecchio Halldór, in una delle sue ultime toccanti lettere al figlio, esprime bene la percezione della caduta totale del senso, orribile in chi come lui da giovane aveva in sé tal forza trasfiguratrice da creare donne-fate-fantasmi, fylgje, con la luce della luna. Il Tempo, che egli cerca “di far turbinare”, non risponde. Parole e ricordi sono svaniti. “Dimentico tutto, come proprio ora ho dimenticato le parole dei salmi che un tempo mi erano tanto chiare. ‘Sorge il sole all’orizzonte / e cosparge d’oro il cielo…’ Cosa viene dopo? Ci ho pensato tutto il giorno. Già, un tempo le parole calavano nella mia testa dalla parete dove erano come incise in oro. È come se avesse piovuto a lungo sulla parete, si fossero formate crepe, fossero cadute delle scaglie e fossero state inghiottite dalle cloache del ricordo. ‘Sorge il sole all’orizzonte / e cosparge d’oro il cielo…’ Non ho nemmeno un libro dei salmi da consultare. Non possiedo – mi rendo conto a un tratto – nemmeno un Testo Sacro. Nessun Testo Sacro: mi vengono i brividi”.

Come ha mostrato René Girard, il sacro nasce dalla violenza mimetica, dal caos insensato, come ordine che instaura il rito, rito che sempre si serve di piccole dosi di violenza per differire quella generale e indifferenziata. E col sacro nasce il segno, il mondo della trascendenza, di ciò che dura oltre la transitorietà di quel che è significato. La moderna e postmoderna distruzione del sacro tradizionale non riesce a sostituire alla struttura di senso fondata su di esso alcunché di pari validità nel differimento della violenza. Che quindi non può che dilagare, annientando parole e vite. Trasferendosi dal ciclopico scontro armato delle potenze alla banalità del quotidiano. Né vale l’elegiaco rimpianto del passato.

Dio e il Nulla sono dunque due nomi di Ciò-Colui che non si può nominare. E chi più sente il Nulla più sente la presente assenza di Dio. Il cieco di Oltre il confine, lo straordinario romanzo di Cormac McCarthy, dice al giovane Billy, colui che attraversa e riattraversa il confine: “l’immagine del mondo è l’unica cosa che gli uomini possiedono, e questa immagine è pericolosa. Ciò che era stato dato loro per aiutarli a farsi strada nel mondo è anche in grado di accecarli e non far più vedere loro dove sia la vera strada. La chiave per il paradiso ha il potere di aprire le porte dell’inferno. Il mondo che l’uomo immagina essere il ciborio di tutte le cose divine si trasformerà davanti a lui in nient’altro che polvere. (…) Lo que debemos entender, disse il cieco, es que ultimamente todo es polvo. Todo lo que podemos tocar. Todo lo que podemos ver. En éste tenemos la evidencia más profunda de la justicia, de la misericordia. En éste vemos la bendición más grande de Dios”. La luce del nulla.

13 pensieri su “Divenire nulla 23 (fine)

  1. questo nulla di cui Fabio ha parlato con tanti suggestivi interventi, è, ed è fascinoso. che sia anche il male alla fine, è proprio vero, secondo me. Agostino è arrivato a questa identificazione non perché pensasse che tutto sommato il male (non) è nulla, al contrario, perché aveva vissuto la terribile potenza e l’attrazione del male. Nelle lettere di Berlicche, alla fine, il diavolo che ha mostrato tanto acume, intelligenza, perfino umorismo, diventa nulla. Non so se ricordo bene, ma è la sua punizione oltre ad essere la sua natura. Trovo tutto il percorso di Fabio: divenire nulla, estremamente importante. Lo pregherei di continuare sull’argomento, se vuole. Anche se quest’articolo è una bella pagina conclusiva.

  2. Alla brezza del giorno e fin dall’inizio l’invisibile rivolge all’uomo una domanda terribile: “Dove sei?”. Adamo, che sviato dalla parola del serpente ha appena saputo di essere nudo e si è nascosto in un cespuglio o groviglio di parole, non sa rispondere.

    Quello che prova mentre cerca di parlare a Dio sulla sua ‘linea telefonica speciale’ è la vertigine del come cominciare. Lo opprime la sensazione, o piuttosto la concreta percezione di un atto indicibile. E l’afasia è un pugno che paralizza il petto e toglie il respiro, proprio sotto la gola. Palpitazioni, un vuoto allo stomaco bloccato da una palla di ferro, malessere che cresce sordamente… Ma cos’è questa “caduta”, questa modesta deviazione della luce se non un ‘continuo mal di mare in terra ferma’? Forse è il sentimento che sorge dal sospetto di essere ridotto al suo corpo di carne e sangue – una cosa, perlomeno così gli pare, con un cervellino dalle possibilità piuttosto limitate.

    “Dove sei?”. Nella carne prudente, impaurita e che invecchia, mentre sull’anima si appicica una specie di ventosa. Se fossimo in un fumetto, Adamo farebbe “gulp!” ed Eva gli farebbe eco muovendo nervosamente le dita dei piedi ( “gulp! gulp!) – ma non siamo finiti in un fumetto, non ancora, siamo in un libro che, come tutti i libri o i blog, presuppone un abisso… Per la prima volta, Adamo ha incontrato l’angoscia e l’oscillazione di una coscienza che lucidamente – perlomeno così gli pare – lo separa da Dio e dal meraviglioso giardino, da Eva e da se stesso. E dove cala l’ombra, affiora il dolore di dover essere altrove, sempre altrove, una creatura ferita e tagliata dal “prima” e dal “poi” in una struttura di morte dove non si resta e niente permane. Se non forse una macchia. Non è forse vero che alla fine noi tutti lasciamo una macchia?

    Eccolo tagliato via dalla beata e immacolata unicità della Realtà, come rinchiuso in una piccola idea della relazione con se stesso, con gli altri e con l’universo. “Ma quando mai ho aperto quella porta e sono entrato in giardino per consumare il pranzo della vita dalla frutta, dal Frutto Proibito?”. Come uno di quei disertori che in certi film hollywoodiani si vedono aggirarsi nei pressi dei villaggi bombardati, avendo perso il contatto con il quartier generale e non sapendo quando, come e perché sia cominciata la guerra, Adamo attende su una soglia di sapere dove andare e nel frattempo riflette il suo ghigno beffardo allo specchio dove appare il suo simile: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».

    Fu qui, probabilmente, che Eva, mordendo il vuoto con piccoli denti, si sentì improvvisamente sola. In ogni caso, laggiù andò per sempre persa una mela verde e l’antica innocenza – un’innocenza forse ancora più antica e criminale della colpa? E’ quello che dal cespuglio accanto sembrano dire gli strilli di Eva: “ Carogna e traditore, fai pure la spia dopo aver mangiato la castagna?”. Segue un “senti” che non promette niente di buono: “ S-e-n-t-i, da oggi voglio cespugli separati, ma perché tu devi avere il tuo cespuglio e io non posso avere il mio cespuglio se mi va?”. Seguono i lamenti degli angeli stupefatti, che simili a strepiti di uccelli tropicali riempiono di pianti il Paradiso.

    Fra poco l’espulsione ( tutti siamo stati abbandonati ed espulsi, anche se abbiamo voluto dimenticarlo) e poi l’Eden si chiuderà definitivamente alle spalle dei due e della loro discendenza che non cessa di nascondersi.

    “Dove sei?”. Non è facile per l’uomo dire “eccomi!”, uscendo nudo come un’anima fuori dal cespuglio e i grovigli e gli abissi fabbricati dal pensiero. Ma cos’è il pensiero di Adamo se non una figura dell’angoscia? Mancando l’essere e credendo di essere pensando l’essere ( cosa di un’illusione totale) il primo degli uomini Il primo degli uomini non ha risposto e ci ha trasmesso – attraverso il “mito” della Genesi – la colpa primaria: non saper rispondere dal luogo detto della parola vera. In una oscillazione continua – nella vita e persino in sogno – ogni volto è cerchiato dal sudore dell’angoscia e della fuga di Adamo in un giro senza fine di travestimenti multipli…

  3. Caro Fabio,
    in effetti la lettura di Pareyson e quella di Girard sono fondamentali per capire un po’ di Dostoevskij e di nichilismo.
    Così come il Geremia che faccio trascrivere sul diario ai miei alunni: “Poiché seguirono il nulla, diventarono nulla”.
    Ti seguo spesso con tanto interesse, anche se non lascio commenti,
    Paolo

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