Divenire nulla 15

Scrive Max Horkheimer: “Gli uomini sono muti, anche se apparentemente parlano e parlano. Ma si dimentica troppo facilmente che il linguaggio è morto perché l’individuo che parla all’altro non ha più nulla da dire come singolo individuo … ossia è impotente, non può far nulla, non fa nulla, non conta nulla” [Taccuini, Marietti 1988, p. 170]. E che ne è di chi – comunque – parla? Anche il parlare del filosofo è sospetto. “Che il filosofare parlato e persino scritto – per quanto profondo o acuto possa essere – suoni sempre un poco sciocco, è cosa evidente (…). Quando si tratta della verità, solo il silenzio salvaguarda l’autocontrollo, ogni parola è lamento prolisso, sempre inopportuno”. [Ivi, p. 9] Questa crisi della parola è presente in qualche modo anche a Leszek Kolakowski, che inizia così la sua opera Orrore metafisico [Il Mulino 1990]: “Un filosofo moderno che non abbia mai provato l’esperienza di sentirsi un ciarlatano è uno spirito così misero che sicuramente il suo lavoro non varrà la pena di essere letto”.

Josy Eisenberg ed Elie Wiesel, nel loro teso dialogo-commento sul libro di Giobbe, dopo aver citato il celebre versetto di Qoelet (4, 2) “E più felici ancora di quelli che sono morti sono coloro che non sono mai nati”, affrontano il passo in cui Giobbe invoca per sé il non-essere (Giobbe, 3, 13-26). Ove si legge, tra l’altro: “Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più d’un tesoro, che godono alla vista d’un tumulo, gioiscono se possono trovare una tomba…?”. Per i due rabbini la morte non è oggetto di romantica fascinazione, ma l’ultima prova. Dice Wiesel: “Come un’ultima prova, sì… e questo ci allontana dal lirismo. Ma io capisco molto bene che possa esservi una specie di bellezza nel cantare la morte. Il romanticismo che altro è se non il fascino della morte?” [J. Eisenberg, E. Wiesel, Giobbe o Dio nella tempesta, SEI 1989]

Il grande scrittore ebreo chiama in causa Unamuno, che durante la guerra di Spagna, ricevendo all’Università di Salamanca il generale falangista autore della celebre espressione viva la morte!, gli disse: “Lei è un imbecille! (…) Sappia che nel luogo in cui si trova simili discorsi non hanno valore: qui osserviamo solo il culto della conoscenza, il che significa solo il culto della vita”. Non si tratta, ovviamente, per Unamuno, di una conoscenza di tipo razionalistico. E tuttavia la sua nobile proclamazione non sembra appartenere pienamente alla Modernità.

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