Paradiso e inferno

Paradiso e inferno

Epico, lirico, metafisico, il romanzo di Jón Kalman Stefánsson Paradiso e inferno (Himnaríki og helvíti, 2007, trad. it. di S. Cosimini, Iperborea 2011) è il primo di una trilogia. Le condizioni estreme della vita nell’Islanda dell’Ottocento si addicono alla messa in scena di ciò che negli umani è essenziale. Qui il nodo fondamentale è quello della profonda amicizia di due giovani, pescatori di merluzzi per necessità, ma vocati alla parola e alla poesia, Bárður e colui che viene sempre chiamato il ragazzo. Entusiasta per aver avuto in prestito la traduzione islandese del Paradiso perduto e bramoso di mandarla a memoria, quando i due escono nella gelida notte a pescare su una barca scoperta insieme ad altri quattro uomini, Bárður dimentica a casa la preziosissima cerata, indispensabile per sopravvivere in caso di maltempo, e finisce per morire congelato. La voce narrante del romanzo è quella di un gruppo di morti che conducono una sorta di esistenza sospesa ed esprimono una saggezza desolata.

«Ci sono poesie che ti portano in luoghi dove le parole non arrivano, e neanche i pensieri, ti portano dritte all’essenza stessa, la vita si ferma per lo spazio di un istante e diventa bella, limpida di rimpianti e di felicità. Poesie che ti cambiano la giornata, la notte, la vita. Poesie che ti portano a dimenticare, a dimenticare la tristezza, la disperazione, ti dimentichi la cerata, il gelo si impadronisce di te, preso! e sei morto. Chi muore si trasforma immediatamente in passato. Poco importa quant’era importante, quanta bontà o quanta voglia di vivere avesse, o come sia impensabile l’esistenza senza di lui: la morte dice preso! e la vita svanisce in un secondo e la persona si trasforma in passato. Tutto quello che era legato a lei diventa un ricordo che lotti per conservare, che è un tradimento dimenticare. Dimenticare il suo modo di bere il caffè. Il suo modo di ridere. Il suo modo di alzare gli occhi. Eppure lo dimentichi. È la vita che lo pretende. Dimentichi a poco a poco, ma con costanza, e può essere talmente doloroso che fa male al cuore.» (pp. 97-98)

Il ragazzo decide di morire anche lui, ma prima va a restituire il Paradiso perduto a colui che lo aveva prestato al suo amico, in un borgo di 800 abitanti che in confronto al villaggio dei pescatori sembra una metropoli. La morte di Bárður segna in effetti una cesura della narrazione in due parti. Ciascuna di esse è abitata da personaggi ben scolpiti, tra i quali alcune donne con ruoli decisivi nella vicenda del ragazzo, perché questo è anche un bildungsroman. Una storia di formazione che mostra la letteratura anzitutto come lotta contro l’annullamento e l’oblio:

«La gente vive, ha il suo momento, i suoi baci, le risate, gli abbracci, le sue parole dolci, le sue gioie e i suoi dolori, ogni vita è un universo che poi crolla su se stesso e non lascia niente dietro di sé se non pochi oggetti resi preziosi e attraenti dalla scomparsa del proprietario, diventano importanti, a volte sacri, come se un frammento di quell’esistenza che è sparita si fosse trasferita sulla tazza del caffè, sulla sega, sulla spazzola, sulla sciarpa. Ma tutto alla fine svanisce, i ricordi si cancellano e tutto muore. Dove prima c’era la vita e la luce adesso c’è il buio e l’oblio.» (pp. 44-45)

Romanzo postmillenniale, Paradiso e inferno è un libro severo, che tuttavia non indulge al morbido nichilismo in cui è tuttora invischiata la narrativa italiana. Esso è anche una riflessione sulla potenza della parola, sul segno paradossale degli umani, e sulla sua apertura e ambivalenza originaria.

«Le parole possono avere il potere dei troll e possono abbattere gli dei, possono salvare la vita e annientarla. Le parole sono frecce, proiettili, uccelli leggendari all’inseguimento degli dei, le parole sono pesci preistorici che scoprono un segreto terrificante nel profondo degli abissi, sono reti sufficientemente grandi da catturare il mondo e abbracciare i cieli, ma a volte le parole non sono niente, sono stracci usati dove il freddo penetra, sono fortezze in disuso che la morte e la sventura varcano con facilità» (p. 215).

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