Ricordi di mia madre

È un libro sulla vecchiaia delle persone care, questo Ricordi di mia madre di Inoue Yasushi (1964-1974, trad. it. di L. Origlia, Adelphi 2010). Tre testi sulla vecchiaia della madre dello scrittore, come lenta consumazione della psiche, dello svanire della memoria, in cui restano solo isole separate da mari di oblio. Sulla vecchiaia che proprio per il dissolversi delle strutture psichiche porta a comportamenti fastidiosi per gli altri, a difficoltà di convivenza, ad uno straniamento progressivo che tutto l’affetto dei figli non riesce a contrastare.

Traspare l’infinita tenerezza del figlio nella scrittura nitida e controllata di Yasushi.

Lei aveva dimenticato tutti i ricordi piacevoli. Ma in egual modo aveva perso anche quelli penosi. Era svanito il ricordo d’essere stata amata dal babbo e di averlo amato, ma anche quello di essere stata vissuta come un fastidio e di aver trattato lui con freddezza. In questo senso ogni rapporto, fatto di dare e avere, tra lei e mio padre si era cancellato, purificandosi. Non era possibile definire «fatica» l’andare incontro al babbo, il lucidargli le scarpe e preparargli la colazione. Senza dubbio, da giovane, anche mia madre non li aveva considerati un sacrificio. E tuttavia con il trascorrere degli anni, così come si forma dopo lungo tempo una coltre di polvere, quelle azioni dovevano essersi accumulate con un certo peso sulle spalle della mamma. Forse gravava su di lei la polvere che la vita, quasi per caso, deposita giorno per giorno sulle spalle degli uomini. Rimandai a più tardi il momento in cui avrei esposto questi pensieri a mio fratello. Eravamo fermi sotto i ciliegi. Una miriade di fiorellini perfettamente sbocciati si dispiegava sopra le nostre teste come un ombrello. Le intense luci non giungevano fin lì. Accanto c’era solo un lampione, i fiori erano avvolti da una leggera oscurità, in cui assumevano una tinta soffusa di viola. In quel momento mi balenò nella mente un altro pensiero, come a inseguire il primo. Forse la polvere si deposita  solo sulle spalle delle donne: forse è qualcosa che in una lunga vita matrimoniale il marito dà solo alla moglie, qualcosa di estraneo all’amore o all’odio. Giorno dopo giorno una sorta di rancore, che rancore non è, si accumula sulle spalle delle mogli. E così l’uomo diventa colpevole, la donna vittima. (pp. 45-46)

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