Il derviscio e la morte

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Baldini & Castoldi ha ripubblicato qualche anno fa uno dei grandi romanzi del secondo Novecento, Il derviscio e la morte di Meša Selimović (a cura di L. Costantini).
E già non lo si trova più.
Storia di una vendetta, del crescere graduale di un odio feroce nell’anima di un derviscio (una sorta di “frate” musulmano) di Bosnia, come tutti i grandi romanzi l’opera dello scrittore serbo apre uno squarcio nel cuore dell’umano, dove si annida quella malvagia passione del distruggere e dell’essere distrutto che ha nome violenza. Il derviscio di Selimović è un derviscio per modo di dire. La sua interiorità non è certo quella di un vero esponente dell’ordine religioso, ma piuttosto quella di un intellettuale del Novecento, di un tipico intellettuale del Novecento, quale si presenta in innumerevoli romanzi dell’ultimo secolo: in contrasto col potere dominante, verboso, tormentato, inconcludente, fortemente risentito e infine sconfitto. La collocazione storica della vicenda bosniaca…

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I libri della mia vita

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copEd ecco una citazione da un adorabile librettino di Varlam Šalamov, edito da Ibis (Como – Pavia) nel 1994, nella collana Minimalia, tradotto da A. Pasquinelli (vedo che è stato riedito nel 2012). I libri della mia vita. L’autore dei terribili e bellissimi Racconti di Kolyma dice qui del suo rapporto ai libri, un rapporto vitale. C’è più sapienza e più dolore in queste poche pagine che in tutta la letteratura e in tutta la testimonianza sui lager tedeschi e sovietici che è stata scritta nel Novecento.

Ho sempre comperato dei libri, un poco alla volta, non fosse che uno ogni mese, ogni due mesi. Quando mi sono sposato, pensavo che sarei stato in grado di raccoglierne per me, da poter annotare, piegarne le pagine, stropicciare e sciupare, lisciarne le rilegature, cogliendo quel fruscio più grato dello stormire delle foglie nel bosco, quello delle pagine di un libro. Pian piano…

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Vere presenze

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Leggo in Vere presenze di George Steiner (1989), pubblicato in Italia da Garzanti nel 1992 nella traduzione di C.Béguin:

C’è un giorno particolare nella storia occidentale che non viene menzionato né dalla tradizione storica, né dal mito, né dalla Sacra Scrittura. È un sabato. Ed è diventato il più lungo dei giorni. Sappiamo di quel Venerdì Santo che il cristianesimo ritiene sia stato quello della Crocefissione. Ma anche il non cristiano, l’ateo, lo conosce: conosce l’ingiustizia, la sofferenza interminabile, lo spreco, l’enigma brutale della fine, che rappresentano una parte così vasta non soltanto della condizione umana, ma della trama quotidiana delle nostre vite individuali.

Conosciamo ineluttabilmente la sofferenza, la sconfitta dell’amore, la solitudine che formano la nostra storia e il nostro destino personale. Sappiamo anche cosa sia la domenica. Per il cristiano, questo giorno significa un presagio, a un tempo sicuro e precario, evidente e oltre il nostro intendimento, della…

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La sola idea di te

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La sola idea di te, di Rosie Alison (The Very Thought of You, 2009, trad. it. di C. Brovelli, Neri Pozza 2011). Un romanzo in cui sono casualmente incappato durante una delle mie rare incursioni nel reparto dei libri a metà prezzo di una libreria di Treviso. In copertina è riportato un giudizio del Times : “Un romanzo misterioso e splendido in maniera straziante”. Ci sono cascato, e l’ho letto fino alla fine, concludendo tuttavia che chi ha scritto quelle parole doveva essere un po’ annebbiato dal gin. Potrei al massimo concedere che possa costituire una piacevole lettura sotto l’ombrellone, ma nulla di più. Si tratta di un testo costruito per piacere ad un ampio pubblico, e vendere. In ciò nulla di male, tuttavia non è il mio genere. Scrittura facile, protagonisti principali una bambina e un affascinante lord in sedia a rotelle, amori tragici e molte morti, e ricorso a vari ingredienti da polpettone sentimentale. Narratore onnisciente che conosce persino ciò che passa nella mente dei personaggi mentre muoiono. Trucchetti narrativi vari (come lettere che saltano provvidenzialmente fuori dopo molti anni a risolvere problemi esistenziali), e parte finale tirata via grossolanamente. Ma si stampano romanzi molto peggiori, diciamo.

Ninfa moderna

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Di Georges Didi-Huberman avevo già letto Aprire Venere, con grandissimo piacere intellettuale, uno di quei libri che aprono abissi. Questo Ninfa moderna. Saggio sul panneggio caduto (Ninfa moderna. Essai sur le drape tombé) è del 2002, la traduzione di A. Pino per Abscondita in cui mi sono imbattuto è del 2013. La prosa saggistica di Didi-Huberman ha un carattere particolare, una sua inconfondibile tonalità : densa e avvolgente, coltissima, a tratti sfiora la poesia, suscitando infiniti echi nel lettore. Per quel che mi riguarda, il tema della Ninfa e del panneggio, così centrale in tutta l’arte pittorica occidentale, mi ha sempre affascinato fin da bambino. Ora penso che la domanda fondamentale che mi ponevo allora contemplando quadri e affreschi – come possono camminare e fare le cose con quelle stoffe che fanno tutti quei giri, che arrivano ai piedi, che li avvolgono come spire? –  era una domanda ingenua sì, ma aveva un senso, e poteva aprire un problema centrale: di che realtà parlano i quadri? Ma si tratta di una domanda che, assunta nella sua radicalità originaria, non troverà mai una risposta coerente e condivisa nei saggi critici come questo, e va riposta.
Ninfa moderna è ricco di un apparato iconografico ampio e articolato, in cui il bianco e nero delle foto novecentesche le assimila alle immagini dei quadri di Tiziano e altri grandi pittori, anch’esse qui riportate in bianco e nero, aprendo involontariamente (credo) e non affrontando un’altra questione che a me parrebbe gravissima, quella del significato, nel panneggio, del colore e della sua assenza.

La Bibbia

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L’edizione Rizzoli che ho comprato è del 2009. Tre racconti (1962, 1964 e 1973). Il primo, La Bibbia dà il nome al libro ed è un mini-romanzo di formazione. Formazione di un ragazzino che a me non piace: uno che giocando col suo cagnolino reagisce ad un piccolo morso con una scarica di colpi di vanga (e non dalla parte del manico). Un libro duro, grande scrittura.

Storie di pascolo vagante

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Sembrano alieni, residui di un mondo millenario ormai scomparso, i pastori vaganti le cui greggi ogni tanto vediamo ai margini di una strada. Con questo suo libretto edito da Laterza nel 2016, Storie di pascolo vagante, Marzia Verona ci introduce in un modo di vita che appare lontanissimo, ma che continua a coinvolgere e appassionare molti, anche giovani. E infatti di passione si tratta, ed è passione quella che spinge l’autrice, laureata in scienze forestali, a condividere per anni quel modo di vita, a farsi pastora tra i pastori. La sua esperienza la narra in pagine asciutte, non elegiache, spoglie di ogni retorica nostalgica e idealizzante, estremamente concise e attente ai fatti. Tra passione, economia, vincoli burocratici, incomprensioni, problemi ambientali. Una lettura che potrebbe purificare la mente di molti intellettuali, diciamo. Ma che non piacerà a coloro che sono affetti da ideologismo ambientalista e animalista.

La famiglia Winshaw

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La famiglia Winshaw, di Jonathan Coe (WHAT A CARVE UP, 1994, trad. it. di A. Rollo, Feltrinelli). Io ho letto la ventunesima edizione, del 2011. A tratti mi sono divertito, ci sono scene molto spassose qua e là. Ma è un romanzo diseguale, disarmonico, pretenzioso, eccessivamente autoconsapevole, schieratissimo contro le riforme della Thatcher tanto da apparire eccessivamente militante, e per questo destinato a non reggere all’usura del tempo. Tra cinquant’anni forse si leggerà come un documento dell’epoca, ma difficilmente farà scaturire emozioni di un qualche tipo. Troppo astutamente costruito, su questo ho pochi dubbi. E le pagine finali sfiorano il ridicolo, sono una cavolata, diciamo.

La bella signora Seidenman

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È un romanzo di quelli che riempiono l’anima, La bella signora Seidenman di Andrzej Szczypiorski (1986, trad. it. di P. Marchesani, Adelphi 1988).

«I demiurghi, caro signore, sono specialisti nel salvare l’umanità. Lei non fa in tempo a voltarsi che quelli spuntano uno dopo l’altro da una qualche tana. Portano in tasca la pietra filosofale. Ciascuno ha una pietra diversa e se le lanciano contro, solo che di solito colpiscono in testa gente perbene come lei o come me… Vogliono organizzarci il futuro a modo loro. E anche il nostro passato vogliono modellarlo a modo loro. Non ha ancora mai incontrato esseri simili, signor Kujawski?». (p. 14)