La via di Schenèr

DSC01890Una via erta, stretta e pericolosa è stata quella che per secoli ha unito — unica via — la vallata del Primiero e la città di Feltre. La prima apparteneva alla casa d’Austria, la seconda a Venezia. Ma il vescovado di Feltre comprendeva anche il Primiero: una situazione complessa. Quella via alpestre, battuta da animali da soma e da uomini con some sulle spalle, che richiedeva circa 15 ore almeno per essere percorsa tutta, fu vitale anzitutto per gli abitanti del Primiero, e oggetto di innumerevoli controversie per la sua manutenzione. Tutta la storia di questo difficoltoso passaggio alpestre e del suo sfondo economico e politico è ricostruita con grande passione da Matteo Melchiorre nel suo libro La via di Schenèr (Marsilio 2016). È un libro straordinario, che unisce in una narrazione avvincente il rigore dello storico e una vena affabulatrice vivissima, cosa rara in Italia negli studiosi, e in particolare negli storici,  la cui vita, come quella di Melchiorre, che è un ricercatore universitario, si svolge essenzialmente tra un archivio e un altro. Quei luoghi io, veneziano, li ho frequentati abbastanza (la mia prima vacanza in montagna, nel 1952, fu a Fiera di Primiero, e molte volte sono stato a Feltre e sui monti circostanti), e forse per questo le pagine di Melchiorre mi prendono particolarmente, tuttavia è certo che il libro, denso di incontri e di figure e  vicende tratteggiate con mano sicura, si legge più volentieri di tanti romanzetti in circolazione.

Caucasia

DSC01889Nelle mie letture errabonde, del tutto slegate da mode e urgenze, mi imbatto in un romanzo del 1998, Caucasia di Danzy Senna, che leggo nella traduzione di C. Vatteroni (Dalai 2011). Il livello è quello di un buon serial televisivo, con personaggi ben calibrati e una buona tecnica narrativa, da scuola di scrittura. Senza voli d’angelo, senza vera profondità, piacevole lettura serale. Romanzo di una formazione, narrato in prima persona, ha come nucleo centrale il problema, fortemente avvertito negli USA, dell’identità razziale. Ovvero la questione di quella cosa che insieme è e non è, che per alcuni versi è innegabile e per altri inesistente, che è la razza. La protagonista narrante è infatti la figlia di un nero (non nerissimo) e di una bianca wasp, ha un aspetto che le consente ad un certo punto di farsi passare per ebrea, mentre la sorella più grande ha pronunciati i caratteri fisici dell’afroamericana. Dalla sparizione inspiegabile del padre e della sorella, che fuggono in Brasile, mentre a sua volta la madre la coinvolge in una fuga senza fine, come se fosse ricercata dalla polizia, si sviluppa tutto l’intreccio. Ambientato tra i tardi anni Settanta e i primi Ottanta, potrà forse essere un testo sociologicamente interessante. Dal punto di vista strettamente letterario, una lettura godibile e niente di più.

A Child from the Village

qutb17La vita e l’opera dell’egiziano Sayyd Qutb (1906 – 1966), uno dei maestri di pensiero dell’islamismo radicale dei Fratelli Musulmani, dovrebbe essere meglio conosciuta, o semplicemente conosciuta, da tutti coloro che parlano di Islam e islamismo radicale senza conoscere l’oggetto. In realtà A Child from the Village (a cura di William Shepard, Syracuse University Press 2004) Qutb lo scrisse da giovane, prima della sua conversione all’islamismo, quando era un militante progressista e nazionalista. Ma è proprio per questo che la sua lettura è importante: leggendolo tu capisci che un islamista non è un alieno, è un uomo come te. È un libro eccezionale, che dipinge un quadro di estremo interesse della vita nei villaggi contadini di inizio Novecento: una vita che non si distaccava di molto da quella che gli abitanti delle sponde del Nilo avevano condotto al tempo dei Faraoni. Quella vita, già in corso di forte cambiamento al tempo in cui Qutb scrive, è rievocata lucidamente, nei suoi aspetti anche minimi, senza alcun alone di rimpianto. La gente che Qutb ci fa conoscere ha con la religione un rapporto che non è molto lontano, in fondo, da quello tradizionale della grande maggioranza dei cattolici: i contadini venerano il Corano, e rispettano sommamente e stimano coloro che lo conoscono a memoria, ma i più ne hanno una conoscenza scarsa e superficiale, e prevale un atteggiamento superstizioso: il culto di reliquie e tombe di santi, la fede nei miracoli di santi e santoni, nella magia, nel soprannaturale presente ad ogni angolo. La vita nei villaggi è dura, e in particolare dura è quella delle donne. Ed è singolare che il libro di Qutb — alla cui conversione all’islamismo avrebbe concorso non poco il suo rifiuto di quella emancipazione femminile e di quella promiscuità tra i sessi che era destinato a conoscere di lì a poco in America — si concluda con un sentimento di pena per le misere condizioni di vita delle donne dei villaggi.

Per molte famiglie benestanti del paese la ricchezza era limitata, perché di generazione in generazione l’eredità veniva suddivisa, e nel giro di tre o quattro successioni svaniva, a meno che non si verificasse un inatteso colpo di fortuna. Una buona famiglia poteva quindi ritrovarsi in difficoltà finanziarie, e talvolta in estrema povertà, mentre dimore un tempo abitate e piene di vita potevano trasformarsi in melanconiche rovine. La memoria di queste cose persisteva nell’anima di ciascuno, e in particolare tra le donne, e così l’afflizione dominava le case e la tristezza le chiudeva, a meno che non iniziasse ad albeggiare una nuova speranza. In campagna il lutto è lungo e protratto perché là il tempo si muove con passi lenti e misurati. La morte, che assale un membro della famiglia dopo l’altro, proietta costantemente una spessa ombra nera, annidandosi in ogni cuore e apparendo in ogni gesto. (…) Il tasso di mortalità in campagna è alto, come lo è quello della natalità che lo compensa. Ma ciascuna morte è una memoria duratura nel cuore della madre, della sposa o della sorella, una memoria che ad ogni altro decesso e funerale continua a emanare cordoglio. Allora la donna si rifugia nella lamentazione triste e melanconica.
Quando gli uomini sono nei campi, possono dimenticare. La luce del sole che brilla riempie le loro anime e le rischiara, e i semi che germinano nella terra nera spingono la speranza a crescere nelle loro anime perfino quando nella loro profonda semplicità essi non la possono pienamente percepire. Ma le donne, che generalmente non lasciano le case — tranne le poverissime che nell’Alto Egitto in rare occasioni si recano nei campi — , queste donne non hanno nulla che possa far dimenticare i loro dolori. Le case sono oscure e le loro stanze buie, specialmente quando scende la notte e le case sono illuminate solo da quelle fioche, piccole lampade a kerosene, che spandono la loro debole, pallida luce sulle pareti buie, così che le ombre delle persone danzano su di esse come spettri, e un sentimento tetro di angoscia e tristezza grava su ogni casa e sui suoi abitanti.
(pp. 130 – 131)

John Barleycorn

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John Barleycorn, il protagonista assoluto di questa autobiografia alcoolica di Jack London (trad. L. Bianciardi, UTET 2008) non è un umano, è la personificazione della birra e del whisky. L’io narrante è lo stesso London, che dalla sua prima ubriacatura a soli 5 anni vive il bere come fatto eminentemente sociale, come un elemento fondativo della vita di tutti i maschi di carattere, avventurosi e di un qualche valore. Il rapporto con John Barleycorn si prolunga per tutti i decenni qui narrati, con episodi spesso epici e grandiosi, in cui la miseria umana confina con l’eroismo, nel puro spirito londoniano. Alla fine, la conclusione dell’autore sembra essere quella della necessità di chiudere tutti i saloon: finché esisteranno questi luoghi di incontro tra maschi, l’unico mediatore sarà sempre e solo l’alcool. Per chi ama London, un libro imperdibile.

La voce segreta dei corvi

covbarMi ha affascinato il titolo, e ho preso il libro dallo scaffale di quelli a metà prezzo. Ma questo romanzo mi ha deluso: la cosa più bella rimane il titolo, che però non è l’originale (il romanzo di Christopher Barzak si intitola One for Sorrow – 2007, trad. it. di C. Nubile, Elliot 2008). Storia di formazione di un quindicenne, si presenta come una vera e propria iniziazione nel senso arcaico del termine, una discesa nel mondo dei morti, legata al rapporto con un coetaneo barbaramente assassinato che continua oltre la morte di costui. Il fatto è che anche quando si narra di ritorni di morti-non-ancora-del-tutto-morti, inquieti e nostalgici o assetati di sangue che siano (non è questo il caso), occorre anzitutto rispettare alcune fondamentali regole e offrire un quadro che potrà anche essere assurdo, ma nella sua assurdità o incomprensibilità non deve presentare contraddizioni. Qui l’autore pencola tra orrore ed elegia, quello che torna a visitare Adam, il morto Jamie, non è un etereo fantasma, ma un corpo freddo che si muove e parla, ma non è uno zombie, sebbene a lungo andare mostri segni di putrefazione… Insomma, che cosa è? Una narrazione deve fondarsi comunque su una antropologia anche fisica, per quanto strana o disturbante, che all’interno del racconto abbia un senso. Qui si fa davvero fatica a trovarlo, e non è il caso di sforzarsi. Si può concludere che se la morte rimane uno dei pilastri della letteratura, alta o bassa che sia, oggi è ben difficile che un autore possa affrontare il tema della condizione dei morti, non esistono più i presupposti culturali per farlo decentemente. Del morire, invece, e della perdita per sempre, si parlerà, narrerà e canterà finché il sole risplenderà sulle sciagure umane.

Conrad’s Shadow

lawtoo-conrads-shadowIl primo libro di Nidesh Lawtoo che ho letto è The Phantom of the Ego, necessaria premessa alla lettura di questo Conrad’s Shadow (sottotitolo: Catastrophe, Mimesis, Theory), edito da Michigan State Univerity Press nel 2016, un testo ricchissimo di idee ed estremamente acuto nell’analisi della vasta produzione del grande scrittore polacco in lingua inglese. Un libro anche di lettura estremamente impegnativa, nonostante la brillantezza della scrittura dello studioso. Da Nietzsche ai film legati a Conrad come Apocalypse Now di Coppola a Sabotage di Hitchcock, Lawtoo elabora la sua analisi della metafisica dell’orrore e della natura proteana del soggetto contemporaneo. Joseph Conrad ne esce come un gigante della letteratura e del pensiero. Condivido questo giudizio.

Questo è un mondo strano, nel quale l’ombra non segue le forme originali, ma piuttosto contribuisce a portare materialmente all’essere queste forme. Così che la questione non è più quella di smascherare il modo in cui i media simulano la realtà, generando copie dei fatti, ovvero ombre senza sostanza. Piuttosto la questione è rendersi conto che la maschera ha effetti materiali e in-forma il soggetto che essa copre proprio nella sua stessa sostanza ontologica, lungo linee che oltrepassano la distinzione tra superficie e profondità, copia e originale, idee e materia, ombre surreali e figure reali.
(p. 325)

NeuroTribù

cover_neurotribes_silberman400rgb72Una prima nota sul libro di Steve Silberman NeuroTribes, uscito in Italia col titolo NeuroTribù nella traduzione di C. Mangione (Edizioni LSWR, Milano 2006) si può leggere qui. Il corposo libro di Silberman andrebbe letto in parallelo con l’altrettanto corposo In A Different Key di John Donvan e Caren Zucker (una nota qui). Entrambi sono scritti bene, hanno quel piglio narrativo che contraddistingue anche la divulgazione scientifica anglosassone, e condividono nella sostanza una lettura progressiva e scientifica della questione autismo. Il lavoro di Silberman, tuttavia, presenta una coloritura particolare, la cui origine e natura mi è parsa del tutto chiara solo quando stavo per chiudere il libro. Nei Ringraziamenti infatti si legge “Questo libro non sarebbe mai stato scritto senza l’incoraggiamento, il sostegno e la pazienza di mio marito Keith  Karraker (…)”. Sulle prime ho pensato ad un errore, ma poi ho visto sul risvolto di copertina, sotto la foto del simpatico Silberman con la sua barbetta, “Vive a San Francisco con suo marito Keith”. E ho allora compreso come la visione di Silberman degli autistici come gruppo sociale emarginato e incompreso e sottoposto a vessazioni inenarrabili per secoli, e ora finalmente giunto a piena autocoscienza e a capacità di self advocacy e lotta per i diritti, questa visione di minoranza oppressa ma piena di valori e capacità di operare per il bene collettivo, debba molto alla storia del movimento gay. Ma anche a quella di tutte le minoranze: etniche, religiose, sessuali. Ed è anche evidente, e tutto il libro lo dimostra, a cominciare dal sottotitolo (The Legacy of Autism and the Future of Neurodiversity, che nella versione italiana diventa addirittura I talenti dell’autismo e il futuro della neurodiversità) che data la struttura dello Spettro dell’Autismo questa lotta riguarda la sua parte alta e autocosciente, mentre lo stesso dialogo tra questa componente e le famiglie di coloro che non dispongono di parola né di concetto si presenta impervia e spesso impossibile.
L’ottimismo che pervade il libro di Silberman è comprensibile, ma un qualsiasi genitore di persona autistica a basso funzionamento, e magari del tutto averbale e con grave ritardo mentale, fatica molto a condividerlo: le ricadute delle conquiste degli Aspies sull’oscuro futuro di suo figlio gli appaiono fantasmatiche, inconsistenti e illusorie.
In ogni caso, nonostante alcune riserve, il libro è senz’altro consigliabile a tutti coloro che vogliano conoscere la storia dell’autismo, a cominciare dalle intuizioni fondamentali di Hans Asperger e Leo Kanner, e anzi, addirittura (secondo la prassi invalsa di retrodiagnosi talvolta avventurose) da personaggi del passato, come il settecentesco inventore e scienziato Sir Henry Cavendish, dal quale inizia il racconto.
La tesi fondamentale di Silberman è che l’umanità sia un composto di vari tipi di mente, prodotto di neuro-diversità che dovrebbero tutte trovare spazio per poter esprimere le loro potenzialità (di cui Silberman offre un vasto saggio); anzi, per l’autore il mondo degli umani ha bisogno, e lo ha sempre avuto, di menti autistiche, le cui bizzarrie e problematiche varie sono il contorno di una pietanza sostanziosa: la capacità di vedere cose che i neurotipici non vedono e di scoprire procedure e tecniche cui le persone normali non arriverebbero mai (come nel campo dell’informatica). Ma il punto cruciale, l’hic Rhodus hic salta della questione è tutto qui: se il mondo ha bisogno di menti differenti, ha comunque bisogno di menti funzionanti. Se quella dell’inventore Cavendish o di un ingegnere informatico nello Spettro funziona in alcuni campi in modo eccezionale, con risultati sorprendenti e benefici per tutti, quella di un autistico con grave ritardo mentale può disfunzionare in tutti i campi. E a lui non si applicherà quella formula gratificante.
Una differenza interessante rispetto al testo parallelo di Donvan e Zucker si trova nella valutazione del lavoro di Hans Asperger. Mentre i primi sottolineavano la compromissione di costui col regime nazionalsocialista, Silberman tende ad assolverlo, e questa assoluzione è senza dubbio legata al fondamentale ruolo che viene attribuito allo studioso austriaco nello sviluppo dell’idea di autismo come continuum, come spettro, contrastante con quella di autismo come disturbo raro che Leo Kanner difese per tutta la vita. In ogni caso, di tutti coloro che svolsero un ruolo fondamentale nella questione dell’autismo, dallo stesso Kanner a Rimland e Lovaas, per non parlare di Bettelheim, Silberman espone luci e ombre, impegno generoso e meschinità: il quadro è variegato e avvincente come un romanzo.
Concludo questa nota con una citazione che riguarda la tesi centrale di Silberman:
Dove Asperger aveva colto l’inestricabile intrecciarsi dei fili conduttori del genio e della disabilità nella storia familiare dei pazienti, a testimonianza delle complesse radici genetiche della condizione e del “valore sociale di quel tipo di personalità”, come ebbe ad affermare, Kanner vide l’ombra della sinistra figura che nella cultura popolare sarebbe diventata la famigerata “madre frigorifero”.
Kanner era un osservatore clinico acuto e uno scrittore persuasivo, ma in questo caso i suoi errori di interpretazione del comportamento dei pazienti ebbero implicazioni di larga portata. Attribuendo ai genitori la colpa di avere senza volere provocato l’autismo dei loro bambini, rese la sindrome fonte di vergogna e stigma per le famiglie di tutto il mondo, spingendo per decenni la ricerca nella direzione sbagliata.  (P. 171)

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Il canto delle arvicole

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Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Giugno o luglio, non mi ricordo bene,
ma era caldo e bevemmo molto vino
sulla riva dell’argine, sull’erba antica medica
che fa lucido il pelo dei conigli.
Bevemmo vino noi due filosofi
discutendo di mondi e libri e mutazioni
del cuore oscuro della storia. Andava intanto il fiume
che muoveva le alghe in lente spire
e scendeva la notte. Due ragazze
con noi ridevano ogni tanto.

Ricordi, amico, cantavano le arvicole
e le sentimmo, mangiavano e cantavano,
felici della vita ci sembravano,
di quella vita breve, esposta ai gufi
alle volpi e alle donnole rapaci.
In quella sera del Settantadue
un’arvicola d’acqua ci parlò:
Siate felici, umani, lunga vita!
Da quando parlano e cantano le arvicole?
tu mi chiedesti, e io risposi: è il vino.

Ricordi, amico, il canto delle arvicole
in quella sera del Settantadue?
Tu non ricordi, no, non credo,
di noi quattro solo io rimango
a misurare la vita delle arvicole
e quella umana, a ricordare il canto
di piccole creature a cui la voce
prestò per quelle ore in riva al fiume
la nostra giovinezza, il caldo e il vino.

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