Il derviscio e la morte

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Baldini & Castoldi ha ripubblicato qualche anno fa uno dei grandi romanzi del secondo Novecento, Il derviscio e la morte di Meša Selimović (a cura di L. Costantini).
E già non lo si trova più.
Storia di una vendetta, del crescere graduale di un odio feroce nell’anima di un derviscio (una sorta di “frate” musulmano) di Bosnia, come tutti i grandi romanzi l’opera dello scrittore serbo apre uno squarcio nel cuore dell’umano, dove si annida quella malvagia passione del distruggere e dell’essere distrutto che ha nome violenza. Il derviscio di Selimović è un derviscio per modo di dire. La sua interiorità non è certo quella di un vero esponente dell’ordine religioso, ma piuttosto quella di un intellettuale del Novecento, di un tipico intellettuale del Novecento, quale si presenta in innumerevoli romanzi dell’ultimo secolo: in contrasto col potere dominante, verboso, tormentato, inconcludente, fortemente risentito e infine sconfitto. La collocazione storica della vicenda bosniaca narrata nel Derviscio è imprecisata (forse il primo Settecento, con l’impero turco in conflitto con quello asburgico, ma la cosa non è importante). L’io narrante del protagonista colloca la vicenda entro lo spazio di una coscienza, anche se la citazione coranica iniziale e finale sembra aprire uno spazio religioso che nel romanzo per sé manca (ma nella Jugoslavia titoista del 1966, anno in cui il romanzo fu pubblicato, una narrazione veramente e profondamente religiosa avrebbe riscosso il successo del Derviscio, alcune pagine del quale entrarono subito nelle antologie scolastiche di quel paese?).
Disumanità del potere e insensatezza della vita (e della morte) umana sono il contenuto dell’opera, che termina così:

I vivi non sanno nulla. Insegnatemi, o morti, a morire senza paura, o almeno senza orrore. Perché la morte è un nonsenso, come la vita.

Si potrebbero rubricare le molte bellissime vibranti pagine del Derviscio sotto l’etichetta nichilismo lirico, un atteggiamento frequente nella narrativa dell’ultimo secolo. Al protagonista è stato regalato un libretto, un grazioso opuscolo dall’aria innocente…

Aprii il libro a caso e mi imbattei nel racconto di Alessandro il Macedone. L’imperatore, dice il racconto, ricevette in dono dei meravigliosi vasi di cristallo. Il dono gli piacque molto e tuttavia egli li ruppe tutti. “Perché? Non sono forse belli?” gli domandarono. “Proprio per questo” rispose lui. “Sono così belli che mi dispiacerebbe moltissimo perderli. Con il tempo si romperebbero uno dopo l’altro ed io ne soffrirei più di ora”.
Il racconto è ingenuo, ma mi lasciò sgomento. Il suo senso è amaro: l’uomo deve rinunciare a tutto ciò a cui potrebbe affezionarsi, perché la perdita e la delusione sono inevitabili. Dobbiamo rinunciare all’amore, per non perderlo. Dobbiamo distruggere il nostro amore, perché non lo distruggano altri. Dobbiamo rinunciare ad ogni legame, per evitare il possibile rimpianto. Pensiero tremendamente disperato. Non possiamo distruggere tutto quello che amiamo; rimarrà sempre la possibilità che ce lo distruggano altri.
Perché i libri sono considerati saggi se sono amari?

Questa domanda mi pare assolutamente fondamentale. Per rispondere ad essa è necessario aver letto intensamente l’Ecclesiaste e Giobbe, averne bevuto il vino inebriante.
Ahmed Nurudin è il nome del derviscio del libro di Selimović. Nurudin significa “luce della fede”. Nel romanzo questa luce non c’è affatto.

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