Dice già tutto Luce d’estate ed è subito notte, il titolo di questo romanzo di Jón Kalman Stefánsson (2005, tradotto dalla brava e instancabile Silvia Cosimini per Iperborea, 2013). Dice che la vita è una breve luce, cui segue subito la notte, echeggiando Catullo e Quasimodo. Lo dice nei modi di un leggiadro nichilismo nordeuropeo postmillenniale, dipingendo la vita di un paesetto di quattrocento anime, che fornisce un’umanità variegata ed esemplare, sospesa tra la concretezza della vita quotidiana e il sogno di altre vite, di altre possibilità. Il capitolo-racconto finale, Che senso avrebbe il mondo senza di lei, è una bellissima storia di uno strano amore, che percepiamo destinato ad una realizzazione positiva e alla felicità, su cui nelle ultime righe incide il caso, con un imprevedibile accidente mortale. Storia bellissima, magistralmente narrata, che nel lettore crea una imprevista voragine. Il senso della vita si gioca tutto nella soggettività di una relazione o di una passione erotica o intellettuale, il resto è buio, secondo Stefánsson.
LIBRI
Il caso
Il caso. Un racconto in due parti (Chance. A Tale in Two Parts, 1913, trad. it. di R. Ambrosini, Adelphi 2013 ) presenta ancora una volta la tipica struttura conradiana, con l’io narrante anonimo che incontra il suo amico Marlow, ed ascolta una sua lunga storia. A propria volta, Marlow riporta altre narrazioni, di altri personaggi. Ciò che il lettore vede accadere davanti ai suoi occhi mentali come scena immediata è invece filtrato attraverso più passaggi, ed ottiche differenti. Il testo è complesso, e presenta alcuni nuclei tematici che interagiscono, in una specie di difficile sinfonia, con dissonanze. Il romanzo si articola anche attraverso una serie di opposti: vita di terra-vita di mare; vecchio-giovane; idealista-cinico; maschile-femminile; padre-figlia.
Mi sembra notevole che due precedenti traduzioni italiane, rispettivamente del 1961 e del 1997, presentino come titolo di questo romanzo–in cui è chiaramente affermata la casualità degli eventi, la sovranità dell’accidente–la parola Destino. Destino e Caso qui non possono apparire sinonimi. Si potrebbe però azzardare che per Conrad la destinazione degli umani sia il loro essere assoggettati all’accidentalità degli eventi. Continua a leggere
Dignità
Tra i non pochi libri sull’argomento della dignità umana (e non solo umana) oggi in circolazione, questo testo di Wilfried Härle (Würde. Groß vom Menschen denken, 2010, trad. it. di A. Rizzi, Queriniana 2013) è forse quello che meglio riesce ad unire la chiarezza dell’esposizione ad una struttura argomentativa ricca, rigorosa e nello stesso tempo sintetica.
«Nel senso stretto della parola, soltanto gli esseri umani (potenziali o attuali) sono destinatari della dignità, vale a dire: soltanto essi sono esseri ad essa destinati o in grado di conoscere, riconoscere e rispettare la dignità di altri esseri destinatari di dignità, ma perciò anche di misconoscere e disattendere questa destinazione. […] ogni essere umano è per natura soggetto della dignità, che dunque gli compete. E ogni essere umano è per natura destinato a diventarne destinatario. In maniera ancora più precisa: ogni essere umano è destinato a essere soggetto di dignità, e ogni essere umano è destinato a diventare destinatario di dignità. Ma se e in che misura questa seconda destinazione possa realizzarsi effettivamente nella vita di un essere umano e venga di fatto realizzata, dipende da circostanze contingenti che possono anche impedire questa realizzazione.» (p. 99)
Occorre rilevare come Härle, un teologo sistematico evangelico che si è occupato anche di diritto ed etica della medicina moderna nella relativa commissione del Bundestag, abbia scritto questo testo tessendovi un continuo dialogo con la Costituzione tedesca e con la tragica storia della Germania.
Con voce di sirena
Saltuariamente, molto saltuariamente, leggo qualche testo sull’autismo di provenienza psicoanalitica (o psicanalitica, secondo la lezione lacaniana). Come, ad esempio, La cura del bambino autistico di Martin Egge. Marie-Christine Laznik è una psicanalista lacaniana francese, ed è l’autrice di questo Con voce di sirena (Editori Riuniti 2012), curato da Jania Jerkov e introdotto da Filippo Muratori dell’IRCCS di Pisa, che psicanalista non è ma che con la Laznik ha collaborato per anni. Proprio i video fornitile da Muratori, realizzati da alcuni genitori nel corso del primo anno di vita dei loro bambini che sarebbero diventati autistici, video che evidenziano nelle madri e nei padri un atteggiamento assai diverso da quello che la psicoanalisi postula nella sua eziologia dell’autismo, hanno contribuito a modificare l’approccio della Laznik. In sostanza, in questo libro vediamo un esempio di strategia di autoconservazione della psicoanalisi di fronte alle inoppugnabili smentite dei fondamenti stessi della sua costruzione dell’autismo. La Laznik è infatti costretta ad accettare che sia il comportamento autistico del bambino la causa della frustrazione profonda o dell’eventuale depressione della madre, e non già l’inverso, come la psicoanalisi ha sempre pensato. Nondimeno, la psicanalista non rinuncia né al gergo né alle strutture profonde della narrazione psicanalitica, come si può ben vedere nel piccolo brano che qui riporto. Continua a leggere
Il cielo è dei violenti
Leggo Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (The violent bear it away, 1955) nella riedizione Einaudi del 2008 e traduzione di I. Omboni. Raramente il titolo di un romanzo mantiene le promesse come fa questo: un libro formidabile, per spiriti forti. Inciso: sfido chiunque a farlo leggere a qualcuno che non sappia nulla dell’autrice, e a chiedergli se ritiene che sia stato scritto da un uomo o da una donna. Potrebbe essere stato scritto da Cormac McCarthy. Ne ho trovato una bella e vibrante recensione di Laura Ingallinella su CriticaLetteraria. Vi si legge, tra l’altro : Continua a leggere
Male e redenzione
Un libro uscito nel 2008, che leggo solo ora grazie alla cortesia di uno dei due curatori, Paolo Diego Bubbio, che ringrazio, è questo Male e redenzione. Sofferenza e trascendenza in René Girard (Edizioni Camilliane). Si tratta di una raccolta di saggi, di differente argomento ed estensione, tutti legati dal comune riferimento ai temi fondamentali del pensatore francese, riferimento più diretto in alcuni, meno in altri (come in quello di Federica Casini sul male metafisico in Victor Hugo). Come si sa, Girard è alquanto renitente ad usare nella sua opera il termine male, e si limita solitamente alla questione della violenza e di tutto quel che la motiva, la scatena e la giustifica. L’unica volta che ho avuto modo di porgli una questione, anni fa a Treviso, fu appunto quella del suo non uso della parola male. E Girard mi rispose che il termine nella cultura attuale soffre di un pregiudizio metafisico-religioso, per cui lui ha preferito parlare di violenza. Ma, come si vede anche in questo libro, molto ricco di stimoli e approfondimenti, la violenza umana non è esaustiva di ogni esperienza del male. E qui di male si parla, a cominciare da Bubbio, che nel suo saggio Secolarizzare il male. La teoria mimetica e L’Adolescente di Dostoevskij scrive di una sua “secolarizzazione”, che «… significa innanzitutto riconoscere che esso dipende sempre dalla libertà umana e che dunque non è, in questo senso, necessario» (p. 37). E proprio a questo tema della libertà-responsabilità umana rimanda la trattazione della demonologia come sapere paradossale di Silvio Morigi. A me sembra che qui vengano a piena emergenza alcuni nodi capitali del pensiero girardiano e della teoria mimetica. Infatti se l’umano è originariamente espulsione-sacrificio di vittime, e l’espulsione è per sé diabolica, come possono i demoni essere espulsi senza replicare il processo cattivo all’infinito? «Se “la fenomenologia più rigorosa conduce alla demonologia”, il mimetismo violento e vittimario (quale ‘fenomeno’ più essenziale dell’umano) viene espresso dalla demonologia evangelica, nel modo più icasticamente adeguato, come Satana. In tal modo, l’essenza ultima di Satana viene rivelata come espulsione demonizzante, esorcizzante. Ma è la demonologia stessa ad essere un linguaggio intrinsecamente demonizzante ed esorcizzante (esorcizzante ancor prima dell’esorcismo concreto cui essa può dar luogo): nel suo stesso designare imputativamente come ‘demonio’ ciò che essa descrive; un designare che è per antonomasia espulsivo (ed appunto, l’espulsione è la ratio intima sottesa ad ogni demonizzare ed esorcizzare). Ne consegue che questo sapere demonologico viene a configurarsi come un esorcismo intellettuale di ciò che viene rivelato ed esorcizzato come l’esorcista archetipico. In termini ancora più semplici: la rivelazione dell’essenza del demonio quale esorcista archetipico sembra non possa essere essa stessa che esorcizzante, quindi essa stessa contaminata da quel demoniaco che essa rivela ed esorcizza. Si ripropone la domanda di de Rougemont: “come sfuggire al demonio fissandolo negli occhi?”» (p. 222). Ma come evitare che l’espulsione evangelica dei demòni, uno dei segni del Regno veniente, sia attratta nell’orbita del diabolico? Forse il concetto girardiano di espulsione va calibrato, aggiustato, ripensato.
Il porto dei sogni incrociati
Romanzo dal plot schematico, costruito quant’altri mai, Il porto dei sogni incrociati di Björn Larsson (1997, trad. it. di K. De Marco, Iperborea 10ª ed. 2013) mantiene tuttavia una sua leggerezza. Lo assimilerei ad un calice di prosecco, ricco di sfumature e ambiguità, con tante bollicine. Il capitano di una nave mercantile, l’occidentale-orientale Marcel, si muove tra un porto e l’altro, suscitando in chi lo incontra nei porti sogni e desideri differenti, come se egli fosse portatore di un’apertura, di un altrove ricco di significato rispetto alla povertà della vita concreta presente, alla solitudine radicale che i quattro personaggi di terraferma sperimentano. Ma la rinuncia ad ogni legame affettivo, ad ogni radicamento, che è la determinazione esistenziale di Marcel, fa sì che l’apertura che egli può donare sia solo nella consapevolezza della natura transitoria dell’esistenza umana, della sua assoluta immanenza, una apertura che può condurre al nulla o ad una modesta uscita dalla solitudine. La cifra del romanzo è un nichilismo sobrio, un placido consentire alle parole di Marcel: “Per me vuol dire che la vita è come la scia di una nave. Un attimo dopo il nostro passaggio, è come se non fossimo mai esistiti”. (p. 224)
René Girard’s Mimetic Theory
Uscito in Germania nel 2011, René Girards mimetische Theorie viene pubblicato ora in inglese dalla Michigan State University Press. Wolfgang Palaver offre una panoramica globale del pensiero girardiano, che si raccomanda come approccio per tutti coloro che vogliano attuare un primo accostamento ai temi centrali del pensatore francese. Anche chi è già addentro alle questioni girardiane, tuttavia, potrà trovare qui molti spunti di riflessione e di approfondimento. L’opera è rigorosamente accademica, come dimostrano le 90 pagine di note e bibliografia, e tuttavia di buona leggibilità. Mi pare che tra i temi affrontati spicchi per rilevanza quello del sacrificio, con una modificazione nel tempo dell’atteggiamento di Girard nella sua valorizzazione all’interno della prospettiva cristiana. Riporto un passo su Satana. Continua a leggere
La cagnetta
La cagnetta, da cui il titolo, è uno dei tre racconti contenuti in questo libretto (a cura di M. A. Curnetto, Adelphi 2013). Dimostrazione di quanto una narrazione di poche pagine possa essere più densa, più ricca e più soddisfacente per il lettore rispetto a qualsiasi romanzo medio, e anche artisticamente superiore sotto ogni punto di vista. L’eccellenza letteraria di Vasilij Grossman è dimostrata anche dalla sua capacità di affrontare la lunga misura del romanzo-fiume, facendone un capolavoro assoluto, come la ridotta taglia del racconto. Leggere qui: La giovane e la vecchia, il più lungo dei tre racconti, è un romanzo compresso in un una specie di piccola sfera di 28 pagine, che però si scioglie nella mente del lettore senza che questi avverta alcuna forzatura. Ne L’alce e ne La cagnetta l’umano proietta nell’animale la rappresentazione di un bisogno d’amore e di cura che trova una sorta di trascendenza mondana nella dimensione della rappresentazione stessa. Commoventissima e insieme saldamente classica. Vasilij Grossman è un allievo di Čechov, degno di sedere a tavola col maestro.
Flesh Becomes Word
Tra i libri scritti da studiosi su temi girardiani, questo di David Dawson spicca per originalità, dottrina e acume. Flesh Becomes Word. A Lexicography of The Scapegoat or, the History of an Idea (Michigan State University Press, 2013) è un testo dottissimo – su 200 pagine 66 sono occupate da appendice, note e bibliografia: una brillante opera accademica. Dawson studia origine, diffusione, e spostamenti di significato del termine scapegoat nel mondo anglosassone, evidenziando come la grande svolta avvenga nella prima parte del Settecento, dopo essere a lungo maturata, e come l’innocenza del capro, in quello che è il significato che il termine ha ormai universalmente acquisito, e l’ingiustizia del trattamento che subisce, siano bensì legate alla figura di Cristo ma mettano anche in questione la teologia della sostituzione, della vittima il cui sangue è sparso per molti, e in ultima analisi la concezione mitologica di Dio. Perché sono gli dèi pagani quelli che vogliono sempre sangue, e per ogni colpa umana hanno come punizione solo la morte, e si compiacciono di vittime sostitutive innocenti. Il saggio di Dawson è molto ricco, e utilizza fonti molto abbondanti, ma nonostante l’erudizione non si può definire opera erudita. Dawson pone domande radicali anche a Girard e ai girardiani, vedendo giustamente nell’opera del cattolico Girard quella che forse è la più radicale critica della religione mai comparsa nella storia. Il discorso di Dawson termina così: Continua a leggere









