A sé e agli altri

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Ormai è una verità stabilita: tra i ricoverati negli ospedali psichiatrici (morocomi, frenocomi, manicomi) dei tempi andati, una gran parte era costituita da disabili mentali, che oggi sarebbero inclusi nello spettro dell’autismo. Di questo elemento ogni ricerca che tocchi l’istituzione manicomiale deve tenere conto. Come ex veneziano e come padre di un ragazzo autistico a basso funzionamento sono stato invogliato alla lettura di A sé e agli altri, a cura di C. Russo, Michele Capararo ed Enrico Valtellina (Mimesis 2013). Storia della manicomializzazione dell’autismo e delle altre disabilità relazionali nelle cartelle cliniche di S. Servolo: il sottotitolo del libro è esplicativo, ma anche problematico. Si tratta di un testo complesso, di un tessuto di saggi di vari autori (9, di differente formazione) che hanno al centro la lettura di cartelle cliniche del manicomio di S. Servolo a Venezia, redatte in un ampio arco di anni. Cartelle talvolta ricche di informazioni, più spesso tristemente scarne, quasi vuote, ripetitive, comunicanti un sostanziale disinteresse dell’istituzione e di chi vi operava per l’altro, per il ricoverato, e per la sua sofferenza.

Un piccolo inciso personale. Ai miei ricordi veneziani degli anni Cinquanta e Sessanta appartengono espressioni allora ricorrenti sulla bocca della gente, anche per strada, frequentissime: «El vién fóra da S. Sèrvoło!» (viene fuori da S. Servolo!); «Te mando a S. Sèrvoło!» (ti mando a S. Servolo!) «Fate védar da Fàtovich!» (Fatti vedere da Fattovich!). Quest’ultimo, che diresse il manicomio veneziano maschile di S. Servolo e quello femminile di S. Clemente (siti in due diverse isole della laguna) in qualità di primario dal 1935 al 1969, godeva fama di individuo bizzarro, non meno matto dei matti sui quali usava ampiamente le pratiche della camicia di forza e dell’elettroshock. In quel tempo mio padre era segretario del consiglio provinciale, ed ogni tanto gli capitava di dover andare nell’isola insieme ad assessori e consiglieri. Il dott. Fattovich in quelle occasioni vi svolgeva il ruolo di anfitrione, a modo suo. Mi raccontò mio padre che una volta, essendo la delegazione provinciale invitata a pranzo, il dott. Fattovich la portò a visitare il gabinetto scientifico, ove si profuse in spiegazioni sui numerosi cervelli “anomali” conservati in formalina. Quando si assisero a tavola, la prima pietanza che fu servita agli ospiti perplessi, mentre Fattovich si sganasciava, furono cervella fritte. Un episodio altamente simbolico.

In realtà questo libro, A sé e agli altri, non è propriamente un libro sull’autismo misconosciuto, e nemmeno sulle disabilità relazionalifraintese e interpretate nei modi più diversi, con una sorta di frenesia nomenclatoria, sebbene l’autismo compaia in più luoghi e in più saggi. È un libro sulla psichiatria, sul suo complesso di inferiorità nei confronti degli altri saperi medici, sul suo procedere a tentoni, sul suo frequente adagiarsi nell’inerzia dei luoghi comuni socialmente condivisi e delle ideologie dominanti, sul suo sostanziale fallimento che ha seminato incommensurabili sofferenze. Questo fallimento traspare anche dal moltiplicarsi dei nomi assegnati alle malattie mentali, che si avvicendano in un rampollare inesauribile. Scrive Pietro Barbetta a p. 175 : «… il caos dell’inconscio psichiatrico può essere colto attraverso l’analisi dei significanti diagnostici. Immaginate una grande discarica, ove sono depositate tutte le parole che il discorso psichiatrico ha abbandonato. Ci avviciniamo alla discarica e troviamo parole che spuntano, riemergono secondo come muoviamo i rifiuti per cercare–come homeless, bricoleur, come cani randagi o ratti–qualcosa d’interessante. Ecco che spunta una parola, è già in superficie:oligofrenia. Attaccati per l’asse sintagmatico al suffisso si trovano frenastenia, frenopatia, schizofrenia, ebefrenia, frenetico, frenologia, freniatria, ecc., per l’asse paradigmatico: debolezza mentale, insufficienza, ritardo intellettivo, deficit, quoziente intellettivo, malformazione cognitiva, ecc.» (p. 175)
E l’autismo? Nell’insieme, questo libro è ostile ad ogni riduzionismoneuroscientifico e neurocognitivo, e in più modi sembra mettere in questione la stessa categoria diagnostica, oggi dilagante, di autismo. La sua impostazione fondamentalmente umanistica, che io apprezzo, mi sembra però sostanzialmente rifuggire da un vero confronto con le neuroscienze, confronto sul quale oggi si gioca tutto. Anche se è vero che il proprium del libro è l’intento di far risaltare la storia di San Servolo attraverso alcune vicende umane che lo hanno attraversato, è pur vero che quelle storie sono presentate come esemplari e su di esse ed intorno ad esse si articola una pluralità di discorsi che investono l’oggi della psichiatria. Vediamo solo qualche punto che potrebbe sollecitare l’interesse e la riflessione di chi di autismo si occupa, genitori compresi .

«Il proliferare delle diagnosi ha spinto a parlare di un’ “epidemia” di autismo mentre, come evidenziato da Roy Grinker (Grinker, 2007), Ian Hacking (Hacking, 2008) e Gil Eyal (Eyal & al., 2010), l’epidemia è di carattere culturale: è aumentata l’attenzione per la dimensione relazionale dell’esistenza, conseguentemente per le sue forme atipiche e patologiche. (…) Oggi la dimensione cognitiva è considerata un correlato dipendente dall’attitudine relazionale, il ritardo mentale è stato sussunto dall’autismo (gli allarmisti che invocano fondi per la ricerca sull’autismo a fronte dell’epidemia, non considerano come contestualmente sia venuto meno un numero corrispondente di persone diagnosticate per ritardo mentale).» (E. Valtellina, p. 8)

«… autismo non è un’entità clinica, una patologia individuabile per un’eziologia, ma il contenitore lessicale che raccoglie condizioni disparate, riunite per la comune manifestazione di forme atipiche dell’interazione in presenza.» (Valtellina, p. 9)

Non tutti i saggi del libro mi appaiono compiutamente perspicui. Alcuni, forse per le dimensioni ridotte in cui sono costretti, pongono qualche interrogativo sulla linea di pensiero che li fonda e percorre. Ad esempio quello, molto stimolante, di Andrèe Bella, Follia morale e modernità: la socializzazione impossibile, inizia citando Figure dell’autismo. Delle rappresentazioni in piena evoluzione di Ian Hacking, sostenendo che «parlando di autismo non ci troveremmo di fronte ad un continuum lineare unidimensionale, entro cui ci si può situare a fronte della maggiore o minore gravità dei sintomi, come suggerirebbe la metafora dello spettro, bensì di fronte ad uno spazio che può contenere e descrivere vari tipi di qualità, dimensioni e figure diverse che si interfacciano in modo complesso e multisfaccettato tra loro». E questa è oggi una questione fondamentale. E tuttavia, dopo un’apertura sull’autismo, Bella si sofferma sui casi, descritti nelle cartelle di S. Servolo, del sacerdote Giovanni Rampin (1818-1884) e dell’avventuriero professore di lingue Samuele Mendel(1831-1908). La follia morale (una diagnosi frequente ai loro tempi) di questi due interessanti personaggi non ha nulla a che fare con l’autismo, ma pone la stessa questione, quella delle tecniche di produzione della verità (p. 110). In effetti, vista la dimensione storica di transitorietà e di costruzione sociale di molte patologie psichiatriche c’è da chiedersi se tra cinquant’anni si parlerà ancora di autismo e di spettro autistico o se saranno sopravvenute nuove definizioni, nuove etichette e nuovi cataloghi. Secondo Bella «…l’autismo e la follia morale, in quanto disabilità relazionali, presentano le medesime questioni metafisiche ed epistemologiche in forme e realtà storiche molto diverse». (p.111)

Infine, mi sembra di dover richiamare quella che anche oggi è una prospettiva che, mutatis mutandis, incombe sulle famiglie: «L’assistenza familiare ai malati di mente venne sostenuta durante l’inchiesta sui manicomi italiani, condotta da Cesare Lombroso e Augusto Tamburini nel 1891 in vista di una futura riforma volta a far fronte allo stato di sostanziale degrado in cui versavano i manicomi italiani. […] Tra le problematiche ravvisate dall’inchiesta vi era quella dell’accumulo enorme e sempre crescente di pazzi; tra questi, quelli buoni, tranquilli e idioti, si sarebbero potuti collocare–secondo Lombroso e Tamburini–presso la propria o l’altrui famiglia dietro elargizione di sussidi.» (B. Catini, p. 53, nota 13).

Un ebreo marginale

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Opera immensa sotto ogni aspetto, Un ebreo marginale (A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus, 1991) di John P. Maier costituisce una pietra miliare per chiunque sia interessato alla figura di Gesù in quanto immersa nella storia e non nel mito. Ne ho letto il primo volume, Le radici del problema e della persona (trad. it. di L. de Santis, Queriniana 2001), e ne leggerò i rimanenti. Libero dalle aporie della Leben Jesu Forschung, Meier utilizza la sua grande dottrina per portare il lettore nella storicità di Gesù, filtrando i dati con acume critico, rigore metodologico, competenza filologica e totale libertà da qualsiasi preconcetto. Grandioso l’apparato di note, rimandi e approfondimenti di questioni a latere, nello stesso tempo prosa piana e comunicativa. Un grande maestro, un vero ripensamento.

Cito due passi, il primo dei quali è una giustificazione della ricerca storica su Gesù anche di fronte alla teologia, il secondo una sintetica cronologia della vita di Gesù.

«In realtà, l’utilità del Gesù storico per la teologia è che egli sfugge a tutti i nostri accurati programmi teologici; li mette tutti in discussione rifiutando di entrare negli schemi che creiamo per lui. Paradossalmente, benché la ricerca sul Gesù storico sia spesso collegata, nella mentalità popolare secolare, con ‘rilevanza’, la sua importanza consiste precisamente nei suoi contorni strani, scoraggianti, imbarazzanti, sgradevoli sia per la destra che per la sinistra. A questo riguardo, almeno, Albert Schweitzer era corretto. Più apprezziamo ciò che Gesù significò nel suo tempo e nel suo spazio, più ci sembrerà ‘alieno’.
Propriamente compreso, il Gesù storico è un baluardo contro la riduzione della fede cristiana, in generale, e della cristologia, in particolare, a un’ ‘importante’ ideologia di qualsiasi genere. Il suo rifiuto di farsi intrappolare da qualunque scuola di pensiero è ciò che guida gli studiosi a intraprendere nuovi percorsi; di conseguenza, il Gesù storico rimane uno stimolo costante per il rinnovamento teologico. Per questa sola ragione, il Gesù della storia merita le fatiche della ricerca, comprese le fatiche iniziali per determinare categorie, fonti e criteri affidabili, il modesto scopo della prima parte.» (pp. 189-190)

«Gesù di Nazaret nacque–più verosimilmente a Nazaret e non a Betlemme–nel 6 o 7 a.C. circa, qualche anno prima della morte del re Erode il Grande (4 a.C.). Dopo un’educazione non straordinaria in una famiglia devota di contadini giudei nella bassa Galilea, fu attratto dal movimento di Giovanni Battista, che cominciò il suo ministero nella valle del Giordano verso la fine del 27 d.C. o all’inizio del 28. Battezzato da Giovanni, subito, per conto suo, Gesù cominciò, agli inizi del 28, il suo ministero pubblico, quando aveva circa trentatré o trentaquattro anni. Alternò regolarmente la sua attività tra la nativa Galilea e Gerusalemme (inclusa l’area circostante della Giudea), salendo alla città santa per le grandi feste, quando grandi folle di pellegrini potevano garantire un uditorio che altrimenti non avrebbe potuto raggiungere. Questo ministero si protrasse per due anni e pochi mesi.
Nel 30 d.C., mentre Gesù era a Gerusalemme per l’approssimarsi della festa di pasqua, evidentemente ebbe la sensazione che la crescente ostilità delle autorità del tempio di Gerusalemme nei suoi confronti stesse per raggiungere il culmine. Celebrò un solenne banchetto di addio con il gruppo più ristretto dei suoi discepoli un giovedì sera, il 6 aprile secondo il nostro computo moderno, l’inizio del quattordicesimo giorno di nisan, il giorno della preparazione di pasqua, secondo il computo liturgico giudaico. Arrestato nel Getsemani nella notte tra il 6 e il 7 aprile, dapprima fu esaminato da alcuni capi giudei (meno verosimilmente dall’intero sinedrio) e poi consegnato a Pilato venerdì, 7 aprile di buon mattino. Pilato, rapidamente, lo condannò a morte per crocifissione. Dopo essere stato flagellato e schernito, Gesù fu crocifisso, fuori Gerusalemme, nello stesso giorno. Morì la sera di venerdì, 7 aprile 30. Aveva circa trentasei anni.» (pp. 411-412)

The Phantom of the Ego

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Il sottotitolo di questo bel libro di Nidesh Lawtoo, Modernism and the Mimetic Unconscious (Michigan State University Press 2013) è eloquente: il contenuto del libro è un allargamento della teoria mimetica di René Girard sul versante dell’inconscio mimetico come si andava configurando, prima dell’ingresso condizionante della speculazione di Sigmund Freud, in autori del Modernismo (da Nietzsche a Lawrence a Conrad a Bataille, passando per Bernheim, Tarde, Harrison, Lacoue-Labarthe e Janet). Lo sviluppo attuale delle neuroscienze, secondo Lawtoo, tende a erodere l’idea di una qualsiasi preesistenza dell’ego alla socialità: l’ego nasce in relazione, è costitutivamente relazionale fin dal suo inizio, e il suo inizio è segnato dalla mimesi: «… l’ego non nasce nell’isolamento ma in una relazione di comunicazione inconscia e mimetica con gli altri. […] … la soggettività, fin dal suo inizio, deve essere ripensata in termini relazionali, imitativi. […] L’ego non dovrebbe essere visto come la causa della mimesi ma come suo effetto: la mimesi non segue l’ego ma lo porta all’essere.» (p. 271) Superata la lunga parentesi freudiana, cui in qualche modo anche l’idea girardiana della struttura triadica del desiderio rimane in parte debitrice, la teoria mimetica deve riscoprire nei teorici e scrittori modernisti della mimesi inconscia i suoi precursori, il cui intuito ha preceduto le attuali scoperte delle neuroscienze e può illuminarne ancora oggi il significato. Poiché secondo Lawtoo i grandi modelli romanzeschi sui quali la teoria di Girard si fonda non bastano più: «La folla moderna non tiene conto dell’esperienza, ancora egocentrica, di una rivalità mimetica tra soggetto e modello, “copia” e “originale”, ma dissolve l’ego in un fiume di simulacri dove la copia non solo precede l’originale, ma fa esplodere la stessa ontologia della mimesi, lasciandosi dietro uno strano mondo di fantasmi» (p. 289)

Confessioni di un borghese

Confessioni di un borghese

Autografia romanzata, ma non troppo, Confessioni di un borghese di Sándor Márai (trad. it. di M. D’Alessandro, Adelphi 2003) è un testo del 1934-35. L’autore lo scrive, per così dire, prematuramente, visto che il suo anno di nascita è il 1900. Diviso in due parti, di cui la più interessante e avvincente è l’infanzia-adolescenza in Ungheria, si può considerare sotto le specie di romanzo di formazione, che avviene attraverso una lunga serie di incontri con ambienti e personaggi molto vari e culturalmente differenti. Il libro narra fondamentalmente il maturarsi di una vocazione: quella di scrittore e scrittore ungherese che si sviluppa tra Berlino e Parigi negli anni successivi alla Grande Guerra. Nella vasta galleria umana del libro mi ha particolarmente colpito la descrizione accurata di Hanns Erich, un giovane tedesco con cui Márai tenta di stringere una impossibile amicizia. Teniamo presente che nel 1935 le categorie di autismo (nel significato oggi vigente) e di sindrome di  Asperger sono ovviamente ignote. Riporto dalle pagine 301-305. Un pezzo interessante anche per gli psicologi, e per tutti coloro che ritengono che l’autismo sia un continuum, entro il quale non è semplice individuare salti qualitativi. Continua a leggere

La vera storia del pirata Long John Silver

La vera storia del pirata Long John Silver è quella narrata da Björn Larsson in questo romanzo del 1995, che leggo ora nella traduzione di K. De Marco (18ª edizione, Iperborea 2012). Ricreazione del pirata di Stevenson, con evocazione di una coorte di personaggi dell’ Isola del tesoro come il capitano Flint e Jim Hawkins. Un racconto davvero robusto e gustoso, in cui la voce narrante è quella dello stesso Silver. E in Silver, con la sua individualistica ed inesausta brama di libertà e di vita piena, sicuramente l’autore proietta se stesso. Tuttavia, Silver è un personaggio ambiguo, molto ambiguo, ed è un personaggio tardo novecentesco o già post-millenniale. Il lettore di Larsson attraversa una marea di fatti cruenti e di azioni spietate in uno stato di grazia e di leggerezza, ma cogliendo sempre nello scrittore la piena consapevolezza dei meccanismi che reggono e regolano i rapporti tra gli umani. Compreso quello fondamentale, il meccanismo del capro espiatorio, di cui Silver, a sua volta ben consapevole di essere un nemico dell’umanità come tutti i pirati, svela il funzionamento a p. 334. Nel momento in cui sulla nave si determina una pericolosa tensione, con la ciurma in stato di depressione per una terribile bonaccia–una situazione che egli sa essere il preludio alla ricerca di una vittima sacrificale che potrebbe essere lui stesso, che è il quartiermastro–è Silver in persona a dirigere astutamente la scelta della massa su un altro membro dell’equipaggio.

«Bowman lanciò un grido raccapricciante, quando lo trascinarono in coperta e lo legarono. Gli diedero una morte lenta e dolorosa, che lo costrinse a pentirsi di essere in vita finché rimase vivo. Per quel che mi riguardava, anche una morte rapida e improvvisa sarebbe andata bene. Ma se l’avessero ucciso sul colpo, gli altri non si sarebbero mai tolti il suo veleno dal sangue. Così, invece, non si vedevano che espressioni felici e soddisfatte, una volta che gli squali ebbero fatto piazza pulita del nostro spirito maligno e di quello che, non più di un’ora prima, era ancora un essere umano vivo, anche se non uno dei migliori esemplari della specie. Ebbi da vari parole di ringraziamento. E forse erano anche meritate.
L’unico che non si lasciò abbagliare dalla mia abilità fu England. Mi guardò male per parecchie settimane, mentre gli altri avevano presto dimenticato che fosse mai esistito un essere umano chiamato Bowman. Non mi diedi la pena di spiegare a England che era indispensabile sacrificare un capro espiatorio, se volevamo rimanere un po’ più a lungo su questa terra. Quelli come lui, che, a sentir loro, sanno distinguere tra la vita e la morte, non capiscono che a volte bisogna scegliere l’una o l’altra.»

A Refuge of Lies

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Di Cesareo Bandera avevo letto anni fa il bellissimo The Sacred Game, del 1994 (ne parlo qui e qui), in cui viene sviluppata una innovativa lettura dell’Eneide. Ora esce questo  A Refuge of Lies (Michigan State University Press 2013), in cui Bandera si concentra sull’altro grande testo epico occidentale, il primo: l’Iliade. Visto ovviamente come un grande poema epico-sacrificale. Il testo è di sole 143 pagine, ma brillantissime e di grande spessore argomentativo. Bandera interroga a fondo i testi omerici (anche l’Odissea), ritorna sull’Eneide, si sofferma in un illuminante confronto con l’interpretazione che dell’Iliade diede Simone Weil, e critica anche il concetto girardiano di misconoscimento della logica del capro espiatorio da parte degli antichi.

«Questo è tutto il segreto dell’Iliade. L’intero poema è un’operazione sacrificale. Come abbiamo già detto, il suo fine non è quello di narrare la storia della Guerra di Troia o di glorificarne gli eroi nel senso moderno in cui noi comunemente intendiamo tale glorificazione. L’eroe omerico non è mai stato inteso come un faro, un modello, un esempio da seguire. Nessun greco sano di mente avrebbe mai voluto essere un secondo Achille. La sola idea probabilmente lo avrebbe terrorizzato. Il poema, nondimeno, è una glorificazione sacrificale di un singolo eroe in particolare tra tutti gli altri. Si tratta di una sorta di culto rituale che, parlando storicamente, deve essere visto sullo sfondo sociale dei culti locali degli eroi. Ma noi dobbiamo comprendere che cosa implica questa glorificazione poetica cultuale. Per cominciare, essa conferisce all’eroe una condizione sacra: lo pone vicino agli dèi, la qual cosa lo rende automaticamente venerando e terrificante, e come conseguenza innesca la domanda di sacrificio, che è l’unica via appropriata e sicura per avvicinarsi al sacro. Ora, ciò che il poeta–vale a dire il sacrificatore poetico–vede attraverso le lenti sacrificali, come già sappiamo, è qualcosa di irriducibilmente ambivalente: da un lato qualcosa che è degno di gloria, kleos, immortalità poetica, e dall’altro qualcosa di estremamente pericoloso, che deve essere espulso, mantenuto a distanza. Il “migliore degli Achei” è anche il più pericoloso, il più terrificante, e il più contaminante. L’Achille omerico non è là per difendere qualcosa come “la causa” degli Achei. Egli è là, egli viene venerato, glorificato poeticamente, in modo che possa salvare gli Achei da quella terrificante violenza che egli stesso incarna, porta con sé, rappresenta. Soltanto lui può salvare gli Achei, perché egli è anche il solo che li terrorizza. La Guerra di Troia fornisce soltanto lo scenario in cui viene illustrata poeticamente, per così dire, questa salvezza sacrificale universalmente ritualizzata e immemoriale.»
(pp. 68-69).

 

Critica della teologia politica

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Un libro di grande spessore, ricco nei riferimenti teologici e filosofici, rigoroso nell’argomentazione e nell’apparato critico, è questo di Massimo Borghesi Critica della teologia politica (Marietti 2013). Il campo vi è occupato in buona parte dallo scontro tra la visione di Carl Schmitt e quella di Erik Peterson, dei quali Borghesi analizza acutamente le tesi e i loro sviluppi in altri autori, sullo sfondo dei grandi mutamenti in atto nel mondo e nella Chiesa nel corso di due millenni e dell’ultimo secolo. La questione in gioco è fondamentale, e si annoda alla vicenda della grande Chiesa in Occidente nel suo legame con la politica e lo Stato: per Borghesi, col Vaticano II e anche grazie a pensatori come Ratzinger, decisamente schierato con Peterson nell’affermare che «il cristianesimo si oppone all’identificazione tra “regno di Dio” e programma politico» (p.88), « … è la riattualizzazione della tradizione ecclesiale dei primi secoli che consente la valorizzazione della lezione moderna. Il Vaticano II, nel suo riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, chiude una tradizione dei rapporti Chiesa-mondo, quella post-teodosiana che si prolunga nel Medioevo e in parte della modernità. Al contempo ne riapre un’altra, quella della sua tradizione più antica e più autentica, propria dell’età precostantiniana» (p.60). Il pericolo che il cristiano corre da sempre è quello della gnosi e del manicheismo, dal quale salva, ancora una volta, Agostino. Così, vi è un mortale rischio di teo-manicheismo (p. 185), manifesto in Schmitt, ma presente anche in molta teologia del Novecento (Borghesi si confronta con Metz, Moltmann, ecc.), da cui può salvare solo chi lo ha conosciuto bene nella sua capacità seduttiva, e lo ha superato. Borghesi ha ben presente l’impossibilità di far coincidere fede e religione (pp. 276-277), pena gravi fraintendimenti anche del senso dei grandi sommovimenti storici degli ultimi decenni, e nello stesso tempo si interroga criticamente, sulla scorta di pensatori come Habermas e Böckenförde, sulla questione della possibilità che le virtù politiche richieste dalla democrazia necessitino dell’apporto di una dimensione religiosa, senza la quale la democrazia stessa potrebbe afflosciarsi (p 312). Mi chiedo se ci siano in giro politici abbastanza colti da essere in grado di leggere e meditare questo eccellente libro.

Il sogno di ogni uomo

cop (2)

I libri di Roberto Michilli hanno questo carattere, che me li fa piacere: una scrittura facile e piana, che senza apparenti pretese stilistiche ma con un suo rigore economico affronta temi rilevanti anche dal punto di vista sociale ed antropologico. L’ambientazione periferica e provinciale attua lo stesso piano della scrittura: una umiltà sostanziosa. Così questo poliziesco Il sogno di ogni uomo (Galaad Edizioni 2013) è un’opera più complessa di quanto possa sembrare ad una lettura affrettata. Esamino qui un paio di punti, anzi tre.

Prima questione. È questo un romanzo poliziesco, nel senso che vi sono omicidi, indagini, e poliziotti come protagonisti: l’amabile e colto commissario Ricci e il suo braccio destro, il calmissimo e metodico Straffi. La coppia di investigatori, qui in una delle tante declinazioni, si presta a virtuosismi e variazioni, come i temi musicali, ad es. la Follia di Spagna. Ma si tratta in questo caso di un giallo o di un noir? Il discorso sul noir l’ho già affrontato anni fa, giungendo a questa conclusione: mentre il giallo classico sembra assumere come presupposto l’esistenza di una società fondamentalmente sana, di cui i criminali sono la parte malata—curabile o da eliminare chirurgicamente—, così che in fondo l’investigatore appare come una sorta di diagnosta, non coinvolto nella condizione patologica di quella specifica parte della umanità sopra la quale esercita la propria arte, il noir contemporaneo tratteggia una società che nel suo insieme è malata, ovvero pencola sull’orlo di una crisi mimetica, cioè della sua dissoluzione. Ora, su questo punto il romanzo di Michilli non è di immediata collocazione: l’ambiente sociale in cui si muove il commissario Ricci presenta infatti sì aspetti di degrado morale, di decadenza, di difficoltà nei rapporti umani, di inadeguatezza delle classi alte, ma non pare affatto trovarsi sull’orlo di una possibile dissoluzione. Sembra infatti tuttavia ben salda la vita provinciale, coi suoi luoghi ameni, la sua vita ancora legata a consuetudini antiche, la sua gastronomia, il piacere della vita. Si può dunque inizialmente propendere per il giallo, un giallo che mantiene fino alla fine viva nel lettore la curiosità e l’interesse per l’identità e il movente dell’assassino, ma che non ha l’intreccio come suo interesse di fondo.

Seconda questione. La violenza che compare all’inizio, con la spietata uccisione di due persone, è sovrabbondante rispetto a quella che si rivelerà esserne il movente, e in aggiunta è perpetrata da un personaggio che non sembrerebbe avere in sé alcuna delle caratteristiche che vengono normalmente associate a chi si macchia di crimini così orrendi: le due vittime sono abbattute con un violento colpo sul cranio e sgozzate con un rasoio mentre giacciono a terra. Che cosa significa questa sovrabbondanza di violenza in quel contesto, ed entro il quadro culturale della borghesia colta e raffinata da cui proviene la mano omicida? Ecco che il sospetto del noir si riaccende. E qui Michilli sembra però voler dire che per quanto relativamente sereno sia il quadro sociale (siamo nel 2002, la grande Crisi non c’è ancora), sono ancora forti i vecchi dislivelli di classe e nello stesso tempo è anche forte in chi sta alla base della piramide la voglia di fuoriuscire dai limiti di una esistenza segnata dal lavoro manuale duro e poco gratificante, la spinta all’ascesa sociale. Conflitti, ma non crisi mimetica generalizzata e dissoluzione. In mancanza di un forte ethos condiviso, la brama di conquistarsi un posto al sole con ogni mezzo, e la contrapposta difesa a tutti i costi del valore italico supremo, la famiglia, possono causare un’esplosione di violenza. Si tratta di quella violenza che si configura come risposta ad una minaccia di sovvertimento dell’ordine, e porta all’espulsione e all’annientamento di chi è portatore di quel sovvertimento. Il fatto che le due vittime siano un maschio ed una femmina, poi, introduce un ulteriore elemento di indifferenziazione mimetica, che sarà confermata dalla soluzione del caso. Ma questi processi di indifferenziazione violenta appaiono qui ancora limitati, non universalmente dilaganti.

Terza questione: il sesso. La vittima, Marisa, la cui storia emerge nel corso del romanzo dai vari racconti dei testimoni e degli inquisiti, è una donna che fa la cameriera e la colf, coltivando il sogno di poter aprire un giorno una sua attività. Come colf frequenta varie famiglie, e in ogni ambiente manifesta una docile disponibilità al sesso. È bella e docile, non può rimanere incinta a seguito di un aborto, non è impegnativa perché non accampa pretese: per questo viene definita il sogno di ogni uomo. E qui appare in tutta evidenza quella miseria della sessualità ridotta a pura immediatezza, che segna la nostra epoca. Marisa però non è un mero simbolo, né una pura ombra sebbene emerga filtrata dai racconti di altri. Da un lato appare quasi una incarnazione della donna-oggetto, della bambola, dall’altro ha invece un suo progetto, che porta avanti con determinazione, possiede quindi il pieno carattere del personaggio.

Concludo con una piccola annotazione sul commissario Ricci, e una più lunga citazione. Uomo colto, ironico, buongustaio e scapolo di ferro, amante della musica e della letteratura, Ricci ha in sé una nota elegiaca, che ben emerge in un bel passo, non privo di aperture metafisiche e che si configura come una variazione sul tema de la vita vera è altrove, con un sedendo e guardando che evoca il grande Recanatese :

«In certe giornate luminose d’autunno, i piccoli ventagli gialli appesi ai rami dei ginkgo, mossi appena dalla brezza, splendevano al sole come tante monete d’oro: al tramonto, quelle larghe dei liriodendri s’accendevano di caldi riflessi color rame. D’inverno il commissario si consolava dei tanti rami spogli col verde cupo dei cedri e delle siepi, ed era bello, a primavera, spiare i primi germogli sui rami e gioire della gloriosa fioritura dei mandorli e dei peschi. Nel caldo delle sere di luglio arrivava poi il profumo struggente dei tigli, a ricordargli che non avrebbe mai raggiunto ciò che inseguiva, ma che era bello e giusto continuare a provarci. A volte, sedendo e guardando, se non aveva né freddo né caldo, né dolori acuti a trafiggerlo, rumori a disturbarlo, riflessi ad accecarlo, tutte le ansie cadevano, dimenticava le paure, non desiderava essere diverso né trovarsi altrove, e riusciva a sentirsi in pace con se stesso e con il mondo. Altre volte, invece, l’assaliva la commozione, e piangeva. Quelle lacrime celebravano quietamente nostalgie e rimpianti, ricordi e sogni, speranze e desideri svaniti, ma erano anche un modo per esprimere quello che sentiva in quei momenti, e che nessuna parola avrebbe mai potuto raccontare. Ciò che la vita potrebbe e dovrebbe essere, e tutto ciò che a noi manca; quella fitta che ogni tanto fa dolere il cuore e scombina i conti della nostra esistenza, facendoci sentire come i bambini delle favole sperduti nel bosco. Ma quelle lacrime esprimevano anche il desiderio di essere libero e presente a se stesso, come un animale marino sopra gli scogli, beato tra il cielo e le onde, al di là o al di qua del bene e del male, ignaro di nostalgie e appagato dal bagliore della luce e delle spume. Sì, quelle lacrime dicevano queste e molte altre cose. Come tutti gli uomini, anche Ricci a volte sentiva che la vita poteva essere più vasta, ricca e completa, ma non sapeva come fare per raggiungerla e viverla.» (pp. 119-120)

Il Dio di Gesù Cristo

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Questo di Walter Kasper, Il Vangelo di Gesù Cristo, Queriniana 2011, non è tanto una cristologia quanto un’ecclesiologia, ovviamente cristocentrica. Direi che potrebbe essere utile a chi volesse avere un’idea non superficiale del pensiero teologico dell’attuale papa Bergoglio, per una certa curvatura che differenzia–limitatamente invero–Kasper, notoriamente apprezzato da Francesco, dal Ratzinger teologo. Il Vangelo di Gesù Cristo non è un testo unitario, risultando dall’unione di tre scritti diversi, cronologicamente separati e successivamente rivisitati: l’unità è data dalla ispirazione post-conciliare, da una visione in cui la Chiesa si mantiene ancorata saldamente alle sue verità fondative, distinguendo tuttavia l’essenziale permanente dalle incrostazioni storiche e dai principii disciplinari transeunti, in una permanente apertura al mondo. Tra i molti passi interessanti ne colgo uno che offre il sapore del tutto.

«Il concilio Vaticano II può essere inteso in un certo senso come distacco da questa mentalità di restaurazione diretta contro l’epoca moderna. È ovvio che una tale apertura non è possibile senza crisi. Così facendo la chiesa sembra rinunciare a ciò che sin qui costituiva la sua forza e rappresentava un’attrattiva per molti spiriti attenti, ma che la faceva anche la patria di tutti coloro che cercavano sicurezza. Una forte ripresa di tendenze restauratrici resta per il momento decisamente esclusa. La restaurazione, invero, non può mai essere una soluzione. Quando l’autorità è stata posta una volta in discussione, la si può fondare solo sulla base di argomenti. Ma ogni argomento addotto solleva a sua volta nuove questioni. Anche il punto di vista dell’autorità, dunque, è corroso dallo spirito dell’illuminismo. Oggi la pura e semplice restaurazione non è una possibilità. A noi è possibile solo un rapporto critico – cioè negativo – nei confronti dell’autorità. L’autorità deve oggi dimostrare di essere in funzione della libertà. Ciò significa che noi oggi dobbiamo cercare una mediazione critica e creativa tra la fede e il pensiero moderno, tra la chiesa e la società moderna.» (pp. 19-20)

Sindbad torna a casa

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Il protagonista di questo libro di Sándor Márai è Gyula Krúdy, uno scrittore del primo Novecento magiaro, un raffinato dandy. Marai ne narra una giornata, l’ultima della vita, in cui “Sindbad il marinaio” esce di casa per recarsi in città, nei luoghi da lui amati, passando dal bagno turco al ristorante, e finendo per cantare un’ultima volta in sé l’elegia dell’antica vita ungherese. La ricchissima, avvolgente e nutriente prosa di Marai si fa qui poema sinfonico, che anche un orecchio non ungherese come il mio può apprezzare e godere. In questo straordinario congedo si può identificare chiunque sia portato a meditare sui vani disegni degli umani, e sulla bellezza del mondo che essi abitano come ospiti passeggeri.