Hadza

Cacciatori-raccoglitori. L’umanità è vissuta in questo modo per un infinito numero di anni. L’ultima popolazione di puri cacciatori-raccoglitori in Africa oggi è quella degli Hadza. Ultimi testimoni.

I Buoni

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Luca Rastello col romanzo I Buoni (Chiarelettere 2014 ) veste il camice dello scrittore-chirurgo, e affonda il bisturi in una delle piaghe purulente del nostro tempo: l’attività e il modo di essere di organizzazioni benefiche, di onlus guidate da figure carismatiche, nelle quali una retorica di parole e gesti accattivanti si unisce, in piena falsa coscienza, con una sostanza oscura, quella di un potere inesorabile che schiaccia tutti. Qui la figura carismatica è un prete, don Silvano, un prete da battaglia, che indossa maglioni sdruciti, nume della onlus onnivora In punta di piedi, che combatte le mafie e sviluppa innumerevoli attività (bisogna avvertire sempre la frusta dell’oltre  è una delle formule stereotipate), e stritola i suoi membri. È una onlus vezzeggiata da politici e media. Ciò che la caratterizza è una retorica efficacissima, ma nella sostanza radicalmente falsa: il suo simbolo è l’uso del verbo “accompagnare” in luogo del moralmente proibito “licenziare”.  La genuinità lupesca della protagonista Azalea, una ragazza che dalle fogne di Bucarest finisce nel gruppo dirigente della onlus di don Silvano, fa risaltare la falsità della posizione di tutti gli altri, con l’eccezione di una transessuale e di un bandito. Ed è forse qui il punto debole di Rastello, che finisce per cadere in una retorica dell’antiretorica. Con sviluppi decisamente sacrificali nella parte finale, in cui il bandito Adrian si trasforma in giustiziere-profeta che si esprime con formule bibliche mentre massacra i cattivi. C’è infatti un che di religioso in questo testo, che risalta anche dai titoli delle sue tre parti: L’uomo dal paradiso, Scuola di empietà, L’uomo dall’inferno.

Il Cerchio Celtico

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Risale al 1992 il romanzo di Björn Larsson Den Keltiska Ringen, la cui traduzione di K. De Marco Il cerchio Celtico è uscita nel 2011 da Iperborea, e di cui io leggo la seconda edizione del 2012. Non è uno di quei romanzi che invecchiano, perché è costruito con ingredienti ben solidi, che reggono l’urto del tempo e il passare delle mode, come lo sloop Rustica, la barca a vela del protagonista, lo svedese Ulf, regge la furia del vento e del Mare del Nord. Storia di mari e scogli, di porti e di passaggi difficili lungo le coste scozzesi nel pieno dell’inverno, con in aggiunta un’oscura cospirazione per l’indipendenza dei popoli celtici, non priva di agganci con quello che anche nei nostri giorni si agita nelle viscere dell’Europa. Aggiungici una donna misteriosa e inquietante, più due rapporti di amicizia — uno consolidato e un altro nascente e tragico — e il piatto è servito, con condimento di un pizzico di ironia e di magistero romanzesco.  Con vari fili che si intrecciano, e sono simboleggiati da tre imbarcazioni che si incrociano, si inseguono e si fuggono: il Rustica, il catamarano Sula del finlandese Pekka, e il nero peschereccio F154 su cui naviga l’ambiguo MacDuff. Chi non ama avventura e mare stia lontano da questo romanzo, che ne contiene una dose massiccia.

 

 

 

 

 

La conoscenza tragica in Euripide e in Sofocle

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In questo libro sulla visione tragica di Euripide e Sofocle (Transeuropa 2013), Giuseppe Fornari continua nel processo di rimodulazione del suo rapporto con René Girard (che avrebbe «fatto dell’intera cultura umana il suo capro espiatorio», pp. 371-372), dal quale si va allontanando da anni, pur rimanendo legato ad alcuni elementi fondanti della teoria mimetica. Un’analisi accurata del testo potrebbe mettere in luce con facilità tutti i passaggi e le articolazioni del discorso di Fornari che si prestano ad una interpretazione mimetico-rivalitaria, nei termini dell’allievo che vuole rendersi indipendente dal maestro minimizzando il debito nei suoi confronti nello stesso momento in cui lo riconosce (vedi l’accusa mossa a Girard di narcisismo apocalittico, p. 376 ). Qualche anno fa ho svolto una critica delle idee di Fornari con una lettura del suo Filosofia di passione e la ritengo ancora valida in riferimento alla sostanza di questo libro sulla tragedia greca. Non ripeterò qui questa critica. Trovo impressionante la crescita in Fornari di una sorta di risentita hybris, quella di colui che ritiene di essere portatore di una luce, di una conoscenza vera in grado di aprire nuovi mondi, e la vede non accolta dalle tenebre delle istituzioni culturali dominanti. Evangelista misconosciuto di un nuovo metodo di lettura dei miti e dei riti, Fornari si colloca in una posizione instabile e pericolosa tra antropologia e filosofia, e avanza teorie, come quella della mediazione estatica, risalente ad eventi sacrificali originari e originanti, del tutto inaccessibili e speculativi, che nessuna scienza contemporanea potrà mai accogliere. Fornari pensa che la tragedia greca sia portatrice di un altissimo messaggio, che si pone ad un livello di consapevolezza dell’umano che è appena sotto quello che sarà espresso dal Nuovo Testamento. E il mondo moderno è oggetto di dure accuse: «E per non farci sfuggire questo messaggio postremo e postumo dobbiamo deporre l’insopportabile habitus moderno di giudicare dall’alto di una superiore consapevolezza teorica e storica. Sarebbe infatti ironicamente illusorio pensare che noi moderni si sia in una condizione superiore di spettatori, benevolmente disposti a qualche storicismo generico o a qualche estetismo letterario, quando è questa genericità compiaciuta a dimostrare un’inferiorità disastrosa al compito a cui le nostre conoscenze ci chiamerebbero.» (p. 179)
Ovviamente la “superiore consapevolezza teorica e storica” Fornari la deve riconoscere a se stesso, altrimenti il suo discorso non avrebbe alcun senso.

Hypatia

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La traduzione mia lentissima e non fedele inizia oggi così:

A trecento miglia da Alessandria. Sulle basse colline dell’entroterra, dove la sabbia continuamente si muove. Là è seduto un giovane monaco. Alle sue spalle il deserto immensa distesa, senza vita senza misura, abbacinante riflesso sull’orizzonte della volta senza nuvole di blu. Non sta ferma ai suoi piedi la sabbia, rivoletti gialli che scendono, mulinelli di fumo giallo dietro di lui, brezze dell’estate potente.
In basso c’è una stretta valle, e sulla parete di pietra che sta di fronte si vedono caverne che sono tombe, e grandi cave antiche, con colonne e obelischi incompiuti, abbandonati dagli operai dei secoli passati. La sabbia scende e si accumula intorno ad essi, le loro cime sono coperte di arida neve. Ovunque silenzio. Desolazione. La tomba di una nazione morta in una terra che muore.
E là lui sta seduto, gioioso, sopra tutto questo, pieno di vita giovinezza e salute e bellezza. Un giovane Apollo del deserto.

 

La leggenda del sesto uomo

La leggenda del sesto uomo

Una buona idea narrativa, un risultato decente. L’idea buona di Monika Kristensen, esploratrice polare datasi alla narrativa, ne La leggenda del sesto uomo (Kullungen, 2008, trad. it. di M. V. D’Avino, Iperborea 2013) è questa: un asilo infantile a Longyearbyen nelle isole Svalbard, durante l’inverno artico in cui non sorge il sole, e una miniera di carbone gigantesca e attiva nel cuore della montagna. Dall’asilo sparisce una bambina, e la sua affannosa ricerca si intreccia col vissuto di molte persone, tra cui i suoi genitori, tra le fragilità dei rapporti coniugali e amorosi, il lavoro dei minatori, le attività illecite sul mare gelato, tra orsi bianchi, minatori-bracconieri a caccia di renne e pescatori-contrabbandieri, e le profondità della terra da cui l’inesausta opera umana estrae il carbone pagando un alto prezzo di vite.  L’idea narrativa è buona, ma i numerosi personaggi sono appena abbozzati, e i loro moventi non sono sufficientemente scandagliati. Soprattutto manca l’afflato poetico-tragico, per cui il lettore rimane con l’impressione di una grande occasione mancata.

The Autism Matrix

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The Autism Matrix, di Gil Eyal et al. (Polity Press 2010) reca come sottotitolo The Social Origins of the Autism Epidemic. Ovvero le origini sociali dell’epidemia di autismo, quella che spinge molti a ricercarne le cause più varie, spesso senza alcun serio fondamento scientifico. Se infatti è vero che i numeri delle persone con diagnosi di autismo sono in grande crescita soprattutto nel mondo sviluppato, occorre secondo Eyal chiedersi non tanto perché oggi si facciano queste diagnosi, ma perché fino a pochi anni fa non si facessero. La questione è infatti prima di tutto sociale. Il discorso che il libro svolge è complesso e raffinato, e non cade mai in ingenuità né si fa imbrigliare da tesi precostituite, ma a seguito dell’analisi svolta alcuni elementi ne emergono con chiarezza, e anzitutto questo: non è che negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta non si facessero diagnosi riguardanti la condizione mentale dei bambini. No, si facevano, e in gran quantità. Solo che semplicemente non erano diagnosi di autismo.
L’etichetta diagnostica autismo non era in uso, o il suo uso era limitato, come per differenti motivi vollero gli stessi Kanner e Rimland (ad es. vedi p. 187), a poche situazioni ben definite. Quindi non vi erano soggetti autistici, ma vi erano molti altri malati di mente o ritardati, con variazioni nel tempo che potrebbero configurare diverse altre epidemie, come quelle di deficienza mentale degli anni Quaranta o di schizofrenia infantile negli anni Cinquanta. Nel 1948 negli USA 108.500 bambini mentalmente ritardati erano inseriti nell’educazione speciale. Nel 1966 erano diventati 540.000. Dunque, nel 1966, ripetiamo, 540.000 bambini negli USA venivano seguiti da programmi di educazione speciale in quanto in vario grado ritardati. La cifra è enorme, e interpella seriamente coloro che parlano di “epidemia di autismo in corso”, perché la fluttuazione dei significanti, con lo spostamento diagnostico e l’attribuzione di etichette varianti nel tempo, è un dato storico impressionante. 

All’interno del libro di Eyal mi pare di poter individuare due cardini: il primo è la deistituzionalizzazione del ritardo mentale iniziata a metà degli anni Settanta, che ha comportato una immensa dislocazione culturale e pratica, rendendo possibile un nuovo ruolo, protagonistico, delle famiglie e il sorgere di nuove professionalità, alleate con le famiglie, al di fuori della psichiatria tradizionale. Lo svuotamento degli istituti come la prima formidabile scossa di terremoto cui sono seguite innumerevoli scosse di assestamento, fino alla nascita dello spettro autistico come entità onnivora. «L’autismo così è diventato proteiforme, un vasto spettro che ingloba forme multiple e molteplici gradi di severità, un ‘significante fluttuante’ che può essere molte cose contemporaneamente, che può indicare allo stesso tempo una cosa e il suo contrario: ritardo mentale profondo e abilità da quasi-genio, ipersensibilità e iposensibilità, distacco ed eccessivo attaccamento, assenza di emozioni ed esplosioni di ira.» ( pp. 24-25)
Il secondo cardine è il generale offuscamento dei confini: tra malattia mentale e ritardo mentale, tra medicina convenzionale e non-convenzionale, tra professionisti e genitori, ecc. Ma come il processo di istituzionalizzazione–che ha visto innumerevoli bambini rinchiusi tra quattro mura dopo essere stati allontanati dalla famiglia–fu un prodotto storico-culturale ed economico che non può essere pienamente compreso senza uno sguardo vasto (un’ottica puramente tecnico-psichiatrica sarebbe fuorviante), così anche la creazione dello spettro dell’autismo e le sue attuali polimorfiche manifestazioni possono essere davvero colte solo allargando la visione, e seguendo la via tracciata da Eyal in questo splendido libro, che dovrebbero leggere tutti coloro che discutono di autismo. Noticina finale: Nel 2007 in Inghilterra risultavano ricoverati in istituti 2.245 bambini. In Francia, la patria del lacanismo, 108.000. (p.62) Da noi non saprei dire.

 

 

 

 

 

 

Fra i boschi e l’acqua

Fra i boschi e l'acqua

Between the Woods and the Water (trad. it. di A. Bottini e J. M. Colucci, Adelphi 2013) uscì nel 1986. Ma i fatti che narra, accaduti durante il lungo viaggio a piedi di Patrick Leigh Fermor diciannovenne verso Costantinopoli attraverso l’Europa danubiana, avvennero nel 1934. Il lettore rimane affascinato da quel mondo di proprietari terrieri, contadini e zingari, un mondo sul quale si stanno addensando le ombre funeste di ciò che sarebbe avvenuto dieci anni dopo. Un mondo destinato all’annientamento. Le memoria e un diario di viaggio aiutano lo scrittore a rievocare mesi splendenti,  l’incanto di una giovinezza avventurosa e aperta al contatto con l’umanità diversa e all’amicizia. Fermor è un coraggioso–come dimostrerà da paracadutista a Creta nel 1941, con un’impresa leggendaria contro i tedeschi–: non è certo da tutti dormire tranquillamente da soli sotto le stelle sui monti della Transilvania, tra gli orsi e i lupi, in una foresta sconosciuta. Nel corso del viaggio, il giovane trova spesso tetti ospitali, conversazioni interessanti, ragazze gentili e nobili signore. E vive una intensissima e brevissima storia d’amore. Nessun romanticismo, però: la sobrietà di Fermor accresce l’incanto, e trasferisce nel lettore un senso acuto di nostalgia. Solo ai grandi è concesso questo potere.

Il cardellino

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 Il cardellino di Donna Tartt esce ora in Italia da Rizzoli, dopo essere uscito negli Stati Uniti nell’ottobre 2013. Diffidente delle traduzioni affrettate, data anche la mole dell’opera e il suo spessore linguistico e narrativo, l’ho letta nella lingua originale, The Goldfinch. A cinquant’anni, la Tartt ha scritto solo tre romanzi, e questo è il frutto di una elaborazione lunghissima. Il lavoro sulla struttura e sulla composizione di ogni paragrafo, dal lessico alla grammatica, traspare in modo evidente. Un libro che richiederebbe un traduttore geniale, e un lavoro di anni per una versione italiana accettabile: su questo non aggiungo altro. La scrittrice ha più volte dichiarato che i suoi modelli sono alti: nientemeno che Dickens e Dostoevskij: la freccia deve essere scagliata verso il sole perché vada più lontano. I temi dell’opera, che si intrecciano fra loro fin dall’inizio, sono quelli fondamentali della condizione umana: anzitutto la sventura, che colpisce il giovane protagonista quando, ragazzino, accompagna la madre amatissima ad una mostra di quadri, tra i quali il piccolo meraviglioso Cardellino di Fabritius, e un mostruoso attentato terroristico, una devastante esplosione, la uccide. Al tema della sventura è associato quello della sorte, del caso o del fato, e dell’interpretazione degli eventi. Il ragazzo, il protagonista, che ventiseienne è la voce narrante della storia, ha un nome per eccellenza teoforico, quello di Theo(dor). Egli nel corso della vicenda che ci racconta (possiamo sospettare che menta? No. Ma possiamo dubitare che le cose siano andate esattamente come lui le presenta? Forse, e questo per me è il punto maggiormente problematico, che riguarda per principio ogni io narrante) compie e non-compie atti decisivi. Il primo per ordine di importanza è quello che avviene nel corso della catastrofe iniziale: tra le rovine si porta via il quadro di Fabritius, il Cardellino, e lo terrà nascosto per anni. Sul tema dell’amore per la giovane musicista Pippa, dell’amicizia con l’ucraino apolide disadattato, alcoolizzato e gangster Boris, e sul rapporto con l’antiquario Hobie si potrebbe scrivere molto, così come su vari personaggi di secondo e terzo piano, e sulle polarità e reazioni chimiche che si intersecano e si determinano di passo in passo, a cominciare dal rapporto col padre, giocatore d’azzardo. Polarità che sono anche di luoghi, e di geografie: dalla New York intellettuale ai vuoti spazi di Las Vegas, ai canali di Amsterdam che descrivono cerchi (infernali?). E ovunque sono i temi della bellezza e dell’arte, della verità e della falsificazione. È un romanzo poderoso, con personaggi disegnati con arte, e la maturità di scrittrice di Donna Tartt mi pare completa e mirabile. Infine il lettore rimane spiritualmente arricchito e inquietato, e gli resta nella mente la visione di quel cardellino, il deus ex machina della vicenda: un animaletto che non è in gabbia, sembrerebbe libero, ma al quale una sottile piccola catena legata ad una zampina non consente di spiccare il volo.

L’amore scontento

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Umberto Dinelli è uno psichiatra dalla lunga esperienza, primario di una clinica privata. La sua esperienza confluisce in questo libro, trasfigurata narrativamente e poeticamente. L’amore scontento può senz’altro essere definito un romanzo, anche se molto particolare: il genere è il più elastico, quello che consente ogni variazione, ogni struttura, ogni linguaggio. Quello di Dinelli qui è un linguaggio misto, tra il saggistico e il poetico, mentre la struttura all’inizio narrativa si viene gradualmente mutando in una sorta di monodia tragica. Compaiono nelle prime pagine due giovani donne, che si conoscono e fanno amicizia nelle ore che precedono la loro partenza per un periodo di vacanza, e che decidono di rinunciarvi per andare a Napoli, nel Rione Sanità, ad aprire un centro dedicato ai ragazzi disabili e alle loro madri. Ma quelle che sembrano dover dominare la scena come protagoniste già dopo poche pagine si fanno evanescenti, e vengono confinate dietro la scena, che viene occupata da quattro personaggi, malati/disabili mentali, coi quali l’io del narratore si confronta, più sul piano emotivo-poetico che su quello professionale-saggistico. Ne esce un testo originale, polimorfo, e che lascia il lettore inquieto e pieno di domande.
Stabilendosi nel quartiere più degradato della città più problematica d’Italia, le due volonterose ragazze e il narratore si trovano immersi in una situazione per molti versi arcaica: la stessa geografia dei luoghi, la stratigrafia delle civiltà che si sono succedute, i resti ingoiati dal sottosuolo, le sepolture e i riti perduti, formano un coacervo simbolico dal quale si stagliano due fattori attivi nel presente: il matriarcato e la superstizione. Qui la figura del padre non c’è, è totalmente cancellata. I figli ammalorati gravano sulle spalle delle madri, le consumano, sussistono solo grazie al loro indefettibile sostegno. I quattro del libro hanno nomi simbolici, che sembrano alludere ai quattro elementi: Oceanina all’acqua, Pietro alla terra, Muschillo all’aria e Cardillo al fuoco, ma sotto la specie della malattia-malora, ovvero della patologia che è anzitutto sventura, per essi che non se ne rendono conto, e per le loro madri consapevoli. Nulla di tecnicamente clinico viene detto dei quattro, il lettore può notare degli elementi autistici in qualcuno, ma nel testo non è importante il nome della patologia, quel che conta è lo stato di isolamento, di non comunicazione col mondo, e il peso insostenibile che è sostenuto dalle madri. Né si delineano speranze, né la conclusione apre ad una prospettiva consolante: irrecuperabile il Rione alla modernità civile, irrecuperabili i quattro ammalorati, condannate le madri ad una vita durissima, ad essere totalmente assorbite dalla malora del figlio. Il lirismo tragico di Dinelli sembra vivere in un’altra dimensione rispetto a quella cui appartiene la maggioranza dei libri che si scrivono oggi sulle disabilità e le patologie mentali, in genere tendenzialmente ottimisti, e per quel che concerne l’autismo vi potrei associare forse solo Il mondo di Sergio di Maurizio Paissan, un testo molto differente ma anch’esso collocato sotto il segno della tragedia. L’alterità di questi ammalorati è totale, la loro cifra è l’incomprensibilità radicale. Essi guardano il mondo con occhi alieni, e alieni sono i nostri stessi occhi che guardano loro. Cosa abbiamo davanti a noi?

«O forse, voi bambini ammalorati siete i gradini che salgono a dio? Oppure, così incompiuti, siete un poco divinità, un poco genio, un poco agnelli di Chagall che stanno sempre fuori posto e per il resto bambini? Matite che durano molto meno della gomma che cancella quanto hanno scritto?» (p. 40)