L’amore scontento

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Umberto Dinelli è uno psichiatra dalla lunga esperienza, primario di una clinica privata. La sua esperienza confluisce in questo libro, trasfigurata narrativamente e poeticamente. L’amore scontento può senz’altro essere definito un romanzo, anche se molto particolare: il genere è il più elastico, quello che consente ogni variazione, ogni struttura, ogni linguaggio. Quello di Dinelli qui è un linguaggio misto, tra il saggistico e il poetico, mentre la struttura all’inizio narrativa si viene gradualmente mutando in una sorta di monodia tragica. Compaiono nelle prime pagine due giovani donne, che si conoscono e fanno amicizia nelle ore che precedono la loro partenza per un periodo di vacanza, e che decidono di rinunciarvi per andare a Napoli, nel Rione Sanità, ad aprire un centro dedicato ai ragazzi disabili e alle loro madri. Ma quelle che sembrano dover dominare la scena come protagoniste già dopo poche pagine si fanno evanescenti, e vengono confinate dietro la scena, che viene occupata da quattro personaggi, malati/disabili mentali, coi quali l’io del narratore si confronta, più sul piano emotivo-poetico che su quello professionale-saggistico. Ne esce un testo originale, polimorfo, e che lascia il lettore inquieto e pieno di domande.
Stabilendosi nel quartiere più degradato della città più problematica d’Italia, le due volonterose ragazze e il narratore si trovano immersi in una situazione per molti versi arcaica: la stessa geografia dei luoghi, la stratigrafia delle civiltà che si sono succedute, i resti ingoiati dal sottosuolo, le sepolture e i riti perduti, formano un coacervo simbolico dal quale si stagliano due fattori attivi nel presente: il matriarcato e la superstizione. Qui la figura del padre non c’è, è totalmente cancellata. I figli ammalorati gravano sulle spalle delle madri, le consumano, sussistono solo grazie al loro indefettibile sostegno. I quattro del libro hanno nomi simbolici, che sembrano alludere ai quattro elementi: Oceanina all’acqua, Pietro alla terra, Muschillo all’aria e Cardillo al fuoco, ma sotto la specie della malattia-malora, ovvero della patologia che è anzitutto sventura, per essi che non se ne rendono conto, e per le loro madri consapevoli. Nulla di tecnicamente clinico viene detto dei quattro, il lettore può notare degli elementi autistici in qualcuno, ma nel testo non è importante il nome della patologia, quel che conta è lo stato di isolamento, di non comunicazione col mondo, e il peso insostenibile che è sostenuto dalle madri. Né si delineano speranze, né la conclusione apre ad una prospettiva consolante: irrecuperabile il Rione alla modernità civile, irrecuperabili i quattro ammalorati, condannate le madri ad una vita durissima, ad essere totalmente assorbite dalla malora del figlio. Il lirismo tragico di Dinelli sembra vivere in un’altra dimensione rispetto a quella cui appartiene la maggioranza dei libri che si scrivono oggi sulle disabilità e le patologie mentali, in genere tendenzialmente ottimisti, e per quel che concerne l’autismo vi potrei associare forse solo Il mondo di Sergio di Maurizio Paissan, un testo molto differente ma anch’esso collocato sotto il segno della tragedia. L’alterità di questi ammalorati è totale, la loro cifra è l’incomprensibilità radicale. Essi guardano il mondo con occhi alieni, e alieni sono i nostri stessi occhi che guardano loro. Cosa abbiamo davanti a noi?

«O forse, voi bambini ammalorati siete i gradini che salgono a dio? Oppure, così incompiuti, siete un poco divinità, un poco genio, un poco agnelli di Chagall che stanno sempre fuori posto e per il resto bambini? Matite che durano molto meno della gomma che cancella quanto hanno scritto?» (p. 40)

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