La vita nuova

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La ricerca di una vita nuova: un tema declinato in molti modi nella storia del romanzo. In particolare nel sottogenere del romanzo di formazione, cui sembra appartenere La vita nuova di Orhan Pamuk (Yeni Hayat, 1994; trad. it. di M Bartolini e Ş. Gezgin, Einaudi 2000). Un testo abbastanza complesso, in cui la vicenda personale dell’io narrante, un giovane assetato di assoluto, si svolge dentro una Turchia lacerata tra la sua tradizione e la fascinazione dell’Occidente. Il giovane Osman si innamora perdutamente della bella Canan e di un libro che lei stessa gli ha fatto scoprire, un libro che seduce le anime e promette l’incontro con l’assoluto. Ma questo assoluto è, in realtà, la morte.

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Le scelte che non hai fatto

Perosino

 Scritto alle soglie della morte, avvenuta il giorno precedente l’uscita del libro, Le scelte che non hai fatto (Einaudi 2014) non è un grande romanzo, ma merita di essere letto per la giocosa malinconia che lo pervade, per la riflessione che si traduce in storie. Storie di vite di donne: storie qualsiasi, di vite che presentano i caratteri delle vite di ogni essere umano (occidentale contemporaneo dovrei precisare). Le nostre vite come un intreccio di accidenti e di scelte. Ogni scelta esclude altre possibilità, altri sviluppi. Qui la voce narrante cerca in altre donne, nelle loro vicende (in verità non solo di donne si tratta, c’è anche qualche vita d’uomo) quello che da lei è stato abbandonato, i sentieri che sono stati interrotti. Nessuna scelta, argomenta la Perosino, è decisa dal 100 per cento di noi stessi. Ma spesso, per così dire, a maggioranza, magari solo dal 51 per cento. E il rimanente 49 non viene cancellato, ma rimane in noi latente, pronto a riemergere all’occasione. Il succo della narrazione è tuttavia un sommesso inno alla vita, tanto più impressionante per essere scritto da una donna malata e consapevole del proprio destino.

Neve

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Il narratore del romanzo Neve di Orhan Pamuk (Kar, 2002, trad. it. di M. Bertolini e Şemsa Gezgin, Einaudi 2004, riedito quest’anno) è un romanziere che si chiama Orhan e ripercorre la vicenda del suo amico poeta, Ka (pseudonimo, e neve in turco si dice kar, e la città in cui i fatti si svolgono si chiama Kars). Ka, già emigrato in Germania, dove mena stenta vita di esule, torna in Turchia per raggiungere questa città di confine, Kars, misera e depressa, e contesa tra le forze kemaliste laiche e il montante integralismo religioso.

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La casa del silenzio

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All’inizio del Novecento i Turchi non avevano il cognome, come era ed è costume degli Occidentali. Nel suo sforzo di modernizzazione della Turchia, Kemal Atatürk impose a tutti di scegliersi un cognome e di registrarlo all’anagrafe. Anche il protagonista principale del romanzo di Orhan Pamuk La casa del silenzio (Sessiz Ev, 1996, trad. it. di F. Bruno, Einaudi, Torino 2007) se ne sceglie uno: Darvinoğlu, da Charles Darwin, emblema della cultura europea e della Modernità, che egli adora e vorrebbe portare in Turchia.

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E l’uomo inventò i sapori

sapor

 Un’ottima lettura estiva, questo saggetto di Rosalia Cavalieri E l’uomo inventò i sapori (il Mulino 2014). In verità, non mi convince del tutto il sottotitolo storia naturale del gusto, perché quella del formarsi del gusto umano del cibo, nella visione dell’autrice, è propriamente una storia che parte da una parziale rottura col semplice naturale, rottura che si manifesta nell’acquisizione umana del dominio del fuoco e nello sviluppo della cottura. Semiologa, la Cavalieri utilizza qui i ritrovamenti–e le teorie connesse–della paleoantropologia e di altre scienze per costruire un discorso che ha come focus le tecniche della cottura, e le ricadute che centinaia di migliaia di anni di . consumo di cibi cotti hanno avuto in termini di sviluppo cerebrale e socio-culturale. I cardini della riflessione espressa nel libro appaiono già nelle prime pagine:

«Diversamente dagli animali, che possono distinguere e tutt’al più segnalarsi reciprocamente solo sapori gradevoli e sgradevoli, l’uomo interpreta, valuta, apprezza, scompone e ricompone gli elementi di ogni boccone; e poi ancora confronta, racconta, persuade. Proprio perché non si limita a riconoscere un cibo e a classificarne il sapore come buono o cattivo, l’uomo può accedere a un piacere più alto, un piacere per l’appunto consapevole. Se negli altri animali il desiderio del cibo è generato dalla fame, solo noi umani, come ha osservato Aristotele, possiamo appetire una vivanda non necessariamente per sfamarci, ma perché qualcuno ce ne ha parlato e ci ha persuaso della sua bontà e della sua palatabilità; questo tipo di desiderio indotto dalla persuasione ha un carattere linguistico che presuppone un atto di riflessione, e pertanto è specificamente umano. È poi una nostra prerogativa gustare con attenzione, analizzando le componenti del sapore che via via prendono corpo e si precisano sulle nostre papille, divenendo peraltro memorabili quando le convertiamo in parole. Ciò significa che anche il gustare, come tutte le attività umane, si realizza con il concorso del linguaggio.» (p. 17) «Le parole sono quindi parte integrante dell’atto del gustare: insomma, si apprezza il cibo parlandone.» (p.21)

Questa connessione tra gusto e linguaggio mi sembra convincente. E penso a Guido, il mio figliolo autistico averbale, che mangia un’ampia varietà di cibi rispetto alla media dei suoi confratelli nell’autismo, ma ingurgita ogni cosa masticando pochissimo, incapace di assaporare e di prolungare in qualche modo il piacere. Piacere legato alla parola, che lui non ha.

 

 

Mysterium iniquitatis

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Conobbi Sergio Quinzio nel 1985, a Venezia, dove allora vivevo, in occasione di una conferenza nella quale parlò del suo ultimo libro La croce e il nulla. Lo conobbi personalmente, perché dopo la conferenza Quinzio cenò in casa di amici, e ricordo bene la conversazione – cui partecipò Mario Cantilena, che con lo scrittore aveva avuto un rapporto epistolare – per le calli, mentre lo accompagnavamo all’albergo. Mi fece una profonda impressione, quella di una fede cristiana terribilmente urgente, assolutamente drammatica, impossibile.

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La fine degli eroi

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Il mondo di Jean Giono è pagano. In esso non avverti il minimo soffio di trascendenza. Perciò non vi abitano il dubbio metafisico o morale, la scelta etica, il tormento della decisione. Il bene sembra collocarsi nella natura, infine non molto diversamente che in Hamsun, mi pare. La prosa di Giono, travolgente e proliferante, plastica ma non polisensa, è la trasposizione sulla pagina del naturale, da cui l’umano non si stacca proprio perché non afferra il proprium della violenza umana. O meglio, lo afferra sì, ma non se ne distacca. E non se ne distacca perché non lo mette al centro.

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Il pellegrino della libertà

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Il principe costante è un testo che Gustaw Herling scrisse nel 1956, tutto dominato dalla dialettica tra due figure di antifascisti, lo scrittore Guido Battaglia e il principe Gaetano Santoni. Lo troviamo nella piccola antologia Il pellegrino della libertà, edito dall’ancora del mediterraneo. La narrazione di un rapporto reale tra queste due figure ed Herling è bellissima, ma vi è un passo in particolare che merita riflessione. Tornato da Londra in Italia, Guido Battaglia scopre che gli Italiani hanno subito una mutazione profonda.

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Quaranta poesie

Lerm

Ultra-romanticismo russo: questa è l’impressione che mi ha seguito durante tutta la mia lettura di questo libro. Un libro che anzitutto colpisce per la sua sobria bellezza fisica: carta e stampa di una qualità oggi rara, che fanno perfettamente capire come il mondo della carta e quello degli schermi e schermini siano mondi separati. Non conflittuali, ma separati. Con questo libro già prima della lettura godono il tatto e la vista.

Le quaranta poesie che indica il titolo (Galaad Edizioni 2014), sono scelte da Roberto Michilli assieme ad alcuni frammenti. A fronte c’è il testo russo. L’apparato critico è davvero eccellente, e guida anche il lettore che nulla sa di Lermontov alla comprensione della sua arte e alla conoscenza della sua vita, con note puntuali e meticolose, e anche mediante il confronto con altre versioni italiane degli stessi testi (come quelle di Tommaso Landolfi). Naturalmente, questo apre il discorso sulla traducibilità della poesia, soprattutto poi di quella in cui la sapienza metrica – è il caso di Lermontov – gioca un ruolo decisivo. Ma è questo un abisso da cui mi tengo sempre lontano. Pensiamo alla questione posta qui anche da un testo come Nel nord selvaggio solitario sta, che è un rifacimento lermontoviano della celebre Ein Fichtenbaum steht einsam di Heinrich Heine.

Nel nord selvaggio solitario sta
su nuda cima un pino
e dorme oscillando, e una neve fresca
lo riveste come un manto.

E sogna che in un deserto lontano
– nella terra dove si leva il sole,
sola e triste sopra una roccia ardente
cresce una bellissima palma.

Quella di Michail Lermontov è una figura impressionante per molteplici aspetti. Ma, in quanto muore in duello a soli 26 anni, nella condizione di espulso dal centro sociale-culturale della Russia, dopo aver scritto alcuni capolavori che lo pongono ai vertici della letteratura russa e mondiale, incarna una singolare fusione tra genio e vittima sacrificale. Una fusione che non è affatto misteriosa, purché si comprenda il meccanismo che sta – immutabile – sotto le sue innumerevoli declinazioni.

Il cuore dell’uomo

Il cuore dell'uomo

Ultimo di questa trilogia islandese, Il cuore dell’uomo ( 2011, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2014) segue Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli. Jón Kalman Stefánsson porta qui a compimento l’educazione sentimentale e la formazione generale del suo protagonista, il ragazzo innominato, in una Islanda di fine Ottocento che si presta al ruolo di metafora della precarietà della condizione umana. Il giovane attraversa una serie di iniziazioni, nello schema simbolico morte-rinascita, ripreso a vari livelli – compreso quello amoroso – e con diversa approssimazione alla morte vera e definitiva. Testo fortemente unitario, pur se frazionato in tre parti, questa trilogia della precarietà e della resistenza in faccia al nulla è tramata dalla voce del gruppo dei morti, che narrano. Ma se narrano non sono nel nulla, sono nello spazio dell’ombra in cui ancora sono. E la loro preoccupazione principale è quella della condizione di morto, in cui la morte scaglia il vivente, nei modi più diversi, e alle età più diverse: vecchi e bambini e uomini e donne maturi possono tutti scendere nello Sheol. Poiché «la morte calpesta i nostri desideri, le nostre preghiere, la nostra disperazione e le nostre forze, lo fa quando le pare e piace» (p. 418), ponendo la questione seria della dignità dell’umano. Di fronte al destino di un vecchio marinaio che ha perso la vista e il gusto della vita fino a scegliere di sprofondare in mare ci si può chiedere: «dov’è adesso la dignità, allora non esiste proprio, né in vita né in morte?» (p.425) Inevitabilmente, Stefánsson qui sfiora il nichilismo, nella constatazione amarissima che «alla fine diventiamo solo silenzio». (p. 429) Ma il finale dialettico e aperto, che realizza un’intensificazione e una concentrazione assolute del tema della solidarietà fra gli umani che percorre l’intera trilogia, non vede nell’annichilimento la parola decisiva, «perché dove comincia la vita e si ferma la morte, se non in un bacio?» (p. 445)