Bisogno di libertà

cop

«La letteratura deve essere immaginazione per mettere in questione la lingua quanto la realtà. È la fantasia che rende gli uomini umani e fa della letteratura un esercizio di umanità. Troppa fantasia, però, ti rende folle, come Don Chisciotte o Emma Bovary. Troppo poca ti rende inumano.
La letteratura, come il vero viaggio d’avventura, deve essere un incontro con l’altro da cui non si esce indenni. Sia il lettore che lo scrittore devono mettersi nei panni altrui e rischiare di diventare altro, esattamente ciò che si rifiutano di fare i fanatici e gli integralisti di tutte le specie. Non può essere una fuga: fuggire significa comunque approdare da qualche parte, dove bisogna anche cercare di vivere. L’identità della letteratura non è basata né sul diritto del sangue né su quello della terra, ma su quello del cuore. » (pp. 197-198) Continua a leggere

Beneath the Veil of the Strange Verses

abs

Una brillante applicazione dei principali nuclei della teoria girardiana è quella realizzata da Jeremiah L. Alberg in Beneath the Veil of the Strange Verses. Reading Scandalous Texts (Michigan State University Press 2013). Il primo capitolo tratta della connessione originaria di scandalo e linguaggio, il secondo di Nietzsche, il terzo di Rousseau, il quarto di Dante, il quinto dei Vangeli, il sesto di Flannery O’Connor. Libro ricchissimo di spunti e di sollecitazioni al pensiero, che inizia con la scena della Repubblica di Platone 439e-440a: Continua a leggere

Tesi per la fine del problema di Dio

Tesi per la fine del problema di Dio

Diciamo che è più interessante il saggio di Sergio Quinzio  del 1973 che nel libro segue le Tesi di Ferdinando Tartaglia, pubblicate per la prima volta nel 1949. Il libretto Adelphi che ho davanti, Tesi per la fine del problema di Dio, è del 2002, e lo scritto di Quinzio si intitola Ferdinando Tartaglia e la profezia del «puro dopo».  Le pretese di rifondare la filosofia, o di dare una svolta al pensiero, accampate sovente da grandi filosofi del passato, impallidiscono di fronte alla smisuratezza tartagliana: «Se finora non c’è mai stato Dio, non ci poteva essere mai stata neanche teologia, ma solo favole per bambini invernali e addormentati; adesso, cominciando ad esserci Dio, può cominciare anche il discorso teologico, sul serio» (p. 62) Ma la montagna delle Tesi partorisce solo il topolino del puro dopo, che appare irrelato a tutto ciò che precede, sennò non sarebbe puro. Ma è affermato nell’oggi in cui sta Tartaglia, il profeta, affamato di vero assoluto. Un oggi, in cui, non si capisce perché, quello che in precedenza era impossibile diviene improvvisamente possibile. E si rende possibile in Tartaglia: «Ma voi sapete che io oggi ho ragione, e possibilità di sciogliere l’uomo dal padre e dalla madre e fargli nuovo destino». Se tale è la smisuratezza di Tartaglia, sarebbe molto interessante cercare, girardianamente, il suo modello-rivale.

L’Armada

L' Armada

Die Armada. Don Juan d’Austria. Lebensfahrt eines Ehrsüchtigen. È abbastanza lungo, ma molto significativo, il titolo originale del più importante dei tre romanzi scritti dal misterioso Franz Zeise, uscito nel 1936. Lo leggo nella traduzione molto bella di A. Rho (Sellerio 2012). C’è una bella introduzione di Leonardo Sciascia, che giustamente addita la qualità onirica della narrazione zeisiana, nella quale i dati storici, che ricevono una erudita attenzione dall’autore, sono trasvalutati e trasferiti in una dimensione di fantasmagoria. Si genera così un universo narrativo in cui una moltitudine di vite differenti per qualità e specificazioni (dai lanzichenecchi ai condottieri, dalle prostitute agli hidalgos) attinge la condizione di affresco, cangiante e monotono insieme. Una sorta di connubio tra espressionismo tedesco e pittura di Tintoretto. L’effetto è grandioso e straniante, a tratti spaventoso, folle e quasi non più umano. Del resto, la follia è presente nella stirpe del bastardo fratellastro di Filippo II, e in lui medesimo. Non si dimentichi l’anno 1936, in cui uscì il libro, e i segni di disumanità che percorrevano il mondo.

Una notte ho sognato che parlavi

Una notte ho sognato che parlavi. Così ho imparato a fare il padre di mio figlio autistico

Una notte ho sognato che parlavi (Mondadori 2013) si inserisce nella moltitudine crescente dei libri-testimonianza scritti da coloro che vivono insieme ad una persona autistica, che solitamente è il figlio o la figlia. Questi libri si collocano su diversi livelli di scrittura e di comprensione della problematica dell’autismo, ma il più delle volte appaiono viziati da un ottimismo che mi sembra forzato e ingiustificato, anche se ne comprendo bene la causa profonda, che è l’impossibilità di accettare l’idea che il dopo di noi di quella persona che amiamo tanto sarà difficile o molto difficile. Il libro di Gianluca Nicoletti è diverso: lo sguardo è quello di un padre affettuoso ma nello stesso tempo quello del lucido, disincantato e spesso sarcastico conduttore di Melog su Radio 24. Una notte ho sognato che parlavi racconta quella che è stata finora la vita di Tommy, il figlio autistico (a basso funzionamento, quasi del tutto averbale, ottanta chili di muscoli a 14 anni, che fra poco sarà un gigante forzuto), nella sua quotidianità e nel rapporto col padre. Nicoletti mette in luce le caratteristiche che fanno di suo figlio una persona unica, e nello stesso tempo lo apparentano a tanti altri ragazzi che vivono la sua medesima condizione: io vi ho ritrovato molti tratti di mio figlio Guido (anche lui in terza media), che mi appare un quasi-fratello di Tommy. La penna iridescente di Nicoletti crea un’opera godibilissima anche da chi dell’autismo sappia poco o nulla, che riceverà nel contempo una vera illuminazione su cosa significhi avere un autistico in famiglia, e su come questa presenza possa far deflagrare  i rapporti familiari. E  su come la vita dei genitori sia una battaglia infinita, nei casi peggiori una via crucis. Continua a leggere

The Sacrifice of Socrates

Una sottile analisi delle vicende che portarono alla morte di Socrate e alla generazione della sua figura mitizzata in Platone, The Sacrifice of Socrates (Michigan State University Press 2012) di William Blake Tyrrel si inscrive in quella fioritura di testi che ha il suo radicamento nell’opera di René Girard. Tyrrel vede in Socrate una personalità liminale rispetto alla Città e ai suoi ordinamenti, che sono sacrificali: da un lato il filosofo ha in sé i segni vittimari più classici (brutto, diverso dagli altri per costumi e valori, quasi inumano nel suo eccezionale valore militare, corruttore di giovani in quanto distrugge in loro la fede nelle divinità tradizionali, e nelle virtù che queste garantiscono, e nelle pratiche religiose consuete su cui si regge la Polis). Tyrrel interroga i testi platonici che mettono in scena Socrate, ma anche le commedie che ne hanno fatto oggetto di riso da parte degli Ateniesi. Alla fine, Socrate appare come un vero e proprio pharmakos, mediante l’espulsione del quale un’Atene in piena crisi mimetica pensa di poter ristabilire la propria salute, minacciata dal miasma distruttore diffuso ovunque dall’elenchos di Socrate. Continua a leggere

Il re

Il re

Non un romanzo storico, ma un distillato per cui la storia fornisce una materia prima. Il re (De koning, 2011, trad. it. di E. Svaluto Moreolo, Iperborea 2012) è un romanzo con cui Kader Abdolah prosegue il suo discorso sulla Persia-Iran, la patria perduta fin nella lingua – poiché Abdolah scrive i suoi libri in nederlandese. La vicenda e i suoi attori sono insieme reali e fantastici, una personale rielaborazione e fusione di personaggi storici persiani dell’Ottocento e primo Novecento. Il principale è il re, lo scià Naser, irresoluto e incapace di fare fino in fondo i conti con la modernità che avanza, una figura complessa, ma nell’insieme non troppo gradevole, anche nei suoi rapporti con le donne: la potentissima e intrigante madre, l’amatissima figlia, la legione di concubine dell’harem. Potremmo dire, girardianamente, che Naser vive un rapporto di mediazione esterna  rispetto alle grandi figure regali del passato persiano, modelli favolosi, e di mediazione interna rispetto ai suoi visir, nella misura in cui questi appaiano più brillanti politicamente e intelligenti di lui. Irraggiungibili, le figure mitiche del passato non possono costituirsi come rivali, mentre lo può fare, nella mente del sovrano, il suo ottimo visir Mirza Kabir, destinato perciò ad essere liquidato. Sullo sfondo, ma non tanto, l’islam sciita coi suoi aiatollah, nube nera sul futuro.

Modernismo. Un secolo dopo

Modernismo. Un secolo dopo

Modernismo. Un secolo dopo, a cura di L. Vaccaro e M. Vergottini, edito da Morcelliana nel 2010, è una bella raccolta di saggi tra storia e teologia. Mi conferma nella mia idea che i temi posti dal movimento modernista nella Chiesa cattolica siano ancora tutti qui. Come scrive Alberto Cozzi nel suo saggio, la crisi modernista «rimane emblematica della fatica della mediazione antropologica delle verità rivelate nella modernità» (p. 41). Mi ha colpito in particolare la figura di George Tyrrel, di cui poco conosco. Di lui scrive nel suo saggio Fabrizio Chiappetti che «pensa […] che il sacerdotalismo sia vicino al tramonto, incalzato dalle conquiste democratiche in campo politico che hanno reso ormai inaccettabile il modello gerarchico basato sull’autorità del papa e della curia romana. Saranno i laici a trasformare la Chiesa, recuperando quel ruolo attivo che avevano prima che prendesse piede il sacerdotalismo. Il laicato rappresenta “non tutta, ma di gran lunga la maggior parte di quella comunità che è ugualmente penetrata dallo spirito di Cristo”. Considerata l’incapacità del clero di lottare per il superamento dei propri privilegi, il laicato diventa agli occhi di Tyrrel l’unico soggetto su cui puntare affinché la Chiesa ritrovi la sua vera indole spirituale.» (p. 97)

La perdita dell’Eldorado

La perdita dell'Eldorado

V.S. Naipaul, La perdita dell’Eldorado (The Loss of El Dorado. A Colonial History, 1969 e 2001, trad. it. di F. Cavagnoli, Adelphi 2012). Di coloro che abitavano l’isola di Trinidad prima dell’arrivo dei colonizzatori europei, gli indios delle varie tribù Arawak, non è rimasta traccia alcuna, nessun ricordo. Cancellati. Nessun ricordo nemmeno di coloro che dettero il nome al Mar dei Caraibi, i temutissimi Caribi mangiatori di uomini. Ma nemmeno dei neri importati come schiavi, e delle loro sofferenze, e del regime disumano cui furono sottoposti, rimangono molti ricordi. V.S. Naipaul può apparire in qualche modo scostante per un pessimismo antropologico radicale, ma questa sua opera è preziosa per chi voglia alzare qualche velo. C’è forse una scrittura eccessivamente secca, che a tratti rende difficoltosa al lettore una piena comprensione degli eventi. Ma non è un testo di storiografia, è un testo di pietas quasi nichilista, si potrebbe dire, ma non del tutto nichilista alla resa finale dei conti. Riaffiorano nomi perduti, si recuperano vicende politico-amministrative, di processi civili e penali, di violenza e di soprusi. Luce ferrigna, con lampi improvvisi. Il lettore viene afferrato da mani rapinose che lo trascinano indietro nel tempo: in epoche culturalmente lontanissime, ma così vicine, troppo vicine.

Psychopolitics

001

«La realtà politica è fluttuante, soggettiva, fatta di casi particolari, duttile e adattabile, non-euclidea. La politica non è logica. Essa è psicologica.» (p. 5)  Da questa visione si sviluppa il dialogo tra Jean-Michel Oughourlian e Trevor Cribben Merril in Psychopolitics (originale francese 2010 – versione inglese Michigan State University Press 2012). L’altro punto fondamentale che Oughourlian assume a base del suo ragionamento è l’idea schmittiana della politica come designazione del nemico. Il terzo elemento è ovviamente la teoria mimetica di René Girard.
Secondo lo psichiatra girardiano francese, la politica attuale deve fronteggiare una crisi mimetico-sacrificale di proporzioni globali avendo a sua disposizione solo strumenti vecchissimi: trovare capri espiatori e nemici individuati chiaramente e credibili sta diventando sempre più arduo, e la politica tenta affannosamente invano di trasformare gli enormi problemi che attanagliano il mondo in nemici.

«La politica sta esaurendo le sue forze. I nemici che essa designa uno dopo l’altro risultano essere dei miraggi e il loro “sacrificio” si dimostra inefficace. Allora la politica è tentata, sotto la spinta dell’Estrema Sinistra, e nel nome della correttezza politica, di scegliere un nemico potente, formidabile e onnipresente: il Denaro!
Il denaro, afferma il meccanismo politico, deve essere tenuto sotto controllo. Il denaro viene accusato di nascondersi nei paradisi fiscali. Allora si dichiara guerra ai paradisi fiscali e si stila una lista nera dei Paesi colpevoli di essere paradisi fiscali. E appare evidente com Cina e Inghilterra siano molto desiderose di smantellare i paradisi fiscali degli altri, ma non i propri.
E tuttavia il denaro deve essere attaccato, tracciato, controllato, sottoposto ad una equa redistribuzione, moralizzato! Un’impresa vasta, che è destinata a fallire per due ragioni, una aneddotica e legata alla storia, l’altra fondamentale.
Cominciamo dalla prima: prima della creazione dell’Europa e della globalizzazione, la moneta era controllata dagli Stati. Il controllo della moneta rendeva possibile prevenire la sua fuga… e questo certamente non ha funzionato bene come ci si aspettava. Oggi, informatizzazione e globalizzazione rendono tecnicamente impossibile esercitare un qualsiasi controllo sulla moneta. E così l’unico modo di attrarre il denaro è quello di sedurlo. Mi si permetta di offrire un faceto paragone tra denaro e donne: per secoli, per millenni, se una giovane donna attirava lo sguardo di un uomo, la possibilità è stata quella di proporre il matrimonio… a suo padre. Questo poteva suscitare situazioni comiche del tipo di quelle descritte nelle commedie di Molière, o qualche volta situazioni tragiche. Oggi ciò è impensabile: se vi piace una donna, dovete conquistare il suo amore. Non è più possibile ottenere denaro o donne se non per mezzo di seduzione, almeno nella nostra civiltà occidentale.
La seconda ragione è infinitamente più seria: designando il denaro come il nemico, come la parte colpevole, come la causa di tutte le nostre disgrazie e della crisi sacrificale che siamo incapaci di arginare, traformiamo la moneta in qualcosa di diverso dalla moneta o da un mezzo di pagamento. Noi stiamo portando alla luce il lato diabolico, mimetico del denaro e nel far questo noi corriamo un rischio più grande di quanto possiamo immaginare.» (pp. 41-42)

Ma cosa propone Oughourlian alla politica, che non può rinunciare alla propria essenza, ovvero alla funzione di designare i nemici? Propone che essa sostituisca al nemico esterno il nemico interno, anzi interiore: noi stessi. Questo avrebbero fatto i leader politici che lo psichiatra francese assume a modelli: Mandela, Gandhi, Luther King. Qui il ragionamento mi pare debole. E certo il processo di conversione globale della politica, ammesso che fosse possibile, non disporrebbe del tempo sufficiente ad evitare quell’apocalisse che, sulla scorta dell’ultimo Girard, Oughourlian vede imminente.