Beneath the Veil of the Strange Verses

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Una brillante applicazione dei principali nuclei della teoria girardiana è quella realizzata da Jeremiah L. Alberg in Beneath the Veil of the Strange Verses. Reading Scandalous Texts (Michigan State University Press 2013). Il primo capitolo tratta della connessione originaria di scandalo e linguaggio, il secondo di Nietzsche, il terzo di Rousseau, il quarto di Dante, il quinto dei Vangeli, il sesto di Flannery O’Connor. Libro ricchissimo di spunti e di sollecitazioni al pensiero, che inizia con la scena della Repubblica di Platone 439e-440a:

 «– Però, dissi, una volta sentii raccontare un aneddoto, per me attendibile: Leonzio, figlio di Aglaione, mentre saliva dal Pireo sotto il muro settentrionale dal lato esterno, si accorse di alcuni cadaveri distesi ai piedi del boia. E provava desiderio di vedere, ma insieme non tollerava quello spettacolo e ne distoglieva lo sguardo. Per un poco lottò [440 a] con se stesso e si coperse gli occhi, poi, vinto dal desiderio, li spalancò, accorse presso i cadaveri esclamando: “Eccoveli, sciagurati, saziatevi di questo bello spettacolo”. – L’ho sentito raccontare anch’io, rispose. – Ora, conclusi, questo racconto significa che talvolta l’impulso dell’animo contrasta con i desidèri: si tratta di cose tra loro diverse. – Sí, significa questo, ammise.»

Ove la filosofia opera uno dei suoi rarissimi contatti col suo altro, la violenza. Il polo opposto alla soluzione platonica del problema dello sguardo desiderante che si spinge verso i cadaveri degli uccisi è per Alberg la parabola del Buon Samaritano, che riceve qui una finissima analisi. La scena platonica di Leonzio e i cadaveri è essenziale per tutto il discorso che Alberg sviluppa, e sta dietro tutta l’argomentazione del libro. Tra i molti passi significativi ne citerò tuttavia uno che mi pare dica qualcosa che riguarda anche la situazione politica italiana presente.

«Il popolo investe chi detiene una carica del potere di portare all’esistenza certe realtà simboliche. Il fallimento nel far questo non deve per forza essere scandaloso: può essere soltanto deludente. Diventa offensivo solo quando vi è anche un elemento di rivalità tra il detentore della carica e il popolo, così che il popolo possa vedersi come la “vittima” di un abuso di potere o del privilegio associato alla carica. In altre parole, solo quando le persone possono vedere se stesse, o qualcuno  di simile a se stesse,  come coloro che detengono la carica, soltanto allora lo scandalo diventa possibile. Questo ci aiuta a capire il fenomeno, che altrimenti non può che renderci perplessi, dello scandalo che prolifera in un’era e in una cultura in cui i tabù stanno scomparendo. Diventa sempre più difficile sconvolgere davvero la gente con qualche atto vergognoso, e ci sono sempre meno tabù sociali da violare. Nondimeno, gli scandali aumentano esponenzialmente perché ciascuno diventa il rivale di ciascun altro.» (pp. 5-6)

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