Il caso

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Il caso. Un racconto in due parti (Chance. A Tale in Two Parts,  1913, trad. it. di R. Ambrosini, Adelphi 2013 ) presenta ancora una volta la tipica struttura conradiana, con l’io narrante anonimo che incontra il suo amico Marlow, ed ascolta una sua lunga storia. A propria volta, Marlow riporta altre narrazioni, di altri personaggi. Ciò che il lettore vede accadere davanti ai suoi occhi mentali come scena immediata è invece filtrato attraverso più passaggi, ed ottiche differenti. Il testo è complesso, e presenta alcuni nuclei tematici che interagiscono, in una specie di difficile sinfonia, con dissonanze. Il romanzo si articola anche attraverso una serie di opposti: vita di terra-vita di mare; vecchio-giovane; idealista-cinico; maschile-femminile; padre-figlia.
Mi sembra notevole che due precedenti traduzioni italiane, rispettivamente del 1961 e del 1997, presentino come titolo di questo romanzo–in cui è chiaramente affermata la casualità degli eventi, la sovranità dell’accidente–la parola Destino. Destino e Caso qui non possono apparire sinonimi. Si potrebbe però azzardare che per Conrad la destinazione degli umani sia il loro essere assoggettati all’accidentalità degli eventi.
Il caso è il romanzo di Conrad che dà il massimo spazio ad un personaggio femminile: la giovane Flora de Barral, sventurata figlia di un finanziere la cui colossale ma fragile fortuna svanisce in uno scandalo, che lo vede infine condannato alla prigione, lasciando la ragazza sedicenne indifesa, e sottoposta alla emarginazione sociale e alla condanna morale. Flora è chiaramente una vittima sacrificale, ma è anche il personaggio femminile conradiano più sfaccettato. La sua decisione di sposare infine il capitano Anthony senza amarlo, solo per offrire a se stessa e al padre uscito di galera una prospettiva di vita altrove, sul mare, sulla nave Ferndale, mostra una personalità capace di decisioni fermissime. Anthony, a sua volta, appare come uno che ha sottomesso interamente la propria vita ad una intenzione idealistica, quella di salvare la fanciulla innocente vittima, con l’unica arma possibile del matrimonio, sapendo di non essere amato. Non a caso la prima parte del romanzo è intitolata La donzella, e la seconda Il cavaliere. Nell’intrecciarsi dei casi e delle narrazioni, il narratore Marlow si costituisce anche come personaggio, senza dubbio il più ricco e complesso. E infine, uno si chiede quanto, ad esempio, Flora de Barral non sia una sua costruzione. Perché uno dei temi che sottendono il romanzo potrebbe essere “Marlow e le donne”.

«Marlow uscì dall’ombra della libreria per prendere un sigaro da una scatola posata sul tavolino di fianco alla mia poltrona. Alla luce intensa della stanza vidi nei suoi occhi quell’espressione leggermente canzonatoria dietro la quale egli cela di solito i suoi indulgenti impulsi all’ilarità e alla pietà al cospetto delle irragionevoli complicazioni che il genere umano col suo idealismo aggiunge al problema semplice ma cocente della condotta su questa terra.» (p. 295)

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