Eternità
In quale notte, dimenticata
la beffa degli anni-luce
nel ticchettio dell’orologio
risuonante
per la tua brevità,
sentisti fermo
tutto con te il tuo cuore? Continua a leggere
Eternità
In quale notte, dimenticata
la beffa degli anni-luce
nel ticchettio dell’orologio
risuonante
per la tua brevità,
sentisti fermo
tutto con te il tuo cuore? Continua a leggere
C’è un motivo ben preciso per cui il timore di molti bloggers circa un intervento censorio del Potere teso a limitare la libertà di espressione nella Rete è un timore vano. Le società tecnotroniche dell’Occidente, infatti, si fondano sulla continua alimentazione del desiderio. Senza una proliferazione dei soggetti desideranti e uno sviluppo incessante del loro desiderio, e il suo passare da un oggetto all’altro, la stessa produzione capitalistica stagnerebbe. Continua a leggere
Debbo essere politicamente ottuso. Infatti, non capisco il senso dell’immissione di un gruppo di radicali nelle liste del PD. Credevo che il PD nascesse dal tentativo di fusione di due culture politiche, quella di origine comunista (all’italiana e diluita) e quella del cattolicesimo di sinistra (grosso modo, e meno diluita). Entrambe queste culture politiche non hanno mai amato i radicali, sono profondamente estranee al modo di essere e di pensare l’azione politica che è proprio dei radicali. Io non ho mai amato, a mia volta, costoro: anzitutto per una questione di stile. Non mi piacciono i commedianti e i vittimisti, e i radicali incarnano questi due aspetti al massimo grado. Continua a leggere
Il Decano di Lars Gustafsson (Dekanen, 2003, trad.it di C.G. Cima, Iperborea 2007) è un romanzo sul male e un romanzo di pensiero. Gustafsson, che ha insegnato “storia del pensiero europeo” per più di vent’anni nell’università di Austin in Texas, nei suoi libri affronta problemi esistenziali a partire da una meditazione continua delle grandi tematiche della filosofia e in generale della cultura dell’Occidente. La figura diabolica e misteriosa del Decano dell’università, sulla sua sedia a rotelle (ha combattuto nel Vietnam e vi è stato gravemente ferito dopo aver conosciuto l’ebbrezza della distruzione), che molto parla e ragiona, e diffonde il male intorno a sé, mi ha ricordato immediatamente il loquace Kurtz di Cuore di tenebra e di Apocalypse now. Ma qui il cuore di tenebra non è nel mezzo della selvaggia Africa nera o nella giungla indocinese, bensì da quest’ultima è stato trasferito nel centro della post-modernità occidentale. Il protagonista e voce narrante Spencer Spencer appare, dal canto suo, caratterizzato dalla tipica debolezza del soggetto letterario postmoderno. La sua identità fragile si sgretola davanti alla perversione del Decano. L’espediente eterno del manoscritto è qui un dato metaletterario: il manoscritto è recentissimo e tuttavia pieno di parti corrotte e illeggibili, a significare l’impossibilità di una comprensione unitaria e univocamente sensata della realtà. Il Decano è uomo colto, e pure è dominato dal demone della violenza, dal bisogno di uccidere. La cultura, per quanto raffinata, ci dice Gustafsson, non è il rimedio alla pulsione mimetica e omicida dell’umano, non può soffocare il suo bisogno di vittime. In realtà, sosteniamo noi, la cultura odierna è in sé scissa: la sua origine come cultura umana è infatti nella pratica sacrificale e insieme nel differimento della violenza universale, differimento che rende possibile quella pratica stessa. Ma può funzionare solo se la società accetta il sacrificio. La nostra società non lo accetta più, da tempo, e la violenza, priva dei canali istituzionali, si comporta come il magma di un vulcano: fuoriesce dove può, in chi può, assumendo i tratti di un nichilismo affascinante, a volte misticheggiante a volte lucidamente intellettualistico. Il momento centrale della storia narrata da Gustafsson è il capitolo intitolato Il Decano fa domande, dove la sua natura conradiano-dostoevskiana emerge in piena luce nel dialogo con Spencer Spencer.
«C’è una cosa che non dobbiamo dimenticare. Noi viviamo in un’epoca totalmente amorale.
Non c’è nulla, letteralmente nulla, che trattenga gli esseri umani dai peggiori misfatti. Il buon vecchio romanzo poliziesco, in tutto e per tutto essenzialmente un prodotto dell’impero britannico con i suoi principi legali altamente evoluti, ha fatto in tempo a diventare ormai ridicolo, alla fine di questo secolo.
Come può l’omicidio in biblioteca misurarsi con le fosse comuni del Novecento, i suoi forni crematori e le sue fabbriche di sterminio?
E dove va a finire il mistero se tutti sappiamo chi ha commesso i crimini? Non c’è più bisogno di ingegnosi detective, di segugi che seguono naso a terra labili tracce e di intelligenze superiori in berretto sportivo che traggono le conclusioni esatte in mezzo a brughiere deserte.
E come se ciò non bastasse; sappiamo anche che i criminali nella maggior parte dei casi non sono mai stati puniti. La morte di Hitler è stata proporzionata a ciò che aveva commesso? Non direi. Di Stalin sappiamo che aveva l’abitudine di guardarsi film di Chaplin nella sua sala di proiezione privata dopo giornate passate a esaminare lunghe liste di esecuzioni capitali. E che rideva di cuore a quei film. Si potrebbe quasi dire: più grande è il crimine, minore è il rischio di punizione. ll rischio di essere scoperti naturalmente esiste – ma che importanza ha essere scoperti per uno Stalin, un Hitler o un Eichmann?
In questa prospettiva naturalmente si può dire che questi moderni assassini arabi che si fanno saltare in aria insieme alle loro vittime, passanti innocenti e bambini dell’asilo, rappresentano una forma moralmente molto più soddisfacente di criminalità. Costituiscono un nuovo tipo di criminali che in effetti incorporano la propria stessa punizione – e, si può ben dire, una giusta punizione – nel crimine stesso.
Lo fanno, ne sono convinto, non per qualche sciocca motivazione religiosa, ma perché hanno un’idea del nulla, della sua estensione e delle sue reali dimensioni. Non hanno meritato un destino migliore. Ed è proprio questo che dimostrano. Con mezzi tanto spaventosi.
Nel complesso io giudico l’Inferno, il vero Inferno di una volta, con le sue sofferenze infinite, il terrificante isolamento nelle segrete più profonde dell’universo, le insopportabili grida dissonanti dei demoni che volano bassi sotto un cielo grigio da secoli, questo Inferno dove tutte le nostre promesse si svelano come tradimenti e tutto il nostro amore come falso e come egocentrismo camuffato, io lo giudico una necessità morale, si, metafisica.
Naturalmente vedi che ho ragione, non è vero, Spencer?»
Io ammettevo, un po’ titubante e balbettante, che poteva anche avere ragione. E continuavo a chiedermi come diavolo avesse saputo di Mary Elizabeth e del mio detestabile cugino. Questa metafisica facevo un po’ fatica a seguirla. In ogni caso in quel momento.
«l’Inferno è dunque una necessità morale. Siccome è evidente che i malvagi non vengono puniti in questo mondo ma se mai premiati, soprattutto se sono troppo malvagi, abbiamo bisogno di un altro mondo.»
«Potrebbe darsi?»
«C’è solo un problema, Spencer. Non esiste la benché minima ragione di credere che questo altro mondo esista.» (pp. 164-165)
Ho terminato di rivedere l’unico mio parto romanzesco. Non sono un narratore, e non so spiegarmi perché mi sia venuta da scrivere questa, che si fatica a definire “storia”, a dispetto del sottotitolo. Certo non ha molto a che fare con gli esordi degli scrittori, anche perché la prima idea mi venne quando avevo 26 anni, e il punto definitivo l’ho posto ora, a 57. Credo che il senso di questo scritto (è l’unico termine sicuro) sia in ciò che di grande vi manca, tra tante cose minori: sesso e violenza (quest’ultima solo accennata in un punto), ingredienti necessari, o quasi, della narrazione contemporanea. Per uno che pensa quasi solo alla violenza… Ma non v’è dubbio che tutti i personaggi del Giardino rappresentino qualcosa. Sicuramente lo rappresentano per me. Inattualità pura.
Credo che il fenomeno antropologicamente più significativo dei nostri anni sia l’emergere, all’interno del mondo islamico, del massacro suicida come forma di guerra santa. Si tratta di una novità assoluta, sulla quale si è ragionato finora molto poco e in modo superficiale. Probabilmente perché ci si rifiuta di vedere qualcosa che non si è in grado di sostenere.
La stragrande maggioranza degli intellettuali occidentali si preoccupa degli abusi americani nelle carceri speciali, ma rimane sostanzialmente indifferente alle esplosioni nei mercati di Baghdad o di Karachi. Continua a leggere
Si può pensare miticamente? È quel che cerca di fare nei suoi libri James Hillman, la cui intera opera non è che una glossa alla poesia filosofica di Schiller Gli dèi della Grecia (“Sì, tornarono a casa, e presero con sé / ogni bellezza, ogni grandezza, / ogni colore, ogni vita, / lasciandoci solo una parola senz’anima” – trad. G. Moretti). Confesso di aver letto il suo Saggio su Pan molti anni fa, e di non aver più cercato lo suo volume, perché non sono un nostalgico degli dèi del politeismo, e giudico la loro espulsione dal mondo, strettamente legata all’avvento del monoteismo e alla nascita del pensiero scientifico occidentale moderno, un evento necessario, e il loro ritorno non auspicabile. Poichè sono gli dèi dell’ordine sacrificale. La loro espulsione è l’espulsione dell’espulsione come regola permanente e fondante dell’umano. Sono uno che pensa che la scienza moderna e l’economia del libero scambio (e anche la democrazia come è oggi intesa) non siano nate per caso nel grembo della Christianitas. E che tuttavia siano estremamente precarie nelle loro fondamenta. Non sono nate per caso in contesto cristiano, ma mantengono un aspetto intrinsecamente violento, sempre pronto a nuove esplosioni. Questo aspetto violento è legato alla permanenza del sacro che sopravvive alla caduta delle forme religiose tradizionali e si fa più virulento. In altre parole: Cristo fa venir meno il Tempio, ma gli umani non accettano questo venir meno. Insistono: vogliono templi, vitelli d’oro e immagini manipolabili del divino. Vogliono sempre il sacro. Solo la comprensione del divino come trascendente e totalmente altro, e la spogliazione del mondo del mito e del sacro, con la sua riduzione a mera natura, potevano consentire l’espansione del pensiero scientifico come si è dato nella storia dell’Occidente. Ma un pensiero scientifico puro si può dare solo al di fuori di un ordine sacrificale, altrimenti esso sarà sempre inquinato, e le sue ricadute tecno-poietiche saranno spaventose. Come infatti è avvenuto e avviene. E, dialetticamente, il divino espulso ritorna, nelle due forme tra loro apparentemente lontane dello scientismo ateistico e dell’idolatria (nelle sue molteplici incarnazioni, dal culto di Padre Pio al culto della notorietà televisiva). Certo, è così: dèi e mito si sforzano di tornare, in molte forme (e una virulenta è stata il nazional-socialismo, come è noto). Alcune paiono particolarmente seducenti e accattivanti, e innocenti, come in Calasso e Hillman, ma mi sembra che sia opportuno criticarle e respingerle.
Il saggio Un terribile amore per la guerra (A Terrible Love of War, 2004, trad. it. di A. Bottini, Adelphi, Milano 2005) presenta una spaventosa ambiguità. Da un lato Hillman si professa pacifista (senza che il suo concetto di pace appaia razionalmente fondato), mentre dall’altro, come capita a molti pacifisti, le sue pagine grondano di odio verso il Cristianesimo e verso l’America. Sembra, a leggere Hillman, che le guerre distruttive le abbiano inventate i monoteisti. Potremmo chiedere con Simone Weil: e i Romani? E Cartagine? E Corinto? E aggiungere: e Gengis Khan? Il risentimento di Hillman nei confronti del suo stesso popolo è fortissimo, a suo parere tutti gli Statunitensi sono bambini col fucile in mano che si rifiutano di diventare adulti. Si avrebbe buon gioco a rovesciare la prospettiva di Hillman contra Hillman, facendo vedere come il suo sia un pensiero infantile sotto veste psicoanalitica (oh, come si presta la psicoanalisi a favoleggiamenti e bambinerie d’ogni sorta… lasciamo perdere). Mi limito a citare le righe più interessanti, che rivelano come pensiero e mito si fondano in una mostruosità senza nome quando non è il pensiero a pensare il mito, ma il mito a impossessarsi del pensiero.
Mettiamo che la guerra di secessione, che ha segnato indelebilmente la terra e inciso cicatrici permanenti nel carattere del popolo americano, sia stata un sacrificio offerto da una società cristiana secolare a un dio o a dèi che fino a quel momento erano stati trascurati, dèi della terra, dèi onorati su quella terra e mantenuti in vita su quella terra dalle popolazioni che ci abitavano da secoli, da prima che i combattenti indossassero la divisa azzurra e la divisa grigia.
Mettiamo che gli dèi del suolo di questo « nuovo mondo » stessero dicendo: « Non potete sbarcare qui; non potete rivendicare questa terra con il solo sudore della fronte, né con leggi e trattati e nemmeno con l’espulsione di altri e il diritto del vincitore. Per avere diritto a questa terra dovrete pagarla con il vostro sangue, e finché non avrete pagato essa non sarà veramente vostra; rimarrete dei coloni, ancora attaccati nell’anima a un’altra madre, dei profughi da essa, dei ribelli contro di essa, segretamente suoi servi, e non avrete lasciato che questa terra compia la sua nascita nella libertà ». (pp. 118-119)
Si inseguono e si intrecciano, ma non dialogano fra loro, i pensieri e i ricordi dei cinque personaggi di Transit, romanzo di Abdourahman A. Waberi (Transit, 2003, trad. it di A. Belli, Morellini Editore, Milano 2005). Sono tutti in fuga dall’Africa, i personaggi, e passano poche ore nella zona transit dell’aeroporto Charles De Gaulle. C’è l’intellettuale schiacciato dagli eventi, Harbi, c’è la moglie bretone Alice, c’è il figlio giovane Abdo-Julien, c’è il vecchio Awaleh ancora legato alle radici culturali-mitiche africane, e soprattutto c’è il guerriero Bashir Bin Laden, il cui nome di battaglia è già promessa di massacro senza fine.
È proprio quest’ultimo ad apparire ad una coscienza occidentale come il soggetto più interessante, uno che esprime una visione della vita durissima, sconvolgente, davvero totalmente altra rispetto al politicamente corretto, ai buoni sentimenti, alla stessa cultura democratico-progressista contemporanea (e altra rispetto anche a molte altre cose). I pensieri di Bashir Bin Laden sono resi in un linguaggio spesso sgrammaticato e terribilmente mimetico, dal quale emergono tutte le pulsioni dalle quali l’Occidente ha scelto di distogliere lo sguardo. Non è il solito libro di denuncia anticolonialista antimperialista terzomondista, questo, né Waberi vuole invocare una non responsabilità degli Africani per ciò che in Africa è accaduto e continua ad accadere. L’odio per l’Altro africano da parte dell’africano stesso (qui Wadag e Walal provano un odio ancestrale gli uni verso gli altri) è una realtà terribile con cui fare i conti. A Bashir Bin Laden la guerra piace moltissimo, e il kalashnikov è lo strumento di lavoro amato, l’irrinunciabile mezzo della realizzazione di sé. Nella pace, confessa, non si è felici.
Senza kalashnikov non si può più arraffare le ricchezze che sono dappertutto. Non è carità, questa. E poi ‘sta vita civile è triste, non sei più feroce con nessuno. Le belle ragazze, ti boicottano. Le brutte ragazze, si girano dall’altra parte quando passi davanti alla loro faccia. I perenni disoccupati, gridano “ecco guarda un nuovo disoccupato” mentre prima facevi: pum! un calcio in pancia tieni stronzo beccati questo e porta a casa. Anche i polli ridono di te. La città, lei dice: la guerra non è bella, non è bella, come il cantante congolese. Io non sono d’accordo. Io dico la guerra è troppo bella. (p. 35)
La guerra è qui scatenamento di tutte le pulsioni. Bashir e compagni si drogano, rapinano, stuprano, vedono morire senza alcun patema d’animo bambini-soldato gettati in battaglia, massacrano bestie e umani allo stesso modo. Sperimentano una esaltazione della virilità come potenza illimitata e senza legge. Una sorta di orgasmo marziale permanente, si potrebbe dire.
Noi, i mobilitati, eravamo felici. Avevamo le armi, il diritto di fare tutto quello che vogliamo. E poi la battaglia non era ancora feroce. Era statu quo (anche questo è linguaggio militare). Parità. E anche molti morti, soprattutto ribelli o civili che aiutano sotto sotto i ribelli. Attenzione, bisogna essere seri, ci sono dei morti tra noi, soprattutto giovani mobilitati senza esperienza come me, o Aïdid, Warya, Ayanleh, Haïssama. Un sacco di giovani mobilitati (chissà perché, dico giovani mobilitati, sono tutti giovani, no?) si sono beccati pallottole nello stomaco. Questa è la guerra ma non bisogna piangere troppo come le mamme. Un uomo con il vero coso duro tra le gambe non piange mai come femminuccia. Punto e basta. Strisciate. (p. 47)
Tre strade per la scuola (Sp. R. – Drei Schulwege, 1991, trad. it. di A. Iadicicco, Guanda 2007) è un breve romanzo autobiografico di Ernst Jünger, scritto in tarda età, che ha nel titolo l’abbreviazione Sp. R. di Späte Rache, Vendetta tardiva. In questo momento di romanzi scritti per vendetta in modo espilicito mi viene in mente soltanto il manoscritto di Zeno all’interno della Coscienza di Svevo, il nostro supremo maestro di risentimento di cui mi sono occupato nel mio piccolo Anti-pathos. Tuttavia, la scrittura è sempre collegata al risentimento, con la differenza che nella grande letteratura esso è trasceso, mentre nella letteratura bassa è alimentato. In ogni caso, la letteratura ha sempre a che fare con la circolazione del risentimento, perché esso è costitutivo dell’umano in quanto tale.
A dire il vero, nel testo di Jünger non si respira né risentimento, né vendetta, né tantomeno denuncia della scuola in quanto istituzione incapace di alimentare lo spirito. Certo, quest’ultimo aspetto in qualche modo c’è, ma soprattutto è legato alla contingenza che vuole il piccolo sensibile Wolfram (alter ego dell’autore) sottoposto all’insegnamento di figure umanamente degradate e, esse sì, risentite. Uno dei drammi della civiltà occidentale, messo in luce da tempo vanamente, sta nella sua pedagogia ridotta a semplice mestiere (mal retribuito), che ha determinato il susseguirsi di generazioni di docenti insoddisfatti, risentiti e frustrati, cui è stata affidata l’educazione dei giovani. Questa condizione dis-pedagogica forse inevitabilmente legata alla civiltà industriale (ma prima semplicemente la scuola di tutti e per tutti non c’era, e la gente era quasi tutta analfabeta, sì che ogni paragone non licet) sta ora giungendo al suo compimento. Ma già nei primi anni del Novecento si poteva cogliere la sua essenza. Certo, allora l’io giovanile era ancora, soprattutto in Germania, un io romantico. La circolazione del risentimento non era ancora incanalata nel flusso desiderio-oggetto industriale tipico della società del consumo. Essa tendeva a produrre soggetti che si autocomprendevano come malati, o anomali, nell’isolamento del loro io eccezionale. Senza accorgersi, ovviamente, che questa loro singolarità non era che la mediazione imitativa di altre precedenti singolarità-modello, a loro volta mediate socialmente. Questo è il dramma del pensiero romantico e post-romantico anche nella versione anarchica di Jünger.
Detto questo, occorre rilevare che anche in questo breve testo si coglie la mano del maestro. In settantaquattro brevi pagine si dispiega una serie di personaggi scolpiti con mano ferma. La scrittura di Jünger è una grande scrittura sempre. E uno pensa a quanta robaccia viene stampata, letta, discussa…
I Tedeschi sono stati “…finora incapaci di far emergere gli orrori della guerra aerea nella coscienza collettiva attraverso raffigurazioni storiche o letterarie”. Questa, sintetizzata a p. 95, è la tesi centrale del libro di W.G. Sebald Storia naturale della distruzione (Luftkrieg und Literatur, 2001, trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2004). Un libro bellissimo, scritto da una persona che non distoglie lo sguardo, così che esso possa cogliere le altezze e le profondità, e la tragicità del quotidiano, e la significazione contenuta nei piccoli oggetti. Come alle pp. 76-77.
Del resto in Corsica, e precisamente nella chiesa di Morosaglia sovraccarica di polverosi ornamenti pseudobarocchi, ho visto ancora qualcos’altro, ovvero — mi sia consentita la digressione — il quadro appeso nella camera da letto dei miei genitori: un’oleografia raffigurante, sullo sfondo dell’orto del Getsemani illuminato dal fievole chiarore della luna, un Cristo di nazarena bellezza immerso nei suoi pensieri la notte che precede la Passione. Per molti anni questo quadro era rimasto là, sopra il letto matrimoniale dei miei genitori, finché un bel giorno scomparve — probabilmente quando fu deciso di cambiare la mobilia della stanza. E adesso quel dipinto, o per lo meno una sua copia, stava in un angolo buio nella chiesa di Morosaglia, il villaggio natio del generale Paoli, appoggiato allo zoccolo di un altare laterale. I miei genitori mi avevano raccontato di averne fatto acquisto nel 1936, poco prima del loro matrimonio, a Bamberga, dove mio padre era sottufficiale addetto ai veicoli nello stesso reggimento di cavalleria in cui, dieci anni prima, aveva iniziato la sua carriera militare il giovane Stauffenberg. Tali sono gli abissi della storia: tutto vi giace alla rinfusa e, se si cala lo sguardo per arrivare al fondo, si è colti da un senso di orrore e di vertigine.
Ma il nucleo più profondo della vertigine della storia è l’antisemitismo. Inestirpabile, implacabile, risorge sempre nuovamente, ovunque, non è mai spento. Ricordo che nel mio liceo, durante le discussioni sull’intervento della NATO nei Balcani, un insegnante di greco, che era anche un pope ortodosso, sosteneva che l’intervento a favore dei Kossovari musulmani contro i Serbi cristiani fosse stato architettato dagli Ebrei. Perciò io, a differenza di Sebald, avrei subito creduto ai miei occhi leggendo quel che lui ha letto.
Per finire, mi resta ancora da commentare una lettera che, attraverso la redazione della «Neue Zürcher Zeitung», mi è arrivata a metà giugno dello scorso anno da Darmstadt e che rappresenta, al momento, l’ultimo scritto da me ricevuto sul tema della guerra aerea. Uno scritto che dovetti leggere e rileggere più volte perché, sulle prime, non credevo ai miei occhi. La tesi ivi sostenuta era che, con la guerra aerea e la conseguente distruzione delle città, gli Alleati avrebbero perseguito l’obiettivo di troncare le radici e il retaggio dei tedeschi, al fine di preparare quell’invasione culturale — compresa l’indistinta americanizzazione del paese — che in effetti si produsse poi nel dopoguerra. Questa strategia, deliberatamente perseguita — continua la lettera da Darmstadt —, sarebbe stata escogitata dagli ebrei che vivevano all’estero, e ciò grazie alle particolari conoscenze in fatto di psiche umana, di culture e mentalità straniere da essi notoriamente acquisite durante i loro continui spostamenti (p. 99).