Al di là di ogni ragionamento e di ogni distinzione più o meno sottile, mi sembra che una verità sia evidente: non esiste e non è mai esistita alcuna società industriale in assenza di un’accumulazione del capitale. Anche le società del socialismo reale, in quanto si sono volute industriali, hanno dovuto passare attraverso la fase dell’accumulazione, realizzata con metodi schiavistici (vedi l’estrazione dell’oro in Siberia realizzata negli anni Trenta con mano d’opera forzata), e sono divenute società capitalistiche, differenti dalle occidentali solo per la natura statale del loro capitale. Continua a leggere
Rileggo Simone Weil 1
Rileggo i Quaderni di Simone Weil, nell’edizione Adelphi. La lettura della Weil in questi anni mi ha dato molto, forse per la sua immensa distanza in alcune cose (la ritengo una grande catara, e io sono avverso al catarismo), e per la sua vicinanza in altre, lontananza e vicinanza intrecciate. Continua a leggere
Poesia della domenica
Beatitudine
È beato colui che scende al fondo
come una pietra.
E vede i morti, Amleto
tentando ancora il volto della Luna. Continua a leggere
Il primo
Il romanzo di Gaetano Cappelli Il primo (Marsilio, Venezia 2005) è stato scritto per un certo ambiente anzitutto, e ad esso parla in un certo modo, e questo parlare è lo strato più superficiale e immediatamente leggibile del testo. L’ambiente è quello intellettuale cui Cappelli appartiene e che ben conosce (case editrici, salotti, artisti, editors, gente di spettacolo e di televisione, e la folla immensa degli aspiranti scrittori—gente spesso meschina, ignorante e sanza lettere—che premono insistono si fanno in quattro per poter ottenere ciò che tutto il loro essere brama: la pubblicazione).
Ma il libro nel sistema del mercato è un oggetto che potenzialmente si rivolge ad ogni ambiente, ad ogni lettore. E io, che sono un estraneo a quell’ambiente, non mi sono chiesto quali scrittori italiani siano presenti nella storia sotto (parzialmente) mentite spoglie. Mi sono chiesto, invece, quale sia il senso complessivo di questo romanzo meta-metaromanzo. Se ne potrebbe fare un’analisi attenta, decostruendone tutte le scene e i passaggi fondamentali, evidenziando i rimandi a luoghi canonici della letteratura e della metaletteratura dell’ultimo secolo. Si potrebbe insistere sull’aspetto tipico del romanzo di formazione con provinciale povero e capace che cerca il successo nella capitale, infilzando una serie di citazioni da Illusioni perdute in avanti. O sulla rottura della convenzione romanzesca operata con l’immissione dell’autore prima come personaggio secondario poi come arbitro supremo della vicenda, a conclusione della stessa. Ma è un gioco che il testo di Cappelli a mio parere, nonostante le apparenze—e forse le convinzioni dello scrittore stesso— rifiuta. Qui per me la cosa più interessante è un’altra. Questo non è un romanzo sugli ambienti editoriali e sui neoscrittori, ma, come dice il titolo, è un romanzo sulla priorità. L’io scrivente, con cui Cappelli gioca in modo palese, e palesissimo nelle ultime pagine, è dominato da quello che René Girard chiama desiderio metafisico. Guido Cieli desidera essere il suo rivale, colui che fin dall’inizio appare desiderato da tutti e da tutte, senza che se ne capisca la vera cagione (poiché l’aspetto attraente di Fabio non è certo sufficiente a spiegarlo, né appaiono altre doti). E desidera essere lui perché è assolutamente risentito nei suoi confronti. La domanda che sta alla base di ogni risentimento “perché il vero Essere e la vera Felicità stanno presso di lui, che non li merita, e non presso di me, che li merito”, che è la domanda di Caino, potrebbe essere l’epigrafe del libro di Cappelli e il motto del suo personaggio. Non v’è alcuna forzatura dunque nella storia se ad un certo punto Guido ordina l’assassinio di Fabio, ma solo logica consequenzialità. La dialettica della priorità, per cui essa viene attribuita ad un altro per poterlo invidiare e per poter quindi giustificare i propri difetti, la propria mancanza di sostanza, di Essere, e per poter rivendicare la priorità stessa mediante la soppressione dell’altro, è la dialettica di base dell’umano. Che però, nello stesso tempo in cui avverte la minaccia di annientamento, genera il segno-parola che differisce la violenza e dà luogo allo scambio pacifico dei segni, e alla narrazione, e ad una reciprocità (momentaneamente) non violenta.
Il canto dell’essere e dell’apparire
Ne Il canto dell’essere e dell’apparire (Een lied van schjin en wezen, 1981, trad. it. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1991, 5ª ed. 2000) Cees Nooteboom svolge il tema del rapporto tra la scrittura narrativa e la realtà che vi è rappresentata (che spesso si chiama vita, e sono due termini vaghi, sovrapposti, definire i quali è ardua impresa). Metaletteratura, ma aggraziata direi, e lieve, e breve nella misura delle novanta pagine. La storia è doppia: v’è da un lato una coppia di scrittori, senza nome, uno dei quali concepisce una storia ambientata un secolo prima in un paese a lui del tutto sconosciuto, la Bulgaria, e destinata a concludersi a Roma.Perché in Bulgaria, perché un secolo prima? Lo scrittore non sa spiegarselo, i personaggi gli sono inspiegabilmente apparsi, e sembrano vivere una vita indipendente, e nello stesso tempo sono senza dubbio sue creature. Sono due militari bulgari, un colonnello e un medico, e la moglie di questi, pazza e affascinante. La storia sembra essere quella di un banale triangolo ottocentesco. Eppure, al di là dei giochi di scrittura e delle sottigliezze para-filosofiche (la realtà del mondo dei personaggi narrati appare più reale di quella del mondo dello scrittore), il testo mi sembra comunicare la verità più profonda di ogni rappresentazione (né credo che Nooteboom ne sia del tutto consapevole): il fatto che ogni rappresentazione contiene sempre, anche se non sempre evidenti, due fattori: il desiderio e la rivalità. Infatti qui si intrecciano due rapporti rivalitari, quello posto nel passato della rappresentazione, tra il colonnello e il dottore, e quello nel presente, tra lo scrittore che pensa la storia dei bulgari e lo scrittore numero due, un disincantato autore commerciale di successo che vende grandi quantità di libri, sicuro che nessuno li ricorderà. Nel triangolo amoroso il medico desidera la moglie del dottore, che a sua volta ha bisogno del desiderio del colonnello per desiderare sua moglie, e anche per gustare le bellezze di Roma, che gli debbono essere mediate dalla presenza di un individuo più rozzo, da istruire, a cui aprire gli occhi, con cui istituire un rapporto maestro-allievo, che è sempre un rapporto di rivalità. E vi è triangolo anche nel caso degli scrittori, perché essi sono in relazione al pubblico dei lettori, e in conflitto per il successo. Infatti, è quando il secondo scrittore telefona al primo per proporgli un premio letterario che il primo getta nel fuoco i fogli in cui aveva scritto il racconto (il movente della rinuncia alla storia, del gesto sacrificale è chiaramente il rapporto mimetico con l’altro speculare).
Riflettendo su questo libro sottile (in tutti i sensi) mi è venuto in mente un passo di un saggio di John Brenkman Sull’innovazione. Romanzo, modernità, nichilismo, contenuto nel III volume della grande opera Einaudi sul romanzo: «Spesso i romanzieri affrontano l’angoscia e la saggezza dell’incertezza con strumenti più duttili e versatili dei filosofi. Il dibattito filosofico sul postmoderno è stato ossessionato dal desiderio di abbracciare pericoli e doni della modernità con un solo sguardo concettuale. Ma l’epoca moderna ha prodotto l’Illuminismo, la democrazia e la responsabilità collettiva verso il futuro, e anche il razzismo, la schiavitù, il colonialismo e l’Olocausto. La tentazione di attribuire tutte le catastrofi moderne all’antimodernità è meno sconsiderata ma non più persuasiva della visione che ne fa la conseguenza inevitabile dell’Illuminismo. Entrambe le posizioni cercano un’ancora filosofica per un mondo privo di essenza costitutiva, come se il baratro non fosse senza fondo, e come se la politica e l’arte non fossero, tra tutte le pratiche umane, le più ricche di doni e pericoli». (p. 63)
Politics and Apocalypse 2
Tra i vari saggi di cui si compone Politics and Apocalypse, di cui ho già detto qualcosa, uno, The Straussian Moment, mi ha colpito per il suo autore. E’ Peter Thiel, grande capitalista tecnologico, creatore del sistema di pagamento Pay Pal e iniziatore di altre grandi imprese. E’ un saggio che mette a confronto il pensiero di Leo Strauss e di René Girard, e ne riporto un passaggio. Continua a leggere
Ingannevoli passioni
Elisabetta Liguori ha letto l’ultimo romanzo di Lidia Ravera, e ne parla nella sua pagina sul mio sito, cominciando così:
Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, “Le seduzioni dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi. Continua a leggere
Nelle tempeste d’acciaio
Anni di guerra in trincea nel 73° reggimento di fucilieri d’assalto Gibraltar, tutte le terrificanti battaglie del Fronte Occidentale, una infinità di bombardamenti, spesso con i gas asfissianti, innumerevoli attacchi e azioni di pattuglia sotto le posizioni nemiche, molte ferite, la morte evitata per un soffio in molte occasioni: il racconto delle esperienze dell’alfiere e poi tenente Ernst Jünger ci conduce alle soglie dell’indicibile. Ai confini dell’impossibilità di giudicare. Nelle tempeste d’acciaio (In Stahlgewittern, prima ed. 1920, trad. it. dell’ed. 1978 di G. Zampaglione, Guanda, Parma 2000) è un libro in grado di spiazzare qualsiasi lettore. Saltano le categorie politiche e morali, in un certo senso siamo proiettati dentro uno sconvolgente epos fatalistico, in cui la guerra è, puramente e semplicemente è: trascende il singolo, collocandolo in un mondo altro, un mondo in cui la sua unica possibilità di scelta sta nell’accettazione o nel rifiuto del coraggio. E Jünger è propriamente un coraggioso, un eroe, se per eroe in guerra intendiamo un uomo pronto a qualsiasi rischiosa azione, nella consapevolezza che la morte gli è sempre accanto. Nello stesso tempo, il mondo di Jünger appare privo di connotazioni ideologiche. E dell’odio ideologico del nemico. Qui il nemico è un alter ego, contro cui purtroppo il fato (come altro chiamarlo?) obbliga Jünger a combattere, come obbliga gli eroi di Omero. Gli Inglesi sono visti come buoni combattenti, sono rispettati. Anche gli Indiani del 1° reggimento Hariana Lancers, con cui il Gibraltar si scontra duramente, appaiono degni avversari. L’impressione più forte che questo libro determina in un lettore del terzo millennio è data dal fronteggiarsi di due eserciti civili, che trattano bene, come uomini, i prigionieri, e nello stesso tempo fanno uso di armi terribili, annientando in una sola battaglia centinaia di migliaia di giovani vite umane. Un duello per il dominio dell’Europa, combattuto da milioni e da singoli, voluto dal fato e registrato da Jünger in modo olimpico. Come se la questione del senso non si ponesse. Si succedono i caduti, chiamati per nome.
Frattanto il nemico, dopo un leggero ripiegamento, incominciò un nutrito fuoco di armi automatiche durante il quale un fucile Lewis, in posizione a cinquanta metri da noi, ci costringeva ad abbassare continuamente la testa. Da parte nostra, una mitragliatrice leggera raccolse la sfida. Per mezzo minuto le due armi crepitarono l’una contro l’altra investendosi con una reciproca grandine di proiettili. Poi, il nostro mitragliere, il soldato scelto Motullo, si abbatté colpito alla testa. Benché la materia cerebrale gli colasse sul viso fino al mento, era ancora cosciente quando lo portammo al più vicino rifugio. Motullo era un uomo maturo; di quelli che non si sarebbero mai presentati come volontari; ma durante quella sparatoria, mentre era disteso dietro la sua mitragliatrice, lo osservai bene: nonostante le salve gli fioccassero tutt’intorno, non piegava la testa di un millimetro. Quando gli chiesi del suo stato, mi rispose con frasi coerenti. Ebbi l’impressione che quella ferita mortale non gli causasse eccessivo dolore; forse non aveva nemmeno coscienza della sua gravità. (p. 241)
Ecco la sorte del mitragliere Motullo, che cade a Cambrai come sarebbe potuto cadere tremila anni prima sotto le mura di Troia.
Gravina
L’episodio di Gravina ci parla. E ci dice cose terribili.
Un ragazzino cade in un pozzo vicino al paese. Dentro ci sono i corpi di due bambini. Così, fortuitamente, vengono ritrovati i due fratellini Pappalardi, che la polizia italiana aveva cercato ovunque, fino in Romania. Inquietante.
Mi occupo ben poco di cronaca nera, di delitti e processi, ma quel poco basta a far sorgere in me domande del tipo: quanto sono professionali, in genere, le indagini dei nostri inquirenti? quanto è stato saggio, a suo tempo, affidarle ai magistrati? quanto conoscono il territorio i nostri investigatori? quanto sono flessibili e veridici quando parlano di “indagini a tutto campo”, quando dicono “seguiamo tutte le piste”? Continua a leggere
Gente indipendente
Un romanzo davvero ricco e robusto è il capolavoro di Laxness Gente indipendente (Sjálfstætt Fólk, 1934-35, trad. it. Iperborea, Milano 2004) la cui complessità di registri e di stratificazioni culturali deve aver fatto versare lacrime e sangue alla valorosa traduttrice Silvia Cosimini, che ringrazio per il piacere che mi ha dato la lettura. Vecchio frequentatore di Leopardi, ogni volta che sento nominare l’Islanda mi viene in mente quel celebre dialogo delle Operette morali.
Giustamente da Leopardi l’Islanda vi è posta come la terra meno adatta all’uomo, quella in cui la natura lo fa maggiormente patire, chiamandolo ad una lotta senza fine. E senza fine nel romanzo di Laxness è la lotta del poderoso allevatore di pecore e contadino Bjartur contro gli elementi naturali, dalla neve ai parassiti alle malattie degli animali, e contro gli umani, dentro e fuori la sua famiglia. Odia le novità Bjartur, e rimpiange i tempi antichi degli Jomsvichinghi, i tempi dell’eroismo e delle questioni risolte a fil di spada. La sua è anche una battaglia culturale di assoluta retroguardia. Infatti, egli compone e manda a memoria versi, in stile arcaico, e disprezza ogni espressione della Modernità. Ma la Modernità lo assale da ogni parte, minacciando il suo valore supremo, l’indipendenza, che per lui è una sorta di incondizionata autarchia. La transizione dell’Islanda, il suo salto nel mondo moderno, che avviene con la Prima Guerra Mondiale, distrugge i sogni di Bjartur, ma non lo vince: e anzi gli fa conquistare una sorta di perfezionamento spirituale, con la comprensione della necessità che la lotta sia accompagnata dall’amore (per la sventurata figlia Ásta Sóllilja, alla fine della storia).
Il solitario epos che Bjartur costruisce per sé stesso ha qualcosa che sfiora la hybris. Eppure quest’uomo che perde due mogli e quasi tutti i suoi figli, e rinuncia alla possibile terza compagna per non perdere l’indipendenza, non corrisponde al canone del padre-padrone. Perché l’indipendenza è per lui il valore per eccellenza, vorrebbe che fosse per tutti. Ma non ha la capacità di riflettere sulla questione: non è un pensatore ma un lottatore. La sua vera dimensione affiora nel momento in cui, solo nella grande brughiera, cerca di catturare a mani nude una renna maschio finendone trascinato nelle acque gelate di un fiume.
Un’ attenzione particolare richiedono le figure femminili del romanzo. Dalla vecchia nonna che, come dice uno dei due ragazzi in quel mirabile dialogo tra fratelli che si svolge “sul piancito” nel cap. 40, “sa tutto, sopra e sotto la terra”, cosicché “chi capisce la nonna capisce tutto” (p. 369), a sua figlia la seconda moglie, che pensa di aver avuto come migliore amica della sua giovinezza una donna del “popolo nascosto” degli Elfi, alla prima moglie, che la dieta a base di pesce conservato rende così bramosa di carne che, lasciata sola dal marito con un agnello a farle compagnia, dopo una notte di tregenda si leva dal letto con una brama invincibile:
Si mise al l’opera con tutta calma, scostò il vello dalla gola della pecora come un mattatore provetto, ma ormai la bestia aveva presentito la morte e tremava sotto le mani della donna, gemeva a bocca aperta, le narici dilatate, dimenandosi convulsamente nelle sue corde. La donna, ben lungi dal provare compassione e pietà in quel momento, si sistemò seduta a cavalcioni sulla pecora distesa, cercò di puntellarle il corpo con i piedi, e finalmente riuscì a bloccarla in modo tale che non le parve più rischioso avvicinarle la falce alla gola. La falce non era l’ideale come coltello da macello: benché la lama fosse affilata, si impugnava così male che bisognava fare estrema attenzione a non ferirsi; dovette prenderla con entrambe le mani, perdendo così il controllo della testa della pecora in agonia. Ma non si lasciò assolutamente scoraggiare da questa difficoltà e continuò a incidere e segare il collo della pecora, con le mani schiumanti di sangue caldo che le schizzava fin sul volto. A poco a poco la bestia perse così tanto sangue che smise di agitarsi, smise perfino di alzare la testa, e rimase rantolante a bocca aperta. Finalmente la donna trovò le vertebre del collo. Spinse la lama sempre più in fondo, uno spasmo voluttuoso percorse la bestia, distesa lì tra le sue gambe,e più niente si mosse se non la coda. La ferita al collo era così larga che si vedeva il midollo candido. Lo tagliò di netto, ci fu un ultimo tremito, e la pecora fu morta. Poi la donna staccò la testa dal busto e lasciò sgocciolare la carcassa nel ruscello; c’era del sangue sull’erba. La donna sedette sulla riva e si lavò le mani e la faccia sotto il flusso della cascata, ripulì con cura la falce sul muschio. Le venne un brivido e si sentì esausta, quasi intontita, e non si diede più pensiero per quello che aveva fatto, barcollò fino a casa per vestirsi e si sedette sul letto, l’eccitamento svanito, aveva placato i suoi istinti, e con l’appagamento le corse per tutto il corpo un piacevole torpore in quell’alba grigia, si lasciò ricadere indietro, tirò la trapunta sulle spalle nude e si addormentò. (pp. 108 – 109)
A dimostrare che la propensione a versare il sangue di altri esseri viventi e a godere dell’ebbrezza dell’uccidere non è di uno solo dei due generi di cui si compone la stirpe degli umani.
