Critica della filosofia italiana contemporanea, un titolo severo, non ammiccante come quelli dei filosofi che vanno per la maggiore, come i Cacciari e i Severino e compagnia, questo del saggio di Fabio Vander (Marietti 2007). C’è qui un pensiero forte, fortissimo, che affronta di petto alcune questioni essenziali della filosofia occidentale. La filosofia italiana contemporanea che viene criticata da Vander è appunto quella dei Severino e dei Cacciari, ma anche quella di altri e meno onorati pensatori, come Emo e Semerano. Continua a leggere
L’Ebreo
Quando si tratta di Israele, purtroppo, l’intellettuale italiano medio perde ogni capacità di pensiero dialettico. Lo si è visto anche nel recente caso di Torino. Infatti, se si fosse fatto un programma sulla letteratura palestinese, senza invitare gli autori israeliani, ben pochi avrebbero urlato che occorreva invitare anche l’altra parte. È un dato certo, ben inquadrabile e spiegabile entro quella cultura vittimaria che ha trionfato nell’Occidente dopo il 1945. Sono convinto che un antigiudaismo di fondo (evito il termine antisemitismo perché è ormai segnato da una profonda ambiguità) alligni ancora nel cuore di moltissime persone, anche in Italia, anche fra i cattolici. Emerge nelle conversazioni libere, ma anche, seppur più sottilmente, in articoli e libri. Ho udito con le mie orecchie definire “nazisti” gli Israeliani da parte di professori universitari che non si sono mai preoccupati di quel che accadeva ai Cambogiani, ai Curdi, ai Ceceni. Ho sentito adoperare la categoria “Ebreo” in un modo che può essere solo di chi crede ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion. Nessuno dei fatti che vengono addebitati allo Stato di Israele da parte di chi odia gli Ebrei (anche se non vuole ammetterlo) giustifica, di per sé, un giudizio come quello che viene espresso. Altrimenti, come dovremmo chiamare lo Stato Russo, che qualche hanno fa ha ridotto Grozny ad un ammasso di macerie fumanti? Ed io, che pur non ho condiviso molte delle scelte politico-militari fatte da Israele negli ultimi anni, trovo davvero impressionante l’incapacità di ragionamento e di mediazione
che coglie gli spiriti di molti davanti all’Ebreo. E sono spesso persone che parlano di “accoglienza”, del “diverso”, ecc. Ma l’Ebreo viene percepito come forte e amico dei forti (gli Americani), e subito definito come oppressore. Qui anche mi pare evidentissimo come ogni discorso politico sia sempre un discorso che parte da un soggetto collocato in una situazione che determina un suo punto di vista: il più delle volte è irrigidito e adialettico, sempre animato da un risentimento che acceca. È un po’ quello che succede nei cattivi romanzi, dove ci sono i “cattivi” le cui ragioni sono sempre e soltanto ignobili. È sempre il meccanismo del capro espiatorio, di cui l’Ebreo è stato in Occidente l’incarnazione più duratura.
Per caso mi sono imbattuto nel sito della Destra italiana, quella di Storace, la Destra fascista. Ed eccoti una vignetta che mostra tutti i tratti della satira antigiudaica tradizionale, a cominciare dalla fisicità un po’ fastidiosa del barbuto (e puzzolente?) giudeo. Una vignetta che la dice lunga sul sentimento antigiudaico (altro che filopalestinese!) di molti Italiani di oggi. Di troppi Italiani.
Il Cavaliere della rosa
Lasciar andare. La Marescialla dell’opera di Hofmannsthal e Strauss ( Il Cavaliere della rosa, – Der Rosenkavalier, ed. it. a cura di F. Serpa, Adelphi 1992) è davvero un personaggio grande. Una delle somme virtù dell’essere umano è la capacità di lasciar andare. Lasciar andare qualcuno o qualcosa che si potrebbe trattenere, ma che trattenuto si rovinerebbe, o perderebbe il suo splendore. Lasciar andare, non trattenere presso di sé. Perché lo splendore di quel che si ama ci è più caro della nostra stessa felicità. Qui la melanconia è strettamente legata alla percezione che tutto sta nel tempo, e che tutto è passaggio. Ma è una melanconia che si apre su di una luce più alta. Continua a leggere
Poesia della domenica
Silenzio
Fosse orgoglio o viltà d’isolamento
che stringeva nell’arido dominio
aure preziose nei sepolcri bianchi,
fosse individua virtù l’incantamento Continua a leggere
Il Ponte di Calatrava
Nel 1997 il Comune di Venezia incaricò l’architetto Santiago Calatrava di progettare un quarto ponte sul Canal Grande (dopo quello degli Scalzi, dell’Accademia e di Rialto). Un ponte che unisse Piazzale Roma, punto d’arrivo delle automobili, alla stazione ferroviaria. Un ponte di cui nessun veneziano ha mai sentito il bisogno. Dieci anni dopo, il ponte di Calatrava è ancora lontano dall’inaugurazione. Continua a leggere
Altre notti

Altre notti di Muhammad al-Busati (Layàl ukhra, 2000, trad. it. di P. Zanelli, Jouvence 2003) è un romanzo che all’inizio ti lascia perplesso per due fondamentali motivi: in primo luogo perché, ambientato al tempo di Anwar al-Sadàt, non sembra cogliere affatto il problema islamico che cova nelle viscere dell’Egitto; in secondo luogo, avendo come protagonista una giovane donna intellettuale, non ne mostra alcuna modificazione nel corso della storia, che la vede sempre uguale, nella sostanza e nella visione del mondo, dall’inizio alla fine.
Cominciamo da questo punto. Che i personaggi di romanzo debbano modificarsi, svilupparsi nel corso della storia narrata è una convenzione narrativa. Vi sono storie in cui i personaggi propriamente non si sviluppano se non alla superficie, o per nulla, per le più varie ragioni. E vi sono storie in cui i personaggi non mutano per scelta dell’autore. Del resto, questo di al-Busati è un romanzo solo in parte realistico: infatti tutte le persone con le quali Yasmìn va a letto nel giro di poche ore muoiono, come se sulla loro testa una potenza nascosta avesse decretato la pena di morte (di qui il richiamo alle Notti famose), e questo è un particolare narrativo che proietta la narrazione oltre la sfera del realismo tradizionale. Qui il non mutare, l’eterno ritorno a se stessa di Yasmìn, col gruppo di uomini che le ruotano intorno, dice la precarietà della condizione dell’intellettuale egiziano contemporaneo: da un lato il suo sradicamento dalla tradizione antica, la sua ansia di modernità (di cui la disponibilità sessuale di una donna giovane e autonoma è un’espressione immediata), dall’altra la sua impossibilità di vivere un rapporto col potere politico che sia analogo a quello che si vive in Occidente: ovvero la libertà di scrivere e pubblicare quello che si vuole senza finire in prigione o peggio. La prima perplessità è superata, l’immobilità del personaggio cardine è necessaria qui perché ruoti intorno ad esso il senso della storia.
La seconda perplessità non è invece superata, e per la verità si estende anche ad altri autori del mondo arabo, e musulmano in generale, e a quel senso della storia di cui dicevo. Infatti è evidente che nel mondo culturalmente islamico vi è oggi la questione religiosa islamica come questione di una gestione religiosa del potere. I grandi esperimenti laici sono, in quel mondo, oggi in arretramento o sulla difensiva. Chi si espande è l’Islam militante, come in Egitto i Fratelli Musulmani. E questo pesa appunto, in particolare nell’Egitto, che agli occhi degli islamisti si presenta come un Pese in cui la società è fortemente corrotta dal modello occidentale. Del modello occidentale fa parte quella libertà di espressione della cui negazione al-Busati accusa Sadàt. Il dialogo con la traduttrice del libro riportato alla fine è istruttivo. Vi si comprende come al-Busati abbia amato Nasser e il suo rapporto col popolo egiziano, e odiato Sadàt per gli accordi di pace con Israele (dai quali ha ottenuto la grande stima dell’Occidente, e la restituzione del Sinai). Quelli come al-Busati hanno sognato la Rivoluzione Socialista e ora si trovano coi Fratelli Musulmani alla soglia del potere. E molti di loro, tragicamente divisi in se stessi, preferiranno stare con loro che farsi “servi dell’America e di Israele”.
Differenza
Penso che in questi tempi calamitosi, in cui le differenze politiche, culturali, nazionali e religiose vengono accentuate ed esaltate per alimentare conflitti che in realtà derivano dall’uguaglianza essenziale degli umani (innanzitutto dall’uguaglianza degli appetiti che convergono pericolosamente sullo stesso oggetto, e in particolare sul potere), debba essere accolta con interesse ogni riflessione sul tema dell’uguaglianza e della differenza. La scuola dovrebbe sviluppare negli allievi la capacità di porsi in modo serio e maturo di fronte a questi temi, che il buonismo imperante e semplificante tende a banalizzare paurosamente. Continua a leggere
Sulla caccia
“La mia vita è divisa in tre parti: ero disgraziato nella prima, a disagio nella seconda e a caccia nella terza.” Comincia così, in questo modo folgorante, il libro di Roger Scruton Sulla caccia (On Hunting, 1998, trad. it. di D. S. Panconesi, Editoriale Olimpia 2007). Non è tuttavia un testo sulla caccia in generale, ma su quella, contestatissima e infine abolita recentemente, alla volpe. Una caccia a cavallo, con mute di cani, che costituiva un momento fondamentale, e in un certo senso fondante, della vita della campagna inglese.
Scruton da animale cittadino si converte alla vita di campagna e alla caccia a cavallo. Questa è in effetti una sorta di autobiografia, in cui sono presenti alcuni dei temi polemici principali di Scruton, ma anche pagine che potrebbero stare in un romanzo, tanto sono narrativamente persuasive. Fra tutte, le più belle sono quelle della conversione. Scruton ha iniziato a frequentare la campagna percorrendola in groppa ad un lento e goffo pony di nome Dumbo, quando all’improvviso viene a trovarsi nel bel mezzo di una turbinosa cacciata alla volpe. E Dumbo si trasforma, si lancia in mezzo alla torma di cavalli, cerca di raggiungerne la testa, si muta in un cavallo da caccia. La trasformazione si trasferisce a colui che lo cavalca, che diviene, di punto in bianco un uomo-cacciatore.Si tratta però di una passione per la caccia mediata dall’equitazione e da un amore sconfinato per i cavalli. Un fatto sociale, che unisce uomini, cani e cavalli in una unione arcaica e indicibile con la terra vivente. Io, che sono un cacciatore solitario che ha un rapporto vitale anzitutto col singolo mio cane (e non con la muta-branco), seguo un altro sentiero, ma comprendo senza residui l’entusiasmo scrutoniano.
I pensatori astratti devono rinnovare la loro coscienza su ciò che è realmente reale. Dovrebbero essere affamati della vista e dell’odore e del tatto delle cose; niente meglio della caccia riesce a mettere bene a fuoco la realtà del piacere dei sensi. Questo «Essere» a cui Heidegger si riferisce, come se fosse una roba gommosa da cui spuntano le gemme del Dasein (io e te) come strani protozoi – ma che c’entra con l’elasticità della terra, con la melma della riva di un fiume e la ghiaia fangosa dove vengono piantati quegli zoccoli fiduciosi? La terra non è una cosa sola, ma tante: dura e morbida, resistente e molle, asciutta e umida, coperta dì erba o brulla sotto la stoppia dispersa della vegetazione dell’anno precedente. Zampe, zoccoli e piedi passano a turno attraverso questo terreno sfaccettato, acchiappandolo come un neonato acchiappa la madre, riconoscendo ogni sua parte dal sapore e dal tatto. Montati ìn alto su questi animali volanti rientriamo in quello stato al quale i nostri antenati hanno rinunciato per motivi di comfort, uno stato in cui la prossimità della morte impone l’umiltà. (p.76)
I cavalli sono creature abitudinarie e sono contenti di seguire una piacevole vita regolare. Però, questo non significa che la qualità della vita sia uguale per loro ovunque: al contrario. Un solo tipo di cavallo vive al massimo la vita da cavallo: il cavallo da caccia. Solo lui, fra gli animali addomesticati, può correre con il branco, in forma, ben nutrito e spensierato, attraverso la campagna ripulita dai suoi predatori naturali. Non c’è migliore gioia equina che correre, uno accanto all’altro, con altri cavalli, immersi nella marea della vita della propria specie, eccitati dal latrato dei cani – un suono che suscita una memoria collettiva di terrore primordiale, ma che ritorna da quelle profondità inconsce come un’eco di gioia invece che di terrore. Il cavallo è diventato la cosa meravigliosa che è fuggendo da quel suono, e trova il suo appagamento rincorrendolo. (pp. 71-72)
Il viaggiatore notturno
Stanno accadendo cose strane nei libri, ora che l’informatica domina, e il vecchio correttore di bozze non esiste più. Cose strane che emergono anche in edizioni costose e curatissime come quella del pregevole (e costoso: 48 Euro), fondamentale studio di Quirino Principe Il teatro d’opera tedesco (II, 1830/1918) (L’EPOS, Palermo 2004), in cui troviamo, solo per fare un esempio, a pag. 28 un pericolo in luogo di periodo, e a pag. 41 un testo in luogo di teatro. Il computer corregge, in modo non sempre opportuno, l’errore nelle singole parole, ma non è in grado di cogliere e giudicare la sensatezza di una frase complessa. E ormai è ben difficile leggere un libro, e in particolare un romanzo, potendo contare su di una scrittura perfettamente corretta. Non parliamo poi delle traduzioni. Anche case come Einaudi ci danno traduzioni, anche da lingue comunissime come l’inglese, di affidabilità malcerta. Non in tutto è progresso. Continua a leggere
Meccanismi
Si sa che Adolf Eichmann grazie all’opera di Hannah Arendt La banalità del male ha assunto uno status simbolico, a rappresentare tutti quegli oscuri esseri umani che, ben impiantati nel ventre della grande macchina che è lo Stato moderno, operano con devota obbedienza di puri meccanismi, che si sentono realizzati in quanto tali. È molto facile condannare Eichmann. Molto meno facile chiedersi quale sia la misura della nostra somiglianza a lui. Continua a leggere