Altre notti

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Altre notti di Muhammad al-Busati (Layàl ukhra, 2000, trad. it. di P. Zanelli, Jouvence 2003) è un romanzo che all’inizio ti lascia perplesso per due fondamentali motivi: in primo luogo perché, ambientato al tempo di Anwar al-Sadàt, non sembra cogliere affatto il problema islamico che cova nelle viscere dell’Egitto; in secondo luogo, avendo come protagonista una giovane donna intellettuale, non ne mostra alcuna modificazione nel corso della storia, che la vede sempre uguale, nella sostanza e nella visione del mondo, dall’inizio alla fine.
Cominciamo da questo punto. Che i personaggi di romanzo debbano modificarsi, svilupparsi nel corso della storia narrata è una convenzione narrativa. Vi sono storie in cui i personaggi propriamente non si sviluppano se non alla superficie, o per nulla, per le più varie ragioni. E vi sono storie in cui i personaggi non mutano per scelta dell’autore. Del resto, questo di al-Busati è un romanzo solo in parte realistico: infatti tutte le persone con le quali Yasmìn va a letto nel giro di poche ore muoiono, come se sulla loro testa una potenza nascosta avesse decretato la pena di morte (di qui il richiamo alle Notti famose), e questo è un particolare narrativo che proietta la narrazione oltre la sfera del realismo tradizionale. Qui il non mutare, l’eterno ritorno a se stessa di Yasmìn, col gruppo di uomini che le ruotano intorno, dice la precarietà della condizione dell’intellettuale egiziano contemporaneo: da un lato il suo sradicamento dalla tradizione antica, la sua ansia di modernità (di cui la disponibilità sessuale di una donna giovane e autonoma è un’espressione immediata), dall’altra la sua impossibilità di vivere un rapporto col potere politico che sia analogo a quello che si vive in Occidente: ovvero la libertà di scrivere e pubblicare quello che si vuole senza finire in prigione o peggio. La prima perplessità è superata, l’immobilità del personaggio cardine è necessaria qui perché ruoti intorno ad esso il senso della storia.
La seconda perplessità non è invece superata, e per la verità si estende anche ad altri autori del mondo arabo, e musulmano in generale, e a quel senso della storia di cui dicevo. Infatti è evidente che nel mondo culturalmente islamico vi è oggi la questione religiosa islamica come questione di una gestione religiosa del potere. I grandi esperimenti laici sono, in quel mondo, oggi in arretramento o sulla difensiva. Chi si espande è l’Islam militante, come in Egitto i Fratelli Musulmani. E questo pesa appunto, in particolare nell’Egitto, che agli occhi degli islamisti si presenta come un Pese in cui la società è fortemente corrotta dal modello occidentale. Del modello occidentale fa parte quella libertà di espressione della cui negazione al-Busati accusa Sadàt. Il dialogo con la traduttrice del libro riportato alla fine è istruttivo. Vi si comprende come al-Busati abbia amato Nasser e il suo rapporto col popolo egiziano, e odiato Sadàt per gli accordi di pace con Israele (dai quali ha ottenuto la grande stima dell’Occidente, e la restituzione del Sinai). Quelli come al-Busati hanno sognato la Rivoluzione Socialista e ora si trovano coi Fratelli Musulmani alla soglia del potere. E molti di loro, tragicamente divisi in se stessi, preferiranno stare con loro che farsi “servi dell’America e di Israele”.

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