Politics and Apocalypse

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Credo che il fenomeno antropologicamente più significativo dei nostri anni sia l’emergere, all’interno del mondo islamico, del massacro suicida come forma di guerra santa. Si tratta di una novità assoluta, sulla quale si è ragionato finora molto poco e in modo superficiale. Probabilmente perché ci si rifiuta di vedere qualcosa che non si è in grado di sostenere.
La stragrande maggioranza degli intellettuali occidentali si preoccupa degli abusi americani nelle carceri speciali, ma rimane sostanzialmente indifferente alle esplosioni nei mercati di Baghdad o di Karachi. Questo per pavidità intellettuale, perché i “crimini” americani rientrano nelle nostre categorie, sono violazioni di codici che ci sono chiari e cui siamo abituati da sempre, mentre non conosciamo l’Islam e tanto meno la sua componente religiosa fondamentalista. Perciò non ci chiediamo neppure come possa accadere che nel mondo islamico una pratica così abominevole sotto ogni profilo e in particolare in rapporto alla tradizione, quale è il massacro suicida, riceva condanne così deboli e parziali. Del resto, non ci chiediamo neppure come mai la proiezione del film di Benigni La vita è bella sia stata proibita in tutti i Paesi musulmani. La tendenza è sempre quella di farsi un’immagine del mondo comoda, in cui la nostra mente possa abitare tranquilla.
Nel libro curato da Robert Hamerton-Kelly Politics and Apocalypse (Michigan State University Press, 2007), nel saggio introduttivo dello stesso autore, trovo queste interessanti considerazioni girardiane sull’argomento.

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L’effetto della predicazione del Vangelo nella cultura occidentale è stato quello di svelare il segreto della sopravvivenza della società mediante il rituale della vittima, e di mettere così in pericolo quella stessa sopravvivenza. Quanto meglio noi conosciamo l’inganno, tanto peggio esso funziona nel sostenere le strutture del sacro entro le quali in qualche modo noi ci proteggiamo dal disordine violento. Attualmente la globalizzazione sta erodendo le distinzioni culturali, l’auto-vittimizzazione sta diventando un’industria culturale e, cosa più significativa di tutte, la violenza sta cancellando anche la distinzione esistenziale tra la vita e la morte. Nel culto dei massacratori suicidi, il desiderio della distruzione di massa, che durante la Guerra Fredda veniva contenuto entro la struttura sacra della deterrenza, sta ora diffondendosi tra un numero crescente di soggetti minori. Il combattente suicida cancella le linee della deterrenza che mappano un mondo comune in cui ognuno può dare un valore alla propria vita. L’antagonista suicida non è soggetto alla deterrenza sulla base dei vecchi presupposti: la distinzione cruciale per il controllo culturale della violenza, quella tra i linciatori e le vittime (tra i vivi e i morti), sta infine essendo totalmente erosa, e ancora una volta la crisi sacrificale sta radunando i suoi mostri.
L’assassinio suicida è un sintomo avanzato del collasso del sistema della vittima sostitutiva ed è ora una componente della nostra cultura globale. L’inganno della vittima sacrificale funziona mediante l’uccisione di qualcun altro: l’assassinio suicida funziona uccidendo il soggetto stesso oltre a qualcun altro, e in questo modo cancella la distinzione tra vittima e uccisore e confonde quella che nella cultura è la distinzione principale, propriamente quella tra il sacro e il profano, tra la vittima morta da un lato e gli uccisori vivi dall’altro, la distinzione da cui emergono rito, mito e legge come generatori di ulteriori distinzioni e stabilizzatori di tutte le altre distinzioni culturali. I musulmani radicali probabilmente credono che le loro morti servano a far vivere gli altri del loro gruppo, e rafforzano questa credenza sottolineando le distinzioni tra chi è dentro e chi è fuori del gruppo, ma in realtà essi rompono il sistema delle distinzioni, che riposa sulla differenza tra vita e morte, e richiamano il mondo dei mostri, il mondo dei morti viventi e dei non-morti, e il demoniaco che vive tra le tombe.
Ironicamente, la violenza sacra dell’Islam jhadista, che crede di operare un rafforzamento del suo fondamento sacro, sta in realtà segando il ramo su cui la siede la religione. La violenza suicida non conferma più la distinzione fondativa ma piuttosto la cancella, e infligge colpi tremendi al sistema della violenza buona che si suppone controlli la violenza cattiva. La violenza che ignora la distinzione tra la vita e la morte potrebbe essere davvero fatale al meccanismo sacrificale, che come una vecchia automobile sta sfasciandosi su strade sassose. Forse l’inizio della fine apocalittica è sopra di noi, e una gigantesca crisi sacrificale sta esplodendo.
(pp. 18 -19).

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