Ho letto questo libro (Laurana 2011) per la stima che nutro per Valter Binaghi, uno che pensa liberamente e non teme le discussioni, e le cui idee sono spesso stimolanti. Il libro è fatto così: c’è una lunga, personale, e secondo me del tutto inutile proprio perché troppo personale, introduzione di Tullio Avoledo. Poi ci sono dieci capitoli, ciascuno diviso a metà: la prima scritta da Giulio Mozzi, la seconda da Valter Binaghi. Le parti di Mozzi non saprei come definirle, la sua scrittura vuol qui essere leggera e frizzante, ma nello stesso tempo acuta e densa, e non ci riesce. Appena ho letto cose come quella che qui riporto mi son detto: ma questo che è, che vuole? Dunque, il primo capitolo nel suo titolo dice il primo motivo per essere cattolici: perché questo mondo è stato creato. Continua a leggere
Divenire nulla 15
Scrive Max Horkheimer: “Gli uomini sono muti, anche se apparentemente parlano e parlano. Ma si dimentica troppo facilmente che il linguaggio è morto perché l’individuo che parla all’altro non ha più nulla da dire come singolo individuo … ossia è impotente, non può far nulla, non fa nulla, non conta nulla” [Taccuini, Marietti 1988, p. 170]. E che ne è di chi – comunque – parla? Anche il parlare del filosofo è sospetto. “Che il filosofare parlato e persino scritto – per quanto profondo o acuto possa essere – suoni sempre un poco sciocco, è cosa evidente (…). Quando si tratta della verità, solo il silenzio salvaguarda l’autocontrollo, ogni parola è lamento prolisso, sempre inopportuno”. [Ivi, p. 9] Questa crisi della parola è presente in qualche modo anche a Leszek Kolakowski, che inizia così la sua opera Orrore metafisico [Il Mulino 1990]: “Un filosofo moderno che non abbia mai provato l’esperienza di sentirsi un ciarlatano è uno spirito così misero che sicuramente il suo lavoro non varrà la pena di essere letto”. Continua a leggere
Abbondanza
Divenire nulla 14
Come meravigliarsi se il nichilismo relativistico attacca la sostanza stessa del tempo? “La vita umana si riduce a un istante non già perché sopprima e conservi in sé la durata, ma perché cade in balìa del nulla, e si ridesta alla coscienza della sua vanità di fronte alla cattiva infinità del tempo stesso” [Minima moralia, p. 195]. Grazie alla scienza moderna e alla tecnica, “nel ticchettìo fragoroso dell’orologio si percepisce, per così dire, lo scherno degli anni luce per la breve durata della nostra esistenza”[ibidem]. Dunque il trionfo del divenire, che in Occidente si costituisce come l’unica verità, porta all’annientamento del tempo: il triumphus temporis non può che essere già in se stesso la negazione della sostanzialità del tempo, e con essa la fine della parola. Continua a leggere
Divenire nulla 13
L’esito relativistico del razionalismo ha tuttavia radici ben salde nell’antico. Scrive Theodor W. Adorno: “Ogni psicologia, a cominciare da quella di Protagora, esaltando l’uomo con l’affermazione che egli è misura di tutte le cose, ha fatto di lui, nello stesso tempo, l’oggetto, il materiale dell’analisi, e, una volta collocatolo tra le cose, lo ha assegnato alla loro nullità [c. mio]. La negazione della verità oggettiva attraverso il ricorso al soggetto include la negazione di quest’ultimo: non resta più nessuna misura per la misura di tutte le cose, che cade in balia della contingenza e si trasforma in falsità”. [Minima moralia, Einaudi, Torino 1979, pp. 64-65] Continua a leggere
Una microgiungla
Pochi metri quadrati di una microgiungla, piena di vita vegetale e animale. Si vedono un’ape selvatica impegnata nella sua raccolta, e una cedronella (Gonepteryx rhamni), una farfalla longeva, di un colore giallo ben visibile sulle ali aperte, e simile ad una foglia dai colori più tenui quando ha le ali chiuse, che addirittura imitano le nervature di una foglia. Qui si nota solo sapendo che c’è. I piani alti della microgiungla non ospitano molti predatori, a parte qualche ragno. Sul terreno invece la vita è più dura e carabidi e stafilinidi regnano sovrani.
Gli anelli di Saturno.
Die Ringe des Saturn, 1995 (sott. Eine englische Wallfahrt), tradotto per Adelphi da A. Vigliani col titolo Gli Anelli di Saturno. Un pellegrinaggio in Inghilterra, presenta tutte le caratteristiche fondamentali della visione del mondo di W.G. Sebald e della sua scrittura. Saturno è l’astro della melanconia, e l’opera di Sebald sta tutta sotto il suo segno. Se la natura è un circuito di produzione e distruzione, il melanconico fisserà sempre lo sguardo, meravigliato e pieno di pathos, sul secondo fattore. Egli contemplerà il morire a milioni: delle aringhe sulle spiagge del Mare del Nord o degli alberi contagiati dai virus e abbattuti anch’essi a milioni dalla tempesta perfetta del 1987. Non contemplerà con altrettanta meraviglia lo spuntare e il rifiorire ovunque della vita dalla distruzione, le miriadi di forme, perché anch’esse stanno per lui sotto il segno del divenire nulla, del passare e dello svanire di tutte le cose. Così la distruzione causata dall’uomo si colloca per Sebald sullo stesso piano di quella operata dalla Natura. Dal primo fuoco acceso da un nostro progenitore, noi umani stiamo sotto il segno della consumazione, della combustione: e i personaggi che Sebald incontra nel suo vagabondare hanno tra loro solo differenze epidermiche, non sono veri personaggi autonomi, e tra loro si confondono. Parlano tutti con la voce di Sebald, sono sue mere rifrazioni, e la stessa struttura del testo lo dimostra. Un testo come tutti gli altri di Sebald, ipnotico e incantante, una estrema propaggine del romanticismo tedesco filtrato dal cuore oscuro del XX secolo.
Sul Covile
Rileggendo Simone Weil sul Covile.
Sacrifice
Sacrifice è il titolo di un libretto edito dalla Michigan State University Press nel 2011, che raccoglie i testi di alcune conferenze tenute da René Girard qualche anno fa in Francia. L’argomento fondamentale è il sacrificio nella tradizione dei Veda e dei Brahmana, letti con le categorie della teoria mimetica. Chi ha familiarità col pensiero girardiano non farà nuove scoperte, ma avrà l’ennesima conferma della coerenza con cui il pensatore francese procede nell’applicare le categorie che hanno reso famose (anche se spesso assunte un po’ superficialmente) le sue idee. Stimolante per me questo accenno al ruolo della violenza negli spettacoli di oggi:
Ciò che sostituisce ai giorni nostri i riti sacrificali, nella misura in cui essi possono effettivamente essere sostituiti, è lo spettacolo violento. A seconda della dose somministrata, l’effetto calmante può essere trasformato in una scossa violenta, una eccitazione insana. Ogni cosa qui dipende da una modulazione simile a quella che i Brahmana cercano di realizzare, col minimizzare la violenza dei riti che, “obiettivamente”, ne contengono troppa, esagerando di contro la violenza di quelli che ne contengono troppo poca. Durante i tempi di turbolenza, il sistema si rompe e la violenza viene montando negli spettacoli così come nelle strade. Questa tendenza ha fatto nascere nei sapienti un’ansia come quella di Platone quando leggeva Omero. (pp. 8 – 9)
nei
Divenire nulla 12
Karl Jaspers, riflettendo sulla figura di Amleto, il grande eroe della rinuncia all’azione, che apre la Modernità, alla domanda se si possa vivere nella verità risponde: “L’energia vitale nasce dalla cecità, dalla fede nel mito e nei suoi surrogati, dall’illusione di sapere, dalla mancanza di curiosità filosofica, dal fecondo terreno delle falsità ben circoscritte. (…) La verità, quando la si vede nuda, paralizza”. Verità come Gorgone. E cita anch’egli Nietzsche e Hölderlin. Il primo perché “capisce che la verità non è incorporabile, che anzi l’errore è necessario (vale a dire in rapporto alle verità fondamentali, che sono, a volte, i presupposti della nostra esistenza)”. Il secondo perché “vuole che Empedocle si macchi di una gravissima colpa per aver voluto diffondere tra il popolo la verità totale. È l’eterna domanda: è inevitabile che la verità porti l’uomo alla morte? La verità è forse la morte?” (K. Jaspers, Del tragico, SE, Milano 1987).


