I libri della mia vita

copEd ecco una citazione da un adorabile librettino di Varlam Šalamov, edito da Ibis (Como – Pavia) nel 1994, nella collana Minimalia, tradotto da A. Pasquinelli (vedo che è stato riedito nel 2012). I libri della mia vita. L’autore dei terribili e bellissimi Racconti di Kolyma dice qui del suo rapporto ai libri, un rapporto vitale. C’è più sapienza e più dolore in queste poche pagine che in tutta la letteratura e in tutta la testimonianza sui lager tedeschi e sovietici che è stata scritta nel Novecento.

Ho sempre comperato dei libri, un poco alla volta, non fosse che uno ogni mese, ogni due mesi. Quando mi sono sposato, pensavo che sarei stato in grado di raccoglierne per me, da poter annotare, piegarne le pagine, stropicciare e sciupare, lisciarne le rilegature, cogliendo quel fruscio più grato dello stormire delle foglie nel bosco, quello delle pagine di un libro. Pian piano, ad ogni scadenza della paga, compravo qualche libro, e solo ciò che conoscevo già, che sentivo a me caro, congeniale, importante. Non sono andato avanti molto a raccogliere libri. Al mercato di Tula, a una svendita di libri, avevo comperato una rarità, le opere complete di Leskov in trentasei tomi, editi da Marx: un acquisto inestimabile, per quell’epoca. Qualche giorno dopo fui bloccato in corridoio da mio cognato, che abitava con noi insieme alla sua famiglia. Si trattava di un funzionario di belle speranze della NKVD, già inviato in missione all’estero, un prodotto tipico degli anni ’30 di questo secolo. Gli uomini degli anni ’20 erano diversi da quelli degli anni ’30, e questi erano diversi dagli uomini degli anni ’40, dalla nostra generazione del tempo di guerra. L’epoca degli anni ’30 è quella della collettivizzazione e dei lager ad oltranza, delle delazioni elevate al grado di prodezze, l’epoca della crudeltà e della perfidia divenute attributi dell’umana saggezza. Di tanto in tanto quel mio ‘parente’ perquisiva le camere di suo padre, di sua madre e di sua sorella, a scopo ‘profilattico’.
“Sono vostri, quei libri?”
“?!”
“Dico, questo Leskov?”
“Sì”.
“Ma andiamo, si tratta di letteratura piuttosto sospetta”.
Gli sbattei la porta sul naso. (pp. 25-27)

Scimmie cacciatrici

sci.jpgIn Scimmie cacciatrici, di Craig B. Stanford (1999), edito in Italia da Longanesi nel 2001:
La ricetta essenziale che condusse all’espansione del cervello umano comportò l’emergere dell’intelletto necessario alla condivisione intelligente, strategica e consapevole della carne. (p.13)
Il libro di Stanford (non troppo ben tradotto da I. Blum: non si possono chiamare animali da preda gli animali predati anziché i predatori) si inserisce nella notevole produzione attuale di quel gruppo di primatologi che opera al confine con la paleoantropologia. Le ricerche in Tanzania sui bonobo, una sottospecie di scimpanzé molto evoluta, …assestò un duro colpo ai miei valori relativi ad un’etica del comportamento fondata sull’equilibrio fra i sessi. Gli scimpanzé maschi brutalizzano abitualmente le loro femmine, costringendole ai rapporti sessuali e punendole se esse non concedono loro un accoppiamento desiderato. (…) Arrivai a considerare questa società di antropomorfe come una struttura in cui vige la legge del più forte – un modello peraltro diffusissimo anche nelle società umane patriarcali.
Penso che basti questa citazione per far vedere quanto siano problematici i discorsi che si muovono su quel confine. La cosa più interessante che ho trovato nel libro, e che mi riporta in qualche modo al pensiero di Eric Gans da un lato, e a quello di Serge Moscovici dall’altro, si trova a pag. 48. Riguarda la spartizione dei ruoli tra cacciatori e raccoglitrici. Non si va a caccia perché ne derivi molto cibo, ma perché l’uccisione crea prestigio, e quella di un grosso animale, per cui occorre coesione del gruppo e valore dei singoli, è all’origine della narrativa:
Se gli uomini uccidono una giraffa, ne parlano la sera intorno al focolare per un anno, prima di abbatterne un’altra. 
Non si raccontano storie sulle bacche o sui tuberi.

Il crepuscolo degli dei della steppa

Una tristezza abissale, ma né sentimentale né lacrimosa, spira dalle pagine del romanzo di Ismail Kadaré Il crepuscolo degli dei della steppa (1981), edito in Italia da SEI nel 1982 nella traduzione di M. Varca e riedito nel 1993, che dipinge con sintesi mirabile le condizioni dell’alta cultura letteraria nella tarda Unione Sovietica. Terribile risalta il meccanismo persecutorio messo in atto nei confronti di Pasternak in occasione del conferimento del Nobel all’autore de Il dottor Zivago. Il conformismo e la pochezza morale degli intellettuali in queste pagine appaiono desolanti. I singoli sono stritolati dalla ragione di stato, come capita anche al protagonista albanese, che la crisi nei rapporti tra l’Unione Sovietica e il suo paese costringe a interrompere ogni rapporto con la ragazza russa che lo ama.

Intorno c’era il chiasso abituale di una serata danzante dell’Istituto Gorki, con quel colore particolare che viene dal contrasto tra la gloria eterna della letteratura ed i suoi rappresentanti viventi, che a tratti si mettevano a ballare goffamente, balbettavano o dicevano banalità. Sapevo che quelle serate avevano vera vita soltanto nelle prime ore, quando le ragazze erano ancora suggestionate all’idea di conoscere finalmente degli scrittori. E quei Goethe e quei Villon, i loro cavalieri, stavano loro intorno: ecco la gloria, vicinissima, dovevano soltanto voltare il capo. Le presento il mio amico Piotr Reutski, un poeta. Ha letto Il mattino delle betulle? L’autore è lui. Davvero? Sì, è proprio lui. E tutto questo veleggiava in un’aura di sottintesi, di illusioni che conoscendo gli scrittori si possa diventare un personaggio, magari acquisire il diritto di vedere le proprie iniziali in capo ad un poema o ad un racconto, per non parlare dei diari postumi, della corrispondenza intima, delle memorie, degli archivi.
Eravamo ancora nella prima metà della serata (perché nella seconda la verità si toglieva a poco a poco i veli, e arrivava il momento in cui le ragazze incominciavano a guardare i cavalieri con disprezzo e cercavano di sfuggire alle loro strette; capitava anche, come nel caso di Nutfulla Shakenov, che una schiaffeggiasse l’uomo di cui, due ore prima, sognava di vedere il nome unito al proprio per l’eternità, sul marmo della tomba, accanto ai versi che lui le avrebbe dedicato […] (p.55)

Il derviscio e la morte

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Baldini & Castoldi ha ripubblicato qualche anno fa uno dei grandi romanzi del secondo Novecento, Il derviscio e la morte di Meša Selimović (a cura di L. Costantini).
E già non lo si trova più.
Storia di una vendetta, del crescere graduale di un odio feroce nell’anima di un derviscio (una sorta di “frate” musulmano) di Bosnia, come tutti i grandi romanzi l’opera dello scrittore serbo apre uno squarcio nel cuore dell’umano, dove si annida quella malvagia passione del distruggere e dell’essere distrutto che ha nome violenza. Il derviscio di Selimović è un derviscio per modo di dire. La sua interiorità non è certo quella di un vero esponente dell’ordine religioso, ma piuttosto quella di un intellettuale del Novecento, di un tipico intellettuale del Novecento, quale si presenta in innumerevoli romanzi dell’ultimo secolo: in contrasto col potere dominante, verboso, tormentato, inconcludente, fortemente risentito e infine sconfitto. La collocazione storica della vicenda bosniaca narrata nel Derviscio è imprecisata (forse il primo Settecento, con l’impero turco in conflitto con quello asburgico, ma la cosa non è importante). L’io narrante del protagonista colloca la vicenda entro lo spazio di una coscienza, anche se la citazione coranica iniziale e finale sembra aprire uno spazio religioso che nel romanzo per sé manca (ma nella Jugoslavia titoista del 1966, anno in cui il romanzo fu pubblicato, una narrazione veramente e profondamente religiosa avrebbe riscosso il successo del Derviscio, alcune pagine del quale entrarono subito nelle antologie scolastiche di quel paese?).
Disumanità del potere e insensatezza della vita (e della morte) umana sono il contenuto dell’opera, che termina così:

I vivi non sanno nulla. Insegnatemi, o morti, a morire senza paura, o almeno senza orrore. Perché la morte è un nonsenso, come la vita.

Si potrebbero rubricare le molte bellissime vibranti pagine del Derviscio sotto l’etichetta nichilismo lirico, un atteggiamento frequente nella narrativa dell’ultimo secolo. Al protagonista è stato regalato un libretto, un grazioso opuscolo dall’aria innocente…

Aprii il libro a caso e mi imbattei nel racconto di Alessandro il Macedone. L’imperatore, dice il racconto, ricevette in dono dei meravigliosi vasi di cristallo. Il dono gli piacque molto e tuttavia egli li ruppe tutti. “Perché? Non sono forse belli?” gli domandarono. “Proprio per questo” rispose lui. “Sono così belli che mi dispiacerebbe moltissimo perderli. Con il tempo si romperebbero uno dopo l’altro ed io ne soffrirei più di ora”.
Il racconto è ingenuo, ma mi lasciò sgomento. Il suo senso è amaro: l’uomo deve rinunciare a tutto ciò a cui potrebbe affezionarsi, perché la perdita e la delusione sono inevitabili. Dobbiamo rinunciare all’amore, per non perderlo. Dobbiamo distruggere il nostro amore, perché non lo distruggano altri. Dobbiamo rinunciare ad ogni legame, per evitare il possibile rimpianto. Pensiero tremendamente disperato. Non possiamo distruggere tutto quello che amiamo; rimarrà sempre la possibilità che ce lo distruggano altri.
Perché i libri sono considerati saggi se sono amari?

Questa domanda mi pare assolutamente fondamentale. Per rispondere ad essa è necessario aver letto intensamente l’Ecclesiaste e Giobbe, averne bevuto il vino inebriante.
Ahmed Nurudin è il nome del derviscio del libro di Selimović. Nurudin significa “luce della fede”. Nel romanzo questa luce non c’è affatto.

Il segreto di Luca

segretodiluca.jpgLa trama del romanzo Il segreto di Luca (1956) di Ignazio Silone si intesse attorno ad alcuni temi che sono istanze profonde della narrazione: il tema della verità, della sua frequente inverosimiglianza; il tema del segreto, del suo ingrandire a dismisura tutto quello che nasconde nel cuore di chi lo porta, e del suo distorcerlo agli occhi di chi non sa; il tema della comunicazione, che richiede un’apertura reciproca, che di solito manca.
Il piccolo Andrea Cipriani, aiutando segretamente la madre analfabeta di un ergastolano nella corrispondenza col carcere, vive un’esperienza fondamentale che segnerà l’intero corso della sua esistenza. Nella certezza materna dell’innocenza del figlio, che tutti giudicano colpevole, il ragazzo si fa a sua volta certo di quell’innocenza di cui pure non gli è data alcuna prova. È la prima esperienza della comunicabilità delle anime, tramite la quale si rivelano a lui–con forza tale da farne per sempre un diverso–la naturale ingiustizia del mondo e il doppiofondo dell’esistenza umana. Quando, adulto, dopo l’esilio e la lotta, ritorna al suo paese, vi incontra Luca l’ergastolano, appena liberato dalla confessione in punto di morte del vero colpevole, ma ancora oscuramente rifiutato da tutta la comunità del luogo, e dal canto suo chiuso nel silenzio sulla sua storia. E Andrea cerca in tutti i modi di chiarire il mistero di una vicenda di quarant’anni prima, e soprattutto di scoprire perché Luca innocente abbia rifiutato di difendersi. Un po’ alla volta, con ostinata fermezza e con molte difficoltà perché, come il protagonista ammette, “dietro ogni storia ce n’è sempre un’altra” ed è difficile sapere quale sia la vera, Andrea mette insieme indizî e testimonianze che lo avvicinano sempre più alla verità, ma soprattutto costruisce un rapporto di comunicabilità con Luca, che infine si può raccontare a lui senza remore, infranta la barriera che lo separava da tutti gli altri.
Il nucleo del segreto di Luca è una storia d’amore: l’amore per una donna sposata, un amore puro e impossibile perché i due condividono profondamente la morale comune. Un amore che sarebbe stato dichiarato a tutti se colui che era ingiustamente accusato di omicidio avesse invocato le possibili testimonianze a suo favore. Ma Luca rifiuta di comunicare ad un ambiente che non capirebbe, rimane fedele senza riserve alla situazione disperata in cui la vita lo ha collocato, all’amore che ha assunto su di lui un potere assoluto. In questo la sua logica è totalmente altra rispetto a quella vigente attorno a lui, la quale ha alla base un eccesso di comunicazione, soprattutto in amore. Infatti il vecchio giudice, cui Andrea si rivolge nella sua inchiesta, si mostra totalmente incapace di intendere Luca: “se qui si ricercano le avventure, è più che altro per poterle riferire”. Siamo qui dunque in presenza, secondo Silone, di una distorsione di eccezionale portata del senso genuino della comunicazione, e di questo Luca è pienamente cosciente. Poiché il suo comportamento di chiusura agli altri, il suo non rispondere alle domande non dipendono da un pudore o da una riservatezza che hanno “diritto ad un certo rispetto”, come ritiene don Serafino, terzo personaggio del romanzo in ordine d’importanza, ma dal sentire che “a raccontare certi fatti, si muta il loro senso”. Ciò che Luca non è disposto ad accettare, a causa della sua fedeltà al senso dei fatti. Solo quando comprende di avere un interlocutore in grado di recepire il senso dei fatti al modo in cui il senso è, solo allora, ricostruita la comunicabilità, Luca si può dire.

I sette pilastri della saggezza

pilas.jpgNon si trova molta saggezza leggendo i Seven Pillars of Wisdom di T.E. Lawrence (1926), edito in Italia da Bompiani nel 1949 e riedito per la ventesima volta nel 2000 nella traduzione (discutibile) di E. Linder, ma sarebbe certo meglio leggere il libro di Lawrence d’Arabia nell’originale, perché se la mente dell’autore non è metafisicamente limpida e filosofeggia penosamente (ma è una pena autentica), la sua scrittura è spesso smagliante. Il traduttore traduce ostrich (struzzo) con ostrica, con la gustosa conseguenza che cinque capi arabi vengono “portando in dono uova d’ostriche arabe abbondanti nel loro deserto”. (p.199) Non so se questo errore si tramandi da venti edizioni. Non si trova vera saggezza, in questo libro, ma molta avventura, un problema d’identità culturale, un’ossessione per la purezza, un’estetica della guerra che si traduce in ammirazione per il valore anche del nemico, merce rara questa negli ultimi tempi.

 Su ogni campo ed in ogni valle truppe turche fuggivano incespicando verso nord, incalzate dai nostri uomini che, resi più arditi dal calare della notte, serravano il nemico. Ogni villaggio raggiunto dalla battaglia faceva la propria parte. Il vento nero e gelido echeggiava selvaggiamente di colpi di fucile, grida, scariche turche, e galoppate improvvise quando qualche drappello delle due parti si scontrava furiosamente.
Il nemico aveva tentato al tramonto di fare sosta e d’accamparsi, ma Khalid li aveva costretti a riprendere la fuga. Alcuni si misero in marcia, altri restarono. Parecchi si addormentarono esausti lungo la strada. Privi ormai di ogni ordine e collegamento, vagavano sotto le raffiche in gruppi sperduti, pronti a sparare ed a correte a ogni incontro con noi o fra di loro. Gli Arabi erano altrettanto disseminati, e quasi altrettanto malsicuri.

Facevano eccezione i distaccamenti tedeschi, e qui per la prima volta mi sentii orgoglioso del nemico che aveva ucciso i miei fratelli. [è in corso la Grande Guerra] Erano lontani duemila miglia dalle loro case, senza speranza né guida, in condizioni abbastanza disperate da fiaccare gli spiriti più coraggiosi. Eppure le loro compagnie restavano unite in buon ordine, muovendosi fra la confusione di Arabi e Turchi come navi corazzate, gli uomini fermi in volto e silenziosi. Attaccati, si fermavano, prendevano posizione e facevano fuoco a comando. Non mostravano fretta né esitazione. Non gridavano. Furono magnifici. (p. 766-777)

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Adrienne Mesurat

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La vita, la propria, come valore zero è l’esperienza di un personaggio che non ha vissuto e non ha visto il mondo. È una vita allo stato iniziale, larvale, quella asfissiata di Adrienne Mesurat, la protagonista dell’omonimo romanzo di Julien Green (1927 – ho letto la traduzione di A. Tofanelli, Corbaccio 1998), che non riesce a vivere una vita pienamente umana, cioè fondata su relazioni significative, su una reale comunicazione con altri esseri umani.
Ennesimo romanzo di formazione fallita, in cui la frequentemente denunciata oppressione genitoriale non è quella solita di un padre sul figlio maschio, ma di un padre sulle due figlie. La maggiore è tisica, la minore, l’adolescente Adrienne, ha un pessimo non-rapporto anche con lei. La solitudine domina i tre personaggi che compongono la famiglia, in cui il vedovo abitudinario e compiaciuto della propria vita, Mesurat, impone un regime claustrale. Nessun altrove però, per Adrienne, nessun mondo di sogni e di evasione. Ella è un cuore arido, per cui è difficile provare pietà. Il suo graduale annientamento psicologico dipende anche dalle sue scelte, determinate da un vuoto interiore così assoluto che è difficile potervi accostare qualche altro personaggio femminile (che sia giovane e bello come lei) della letteratura occidentale. Un giorno il padre muore cadendo dalle scale. Adrienne non è senza colpa per questa morte. Ma non è questa la sua colpa originale. “Allevata da un padre che non viveva che per le proprie comodità, da una sorella che non pensava che alla propria malattia, s’era indurita assai presto” assumendo a sedici anni quella che sarebbe rimasta come la sua forma permanente. “Senza amiche, senza desiderio apparente di legarsi a qualcuno. […] Niente faceva presa su di lei, nulla temeva e nulla la interessava. La noia e una sorta di rassegnazione scontenta erano le sole cose che si leggevano nei suoi lineamenti”. Priva anche di fede religiosa, Adrienne assomiglia ad una “monaca senza fede”. È una vita asfissiata. È un romanzo asfissiante, al cui confronto Gli indifferenti di Moravia appaiono un divertente racconto di avventure. Tuttavia è un romanzo da leggere, che pone infine la seguente domanda: è forse la narrativa un succedaneo di processi vittimari reali? Se è così, esiste una tendenza degli scrittori a prediligere vittime giovani, e spesso giovani donne? È lo scrittore un sacer-dote, come aveva intuito Novalis, ovvero un operatore di sacrifici umani?

Un re senza distrazioni

copj132.jpgUn re senza distrazioni (1947 – edito in Italia da Guanda nel 1997, trad. F.Bruno) è il romanzo più inquietante di Jean Giono, l’autore de L’ussaro sul tetto. La vicenda, ambientata in un villaggio montano negli anni ’40 dell’Ottocento, è cupa e intricata, e narrata da più voci. Langlois, un poliziotto di provata esperienza, s’incarica di scoprire cosa sta dietro alcune misteriose sparizioni, e la caccia all’assassino innesca un processo che vede tre tappe fondamentali: uccisione del colpevole da parte di Langlois; caccia ad un grosso lupo, anch’esso ucciso da Langlois; attrazione del protagonista nel gorgo della crudeltà, nel senso più letterale: il fascino del cruor, il sangue che spiccia dalle ferite, e macchia il candido manto di neve, onnipresente nel libro.
Giono si è ispirato alla sezione dei Pensieri di Pascal intitolata “Miseria e grandezza dell’uomo”, in cui vi è un mirabile capitolo dedicato al divertissement. L’assassino del romanzo si rivela un re, in quanto uomo absolutus, chiamato a decidere di sé entro un vuoto metafisico. La noia come condizione esistenziale ha una cura sovrana: la violenza. La distrazione radicale è quella della caccia ad una vittima, della sua elezione gratuita e della sua esecuzione. Per Langlois, infine, uccidere un lupo od un uomo si manifesterà come la stessa cosa, poiché ogni vita, compresa la propria, ha un unico valore: zero. Il detective che scopre il serial killer in M.V. (Monsieur Voisin, ovvero Vicino), e lo elimina, scopre anche la vicinanza di tutti gli umani nella comune tendenza a curare l’assurdità della vita con la medicina del sangue versato.

La notte di Gerusalemme

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Ho trovato interessante il romanzo La notte di Gerusalemme di Sven Delblanc (1983, edito in Italia nel 1988 e nel 1990 da Iperborea). La sua storia è ambientata presso le mura di Gerusalemme, mentre la città è assediata da Tito, nel 70 d.C. Il Vangelo non è qui chiamato in causa direttamente, ma se ne denuncia il fallimento. C’è un’eclisse di sole, che il narratore (la storia si presenta come una lettera scritta da un filosofo greco al servizio di Tito, Filemone di Megara) aveva previsto e che getta le superstiziose truppe romane nell’angoscia. La situazione è molto girardiana: la minaccia del caos esige una vittima, un capro espiatorio, il cui linciaggio unanime restaurerà l’ordine umano. Lo si troverà nel vecchio Eleasar, che fu seguace di Gesù, ma che ora ha perso la fede. Sarà crocifisso come il maestro, e come lui pronuncerà parole che nessuno comprende, ma che ci appaiono essere di totale disperazione. Probabilmente, Delblanc ha presente quel fatidico testo di Jean Paul (vedi il mio Divenire nulla) in cui si manifesta l’immane vuoto e insensatezza del mondo senza Dio. Eleasar racconta a Tito di aver visto Dio. «Ma questa visione non mi aiutava a recuperare la fede. Dio è: è vero, è così immensamente più grande del Dio di Israele. È troppo grande per poter vedere e capire i nostri bisogni terrestri. Siamo un granellino di polvere nel suo occhio, niente di più, un granellino che si illumina, quasi per caso, nel raggio solare del tempo che trascorre, ma che non esiste per lui e per il suo eterno presente. E quelli che chiamiamo i suoi profeti sono nostre creazioni, fatte per essere acclamate da noi e crocifisse da noi, per essere innalzate e umiliate, mentre il creatore eterno è ed è soltanto».

Betsabea

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Betsabea, di Torgny Lindgren (1984, edito in Italia da Iperborea nel 1988 e riedito nel 1994) testimonia del sempre vivo interesse che la letteratura dei paesi del Nord, che furono molto luterani, e ora sono molto secolarizzati, nutre per l’ambiente biblico. Misurarsi coi personaggi della Bibbia e dei Vangeli costituisce un’impresa audace per un narratore novecentesco o post-novecentesco, come si è visto anche in Italia dalla poco convincente prova offerta da La notte del lupo di Sebastiano Vassalli e da altri romanzi precedenti di altri autori.
In effetti, i grandi scrittori religiosi, da Manzoni a Dostoevskij a Bernanos, ecc., non affrontano mai direttamente i personaggi biblici: la loro sapienza lo impedisce. Negli ultimi due secoli scrivere un romanzo ambientato nell’antichità è in verità un’impresa sconsiderata, e i risultati sono spesso deprimenti o ridicoli. Perfino la Salambô di Flaubert ci lascia delusi e scontenti. E questo perché gli studi antropologico-storici ci mostrano che gli antichi erano molto diversi da noi, mentre l’interesse della narrazione, per sua intima costituzione, ce li deve presentare simili, anzi ce li deve far vedere proprio uguali a noi. I romanzi storici antichi che si continuano a scrivere oggi, per quanto sperimentali (vedi Antiche sere di Norman Mailer) soddisfano un pubblico di massa, o un certo numero di intellettuali cultori della spazzatura letteraria. La Betsabea di Lindgren è la famosa donna la cui bellezza spinge il re David all’omicidio, da lui duramente pagato, come ci narra la Bibbia, che però della donna dice poco. Lindgren ne fa da un lato una sorta di sensualissima lady Macbeth, dall’altro una donna che è modernissima nella sua autocoscienza. David è ridotto, di contro, ad una specie di forza della natura, tutto corporeità e sensualità (me lo vedo interpretato da un Anthony Quinn). Dio ovviamente appare come una mera proiezione del desiderio umano. Il libro ha avuto molto successo in Francia, ricevendo il Prix Fémina. Mah.