Le perle di Vermeer

9788881125845p1.jpgConsoliamoci con le parole di Gustaw Herling, che nel lager sovietico ben conobbe il vuoto, e attraverso di esso è tornato alla parola. Nell’aureo libretto da cui traggo queste righe, egli prospetta il giusto atteggiamento che si deve assumere davanti alle più alte creazioni dello spirito. Spero che, alla fine della mia carriera di insegnante, potrò dire di aver condotto due o tre esseri umani alle soglie di questa condizione. Herling qui sta iniziando a parlare di Rembrandt.

In miniatura o in nuce? Fa lo stesso; quello che conta è l’intenzione (e il desiderio) dello scrivente. In­tendo miniaturizzare un gigante, voglio sgranare il nucleo del suo genio, simile a un gioiello dalle molte sfaccettature, a una perla dalle molte sfumature, e descrivere alcune di esse con la massima concisione. Credo infatti che l’amore per i grandi artisti, così come l’innamoramento per una persona, sia un sentimento che impone una pudica parsimonia di termini. Tanto più grande l’amore, tante meno le parole. Assapora l’arte del tuo prescelto, esprimiti quando vera­mente devi farlo, ammira la sua opera in un silenzio raramente interrotto.

Le perle di Vermeer (Sześć medalionów, 1994) Fazi Editore, Roma 1997, p. 38

Il canone occidentale

copj131.jpgC’è un movente fondamentale ne Il canone occidentale di Harold Bloom (1994, pubblicato in Italia nel 1996 e riedito nel 1999 da Bompiani, edizione a cui mi riferisco), opera che pretende di stabilire un numero di autori canonici, di grandezza indiscutibile, nella letteratura occidentale. È qualcosa che vediamo anche negli scritti di Eric Gans e di altri intellettuali americani contemporanei: la lotta contro la P.C. (Political Correctness), attitudine “di sinistra” o “progressista”, un’espressione della quale nei dipartimenti letterari delle università americane consiste nell’equazione di tutte le tradizioni, mirante alla “riparazione di ingiustizie storiche”.
Bloom vede la critica letteraria attuale degenerare e porsi come una specie di pseudo-scienza politico-sociale o addirittura razziale, divenendo veicolo dei risentimenti delle minoranze. Mentre “L’unico modello è il proprio io e (…) la critica è pertanto un ramo della letteratura sapienziale” (168). Ma la furia di Bloom, scatenata contro le miserie della critica odierna (dovrei esprimere la cosa in forma meno spersonalizzata) e la sua fondamentale insipienza, su cosa si fonda? Sulla potenza della propria lettura della realtà (di cui la letteratura è parte eminente, ma non il tutto). Questa lettura è massimamente soggettiva, e talora fortemente arbitraria. Il suo fascino è qui, come del resto in molte pagine del suo pari George Steiner. Non è un caso, credo, che l’epiteto prediletto per gli autori che Bloom ama sia robusto. Lo dico senza condividere molte, anzi moltissime posizioni di Bloom – e soprattutto quell’ossessivo rifiuto della trascendenza che lo accomuna a molti Ebrei laici, come Freud: si ha l’impressione che per Bloom il cristianesimo non abbia alcun rapporto profondo con l’essenza dell’Occidente – il tartufismo che impregna la cultura (e la scuola) italiana trova in autori come Bloom un antidoto, o se non altro un parziale consolamentum. Quanto poi al dissentire sulle scelte di Bloom (i suoi autori sono prevalentemente anglosassoni) nel suo stabilire la gerarchia delle grandezze in letteratura, questa è materia di critica del gusto, ecc.