Il canone occidentale

copj131.jpgC’è un movente fondamentale ne Il canone occidentale di Harold Bloom (1994, pubblicato in Italia nel 1996 e riedito nel 1999 da Bompiani, edizione a cui mi riferisco), opera che pretende di stabilire un numero di autori canonici, di grandezza indiscutibile, nella letteratura occidentale. È qualcosa che vediamo anche negli scritti di Eric Gans e di altri intellettuali americani contemporanei: la lotta contro la P.C. (Political Correctness), attitudine “di sinistra” o “progressista”, un’espressione della quale nei dipartimenti letterari delle università americane consiste nell’equazione di tutte le tradizioni, mirante alla “riparazione di ingiustizie storiche”.
Bloom vede la critica letteraria attuale degenerare e porsi come una specie di pseudo-scienza politico-sociale o addirittura razziale, divenendo veicolo dei risentimenti delle minoranze. Mentre “L’unico modello è il proprio io e (…) la critica è pertanto un ramo della letteratura sapienziale” (168). Ma la furia di Bloom, scatenata contro le miserie della critica odierna (dovrei esprimere la cosa in forma meno spersonalizzata) e la sua fondamentale insipienza, su cosa si fonda? Sulla potenza della propria lettura della realtà (di cui la letteratura è parte eminente, ma non il tutto). Questa lettura è massimamente soggettiva, e talora fortemente arbitraria. Il suo fascino è qui, come del resto in molte pagine del suo pari George Steiner. Non è un caso, credo, che l’epiteto prediletto per gli autori che Bloom ama sia robusto. Lo dico senza condividere molte, anzi moltissime posizioni di Bloom – e soprattutto quell’ossessivo rifiuto della trascendenza che lo accomuna a molti Ebrei laici, come Freud: si ha l’impressione che per Bloom il cristianesimo non abbia alcun rapporto profondo con l’essenza dell’Occidente – il tartufismo che impregna la cultura (e la scuola) italiana trova in autori come Bloom un antidoto, o se non altro un parziale consolamentum. Quanto poi al dissentire sulle scelte di Bloom (i suoi autori sono prevalentemente anglosassoni) nel suo stabilire la gerarchia delle grandezze in letteratura, questa è materia di critica del gusto, ecc.

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