Che cos’è l’Amore in sé? Il titolo del raffinato breve romanzo di Marco Santagata (Guanda, Parma 2006) potrebbe anche scriversi L’amore in sé con l’a minuscola. Il senso sarebbe lo stesso? Poiché il titolo è stampato a caratteri maiuscoli la cosa comunque rimane ambigua. Questo romanzo mi ricorda la famosa tenzone duecentesca, il dibattito in rima tra Pier della Vigna e Jacopo Lentini e Jacopo Mostacci sulla natura dell’amore.
Non è un caso. Il protagonista di questo romanzo, infatti, è un professore universitario di letteratura italiana, che si trova in Svizzera a tenere delle lezioni accademiche sul Petrarca. Lezioni che (fortunatamente!) tendono a discostarsi gradualmente dall’accademico. Mentre Fabio (un mio omonimo, ohibò) sta presentando agli studenti una sua analisi del sonetto La vita fugge, e non s’arresta un’ora, e rispondendo ad un’obiezione di una giovane ascoltatrice, gli escono dalla bocca le parole « Vede, Bubi è il nome che Petrarca dà al desiderio…», e subito si accorge che, con una movenza inconscia, al posto del nome di Laura sulla sua bocca è gemmato il nome di Bubi, la dimenticata. Fabio sperimenta un inaspettato fulmineo ritorno del suo passato adolescenziale, segnato da un amore appassionato per una compagna del ginnasio, un amore successivamente rimosso nel modo più completo. Con una serie di flash-back che contrappuntano l’analisi del testo di Petrarca, il maturo professore rivive quella sua antica (e abbastanza tragica) storia d’amore. È stato un amore assoluto, come si vuole che siano gli amori d’adolescente, la cui parabola si conclude in una delusione assoluta: l’oggetto d’amore si rivela radicalmente differente da quello che il giovanissimo Fabio s’era figurato. Dunque, similmente alla Laura di Petrarca, la ragazza Bubi è una creazione del desiderio di Fabio. L’amore è desiderio, e crea il suo oggetto. Viene il momento in cui l’oggetto si sottrae, e questo suo sottrarsi può essere narrato come morte vera e propria (Laura), o come svelamento di una identità dell’oggetto radicalmente diversa da quella creata dal desiderio (e amata). Il desiderio può quindi far permanere l’oggetto d’amore come fantasma d’amore (in morte di…) o annichilirne la memoria stessa, come è avvenuto in Fabio. Almeno fino al momento in cui lo stesso passare del tempo e la maturazione dell’animo consentano di affrontare il ricordo con uno spirito di conciliazione, sì che la memoria ne risulti purificata e pacata.
LIBRI
Il muschio grigio arde
Non deve essere stato facile per Silvia Cosimini, di cui ho già apprezzato la bella traduzione del romanzo di Laxness Gente indipendente, rendere in italiano lo stile di Thor Vilhjálmsson, uno stile poetico lirico-tragico che fa del romanzo Il muschio grigio arde (Grámosinn glóir 1986, ed. it. Iperborea, Milano 2002) qualcosa di assolutamente inconsueto e molto affascinante. Pure, l’operazione mi pare riuscita, come testimonia questa splendida pagina, nella quale il paesaggio pastorale islandese, che il giovane magistrato Ásmundur sta attraversando per raggiungere il luogo della sua inchiesta, si mostra insieme sereno e inquietante, immemoriale e mitopoietico. Le radici dell’infelicità umana sono nella natura stessa.
Sera in una valle disabitata. Il sole si volge verso l’invisibile, oltre l’incorniciatura della valle, le colline a occidente. La gratitudine della terra per il giorno trascorso si leva come una foschia violacea nel lontano ovest, mentre il sole ha ancora un tratto da percorrere prima di potersi nascondere dietro le colline, il suo addio si diffonde sul mondo in delicati colori. L’erba si fa d’oro, e il muschio grigio che ricopre la lava arde.
Ora le pecore sono immobili sulle pendici dei monti, rimpiangendo la spensieratezza del giorno, quando l’erba era verde, e terrena, e tanto salubre che il succo verde colava agli angoli della loro bocca. Ora stanno quiete a osservare e non si muovono; come se stessero contemplando qualcosa di unico, o ammirassero il panorama, come viaggiatori. Poi tornano a brucare sul pendio. E d’un tratto corrono tra le rocce e le chiazze verdi d’erba e i grigi ghiaioni, saltellano a balzi sui letti asciutti dei ruscelli, dove in primavera musiche e canti risuonavano nella valle come un’orchestra. Più in alto, blocchi di pietra e massi erratici si stagliano contro il limpido cielo azzurro.
Una pecora bela malinconica, geme nella sua lingua; e l’eco apre nuovi spazi, moltiplica la valle. Il vento sussurra alle orecchie, risvegliato per la serata; le ombre si fanno più scure, come occhi che si guardano dentro. Si allungano, quasi fossero stirate dal vento, anche se soffia in direzione opposta.
Ci sono due pecore, una nera e una bianca, che guardano da lontano l’uomo solitario che avanza piano, mentre ogni pietra assume indipendenza dalla propria ombra.
E in questa nuova luce purpurea che accende ombra su ombra alla sua sacra fiamma, viva in tutto il paese, le immagini cominciano a guizzare sulla montagna; le rocce che servono da pretesto a visioni e presagi mitici, a eventi che alludono al mondo degli uomini, immagini sfuggite alle circostanze umane che si insinuano, con i loro messaggi riconsacrati da quel battesimo, nella coscienza dell’uomo che passa, esigendo che si faccia loro messaggero.
Sente la pecora belare malinconica in alto sulla montagna, ma non riesce a vederla nonostante scruti i dintorni, valica d’un balzo un crepaccio, e le pecore che prima l’osservavano spariscono spaventate verso le nuvole rosa a oriente.
Poi il sole svanisce a ovest. Là le montagne viola esalano foschia. Mentre i contorni delle colline e dei rilievi circostanti si fanno più nitidi, la terra si avvicina alla propria essenza; ciò che è lontano perde progressivamente ogni sostanza e si libra sempre più come un poema.
L’uomo sa che una volpe ha portato via l’agnello alla pecora, non può farci nulla. (pp. 60-61)
Come tutti i grandi romanzi, Il muschio grigio arde ci presenta un protagonista dialettico e aperto, un personaggio in divenire. Ásmundur deve raggiungere una località dell’Islanda in cui si celebrerà un processo. Il crimine che deve essere giudicato da lui è un incesto tra fratello e sorella, con conseguente infanticidio. Qualcosa di terribile, ed insieme elementare, la rottura del massimo tabù ed un disperato bisogno d’amore. E giudicare è duro e quasi impossibile. Vi è il fantasma del padre giudice, con cui il protagonista deve confrontarsi, e vi è una lacerata figura di pastore evangelico, suo antico compagno di studi, che richiama il fondamentale principio della compassione. E sopra tutto vi è la dura terra d’Islanda, alle soglie della sua svolta epocale destinata ad immetterla nella modernità, e ancora impregnata di saghe e memorie ancestrali.
Il giardino di cristallo
Vi è una scena altamente drammatica e narrativamente splendida nel romanzo dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf Il giardino di cristallo (Le jardin de cristal, 1982, trad. it. di A. Cristofori, Bompiani, Milano 2003): quando un gruppo familiare penetra di notte in un cimitero, con la complicità di un becchino, per esumare il cadavere di quello che sperano possa non essere il giovane Akbar, dato per caduto martire nella guerra Iran-Iraq un anno prima. La famiglia spera in uno scambio di persona fortuito, e di poter verificare che il morto sia un altro, e poter pensare che il congiunto si trovi prigioniero in Iraq. Il cadavere è nella terra da un anno, e loro pensano di identificarlo misurandolo. La scena è toccante e atroce. Spera e teme nello stesso tempo, la famiglia, perché il padre di Akbar ha nel frattempo convinto l’altro suo figlio Ahmad a sposarne la vedova. Così Ahmad è marito della cognata e padre-zio di due bambini. E per sposare la cognata ha dovuto rompere il suo fidanzamento con una ragazza che gli piaceva. Qui, e in altri luoghi del romanzo si vede come il matrimonio e la famiglia non siano anzitutto una questione di innamoramento, come pensano gli Occidentali moderni. La famiglia è una istituzione sociale, eros è libero e pazzo. Questa iraniana del 1981 è poi una società nella quale la rivoluzione islamica ha segregato le donne tra loro, vietando ogni rapporto pubblico tra donne e uomini. Tuttavia è facile notare come fenomeni mimetici quali il competere in bellezza e il seguire la moda penetrino anche la dura scorza dell’islamismo komeinista. Nel passo che qui riporto Layeh, una delle protagoniste femminili, si trova, non contenta, ad una festa, ovviamente di sole donne.
“Si dice che le donne devono prepararsi per il marito, perché in paradiso le aspettano mille camere con mille letti…”
E senza dubbio mille parrucchiere, pensò Layeh. Tutte quelle donne agghindate le une per le altre. Fierezza. Dopo tutto, bisognava pure che qualcuno approfittasse delle bellezze che Dio aveva distribuito: ne ho abbastanza di questo velo! Vicine, donne, sorelle mie, guardate! Nella sala del ricevimento si dispiegava una festa di colori e di volti truccati. Da una parte, un abito con il collo scarlatto segnato da un collier di perle rivaleggiava con un velo ornato di monete d’oro. Dall’altra, due cuffie verdi in competizione, di cui una lasciava sfuggire delle ciocche a tirabaci:
“Dio mi ha fatto più bella!”
“No, sono più bella io! ”
Layeh sapeva che occhi indiscreti si tenevano appostati; occhi e lingue che avrebbero riportato il minimo dettaglio alle orecchie profane del loro marito. Dal giorno dopo si sarebbe diffuso il racconto dettagliato della serata:
“Dovevi vedere la veste che aveva la moglie di Untel. Per Dio, e sì che è una credente! Suo marito è ancora più severo di te, ma ti assicuro che sua moglie era vestita così! (p. 62)
Rileggo Simone Weil 19
Crocifissione. Dio ha espiato la creazione, e anche noi che ad essa siamo associati la espiamo. (I, 311) Continua a leggere
Educazione alla morte
Educazione alla morte (sottotitolo: Come si crea un nazista) è il titolo di un libretto di Gregor Ziemer (Education for Death. The Making of the Nazi, 1941, ed. italiana a cura di B. Maida, Città Aperta, Troina 2006). L’argomento è l’educazione mediante la quale i giovani tedeschi durante il regime nazista venivano condotti, fin da bambini, al desiderio di sacrificare la propria vita (e quella di altri) per Hitler e per la Germania. Si dovrebbe leggerlo per non sentirsi tanto diversi dai ragazzi che in Palestina o in Iran o in qualche altro paese islamico sono allevati nell’odio e nel desiderio di vendetta e distruzione. Per non meravigliarsi dei kamikaze che annientano le loro giovani vite per l’ideale islamista. Anche l’Occidente, non molto tempo fa, ha conosciuto dinamiche simili.
Ecco un passo del libro di Ziemer in cui l’autore va a visitare un ragazzino nazista malato, che brama di morire per Hitler.
Sì i ragazzi di Hitler sono pronti a morire per lui. Ne ebbi un’altra prova inconfutabile allorché il nostro vecchio amico di famiglia, il dottor Schroeder, mi invitò ad accompagnarlo per una visita professionale.
«Pensavo che vi sarebbe interessato vedere quel che Hitler e la sua filosofia hanno fatto ad un fanciullo tedesco», mormorò nel segreto della sua vettura, mentre stavamo serpeggiando attraverso il traffico della Wilmersdorferstrasse.
Trovammo il nostro indirizzo: una donna sulla quarantina, allampanata e grigia anzitempo, ci aprì la porta. Le stanze erano poveramente arredate; l’ornamento più in vista era un ritratto di Hitler. La donna ci condusse nella camera da letto.
«Ecco il mio piccolo paziente», Schroeder mi sussurrò all’orecchio. «Nove anni, una polmonite».
Su una branda giaceva la forma irrequieta di un ragazzo dalla faccia magrissima. Il dottore gli prese la mano per tastare il polso. Il ragazzo gliela strappò via con violenza, la lanciò in alto e gridò con voce delirante: «Heil Hitler!».
Guardai la mamma. «Se soltanto non l’avessero fatto marciare», disse rocamente. «Sapevano che non stava bene. Ma hanno voluto che marciasse lo stesso. Ci vogliono giorni per arrivare alla Leuchtenburg – è vicino a Kahla, in Turingia – per la promozione all’Avanguardia. Suo babbo è nelle guardie d’assalto. Ha detto che il ragazzo doveva andare. Non voleva un debole per figlio. E ora…»
Dalla branda venivano parole… parole stridenti, penetranti. «Lasciatemi morire per Hitler! Debbo morire per Hitler!». Ancora e ancora, implorando, accusando, scongiurando, lottando contro la vita, lottando contro il dottore, lottando per morire.
«Glielo hanno detto alla cerimonia che doveva morire per Hitler», continuò la povera mamma. «Ed è così giovane…».
Si accasciò, singhiozzando. Guardai di nuovo il ragazzo. La sua faccia estatica portava l’espressione di un martire cristiano morente per il Redentore. Il braccio destro era proteso in alto, rigido, come stecchito. Le labbra continuavano a formare le parole che l’anima ardente suggeriva irresistibilmente:
«Debbo morire per Hitler!».
Il dottor Schroeder si chinò sopra il suo paziente e gli fece un’altra iniezione. Le grida divennero gemiti, poi cessarono.
«Suo babbo dice che se muore, allora muore per Hitler», la mamma mormorò con una voce senza suono.
«Vedete ora quel che intendevo dire?», domandò il dottor Schroeder quando fummo di nuovo nell’automobile. «II ragazzo vuole morire. Che cos’è questa dottrina, capace di pervertire persino gli istinti?» (pp. 88-89)
Sabbie mobili
Leggendo Prima di sparire di Mauro Covacich – Einaudi 2008
di Elisabetta Liguori
Siamo alle sabbie mobili sociali, ormai.
Mi riferisco all’inquietante fenomeno degli Scomparsi d’Italia di cui oggi si discute con sempre crescente sconcerto e prurito. Un tema che in qualche modo mi ossessiona.
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Rileggo Simone Weil 18
Il tempo propriamente non esiste (se non il presente, come limite), e tuttavia noi siamo sottomessi a esso. Tale è la nostra condizione. Noi siamo sottomessi a ciò che non esiste. Si tratti della durata sofferta passivamente – dolore fisico, attesa, rimpianto, rimorso, paura – o del tempo regolato – ordine, metodo, necessità – in ambedue i casi, ciò a cui siamo sottomessi non esiste. Ma la nostra sottomissione esiste. Realmente legati da catene irreali. Il tempo, irreale, vela ogni cosa e noi stessi d’irrealtà. (I, 295) Continua a leggere
Chiara luce del giorno
Chiara luce del giorno (Clear Light of Day) è un romanzo di Anita Desai del 1980, tradotto da A. Nadotti per Einaudi nel 1998. Io leggo l’edizione del 2001. È un libro scritto in stato di grazia, ricco, avvolgente e profumato. Storia di due sorelle, dei loro familiari e amici, e dell’India, su due piani temporali: il presente e l’anno fatale 1947, l’anno della divisione tra indù e musulmani, e della nascita cruenta del Pakistan.
I temi che si intrecciano nel testo sono numerosi, dalla condizione femminile al rapporto tra l’intellettuale e la tradizione, dalla religione alla nazionalità. E su tutto aleggia il mistero del tempo, in cui affondiamo le radici della nostra pianta, che presto perderà tutte le foglie. Due brani mi sono particolarmente piaciuti, e sono anche brani che fanno percepire profondità e splendore del libro. Nel primo si parla di zia Mira, che è ridotta al rango di serva, ma, come spesso capita a coloro cui si affidano i bambini, è dotata di una capacità di narratrice di storie. Pure, l’infanzia e la prima giovinezza delle sorelle Tara e Bimla (e dei due loro fratelli) non è felice, né qui vi è il classico idillio della memoria del tempo perduto. Qualcosa di oscuro si leva dal pozzo in cui è affogata la vacca di casa, e una forza torpida e annoiante si libra sulla casa e sul giardino.
Sebbene fosse vedova, non si poteva dire che zia Mira fosse una donna abbandonata. Anzi, fu addirittura ricercata da quanti erano attratti da quella stessa miseria che altri rifuggono nauseati. Dal momento che era una validissima serva, avrebbe anche potuto essere una buona adepta, pensarono costoro, e intrufolandosi in quella famiglia sospettosa come tarli insistenti, la scovarono e la condussero alle riunioni, alle conferenze e ai tè della loggia teosofica. Mira-masi era turbata dalle potenzialità, dai deserti in tempesta che vi intravedeva, dai cicloni, le valanghe e le apparizioni che spazzavano quel luogo. E mentre lei tremava e si agitava, la famiglia del defunto disapprovava, quanto disapprovava. Ormai lontana da quella famiglia, riprese ad agitarsi – e adesso? poteva farlo adesso? Raja e Bim la pungolavano eccitati, ridacchiando – era divertente come aprire un armadio pieno di fantasmi, lo sentivano, rabbrividendo di piacere alla sola prospettiva. Si aspettavano di veder volare spettri nell’aria, tavolini a tre gambe che si sollevavano fino al soffitto, di assistere a strane rivelazioni. Ma zia Mira era troppo debole. Doveva essere trascinata alle riunioni, ed era cosí spaventata che presto trovò delle scuse per non andarci. Cosí le spedivano dei libri. Lei aveva poco tempo per leggerli, eppure sembrava che qualcosa di quelle pagine intonse, di quelle copertine chiuse, la permeasse facendola diventare sempre piú svagata e distratta. «Ectoplasmica», diceva Raja.
Per Tara non era niente di tutto ciò: ai suoi occhi la zia era solida come una quercia, odorosa di cucina e nata per lavorare a maglia. Tara poteva avvolgersi in lei come in un vecchio scialle morbido. E ne aveva bisogno, visto che la nascita di Baba l’aveva privata di quasi tutta l’attenzione che la famiglia le aveva rivolto fino a quel momento. Raggomitolata tra le pieghe del sari di cotone bianco di Mira-masi, o nello scialle grigio lavorato a maglie larghe o, d’inverno, tra i gonfi marosi della trapunta color prugna, tornava piccola, respirava l’odore della zia trovandovi conforto, un conforto profondo e odoroso di muffa. Le sere d’estate si stendeva il piú possibile vicino alla zia, sul prato dove dormivano in una fila di brande di tela, sotto le stelle. E Mira-masi aveva sempre in serbo delle fiabe: – C’erano una volta un re e una regina. La regina disse al suo amato pappagallo: «Vai dal re e digli che voglio il rubino rosso che il cobra reale tiene nascosto sotto il suo collo a cappuccio… » – e Tara, che credeva ardentemente nei gioielli, rabbrividiva di piacere. Il sussurrio di Mira-masi seguiva le sinuosità e le svolte della storia come fa l’acqua che scorre fedele al suo corso, fino a che il raggio dei fari fosforescenti illuminava i pilastri del cancello e l’auto che riportava a casa i genitori dopo la serata al club risaliva il viale. Allora si mettevano distesi e rigidi come una fila di cadaveri, fingendosi profondamente addormentati. Poi, quando i genitori erano entrati per cambiarsi e andare a dormire nella veranda dall’altro lato della casa, Tara la sollecitava bisbigliando, – E dopo, Mira-masi ? Cosa succede dopo? – al che la voce riprendeva a raccontare ancora piú bassa, – E il cobra disse: «Ti darò il mio rubino se la regina mi manderà la principessa vestita da sposa in un sari d’oro, col pappagallino abbarbicato al suo dito… » – e le stelle sfocavano, i gelsomini scuotevano le corolle impregnate di polline e odorose del profumo della notte, finché sopraggiungeva il sonno, uscito dai confini dell’oscurità per divorarseli. (pp. 150 – 152)
Da donna matura, Bimla, che è diventata un’insegnante di storia (e nella sua professione sperimenta il dramma di una disciplina importata dal potere coloniale inglese, ed estranea alla tradizione indiana) ritrova la narrazione in tutta la sua pregnanza metafisica nella Vita di Aurangzeb.
Nel dubbio, decise di non andare a dormire. Ignorò il letto preparato per lei in fondo alla veranda, accanto a quello di Baba. Temeva di vederne la sagoma addormentata, distante come un dio, colpevolizzante come un santo. Temeva la luce irreale della luna e il folle abbaiare di Badshah. Temeva di udire il mormorio delle voci di Tara e Bakul all’altro capo della veranda, che l’avrebbero costretta a immaginarne la conversazione. No, sarebbe rimasta nella sua camera soffocante, polverosa, sorretta dai cuscini sul duro divano di legno, l’abat-jour accesa e i suoi libri accanto, a darle una mano durante la notte. Mentre sentiva gli altri che spegnevano le luci e andavano a dormire, girò frusciando pagina dopo pagina, e i fogli della mente cadevano uno sull’altro spessi come carte da gioco, le carte di sua madre, che le mani di suo padre sapevano mescolare con tanta perizia. Mescolavano ancora e le carte, i fogli, cadevano uno sull’altro con un crepitio secco, polveroso, insensato e interminabile come le loro partite.
Per cercare di fermare quell’assurda danza di carta, Bím allungò una mano verso lo scaffale, in cerca di un libro che l’aiutasse a rimettere insieme i brandelli della mente e a intrecciarlî in un tutto composto e sistematico dopo quella giornata passata a logorarsi e districare. Si ritrovò tra le mani La vita di Aurangzeb , che era in cima al mucchio. Con un lieve sospiro si lasciò andare sui cuscini, sollevata nel trovare un po’ di storia, una tavola di date e fatti che restituisse equílibrio alla sua mente. Ma, come per istinto, l’aprì alla pagina in cui si faceva la cronaca della morte dell’imperatore:
«Solo aveva vissuto e solo s’apprestava a morire… scrisse al principe A’zam: “C’erano molte persone intorno a me, quando sono nato, ma ora me ne vado solo. Non so perché esisto né perché sono venuto al mondo… La vita è transitoria e l’istante perduto non si ripresenta mai… Come posso sperare negli altri, avendo perduto la speranza in me stesso? Sia quel che sia, io ho messo in mare la mia barca…”
Al suo favorito Kam-Baksh scrisse: “Anima della mia anima… sto per andarmene, solo. La tua infelicità mi rattrista, ma a che scopo? Di ogni pena che ho inflitto, di ogni peccato che ho commesso, di ogni errore che ho fatto, porto con me le conseguenze. Strano che sia venuto al mondo senza nulla addosso, e ora me ne vada con questa magnifica carovana di peccati!”
… Nel pieno rispetto delle sue disposizioni, “Portate questa creatura di polvere al più vicino luogo di sepolture, e seppellitela nella nuda terra senza inutili bare”, fu sepolto con grande semplicità vicino a Daulatabad accanto alle tombe dei santi musulmani».
Allora la mente dì Bim sembrò finalmente placata. Il silenzio vi si stese sopra come un velo sul corpo di un defunto. Con il libro aperto sul petto e gli occhi chiusi, ripeteva tra sé le ultime parole dell’imperatore come una preghiera. Sentì le lacrime spuntare sotto le ciglia: le scorrevano tiepide lungo i lati del viso fino alle cavità degli orecchi. Tracciavano una mappa di argini nella polvere, colando per un po’ e poi asciugandosi. (pp. 226 – 227)
La freccia di Dio
L’incontro di due culture radicalmente differenti è sempre difficile, ma lo è ancor più quando una è quella dei dominatori e l’altra quella dei dominati. Come accade nel bellissimo romanzo di Chinua Achebe La freccia di Dio (Arrow of God, 1964, trad. it. di S. Antonioli Cameroni, edizioni e/o, Roma 2004). Qui le due culture, nella Nigeria del 1920, sono quella dei colonizzatori inglesi e quella tribale degli Ibo. Come sempre nella grande narrativa di tutti i popoli, tuttavia, anche qui siamo fuori di ogni ottica del risentimento, e le cose sono viste con occhio acuto e con partecipazione oggettiva.
Sopra ogni altra è interessante la figura del protagonista Ezeulu, anziano sommo sacerdote della divinità locale Ulu. Siamo in un contesto religioso di tipo animista, con una pluralità di forze e figure soprannaturali e divine. Ezeulu appare drammaticamente cosciente non solo del rapporto di forza con gli Occidentali e la loro religione monoteista, ma anche della natura e dell’origine del dio di cui egli è il servitore e lo strumento. Ulu infatti è nato quando gli abitanti dei villaggi della terra di Umuaro si sono trovati in grave difficoltà di fronte all’attacco di un’altra popolazione, e si sono coesi istituendo un culto comune, appunto quello di Ulu. Dell’origine di Ulu, il suo dio, Ezeulu dà un resoconto che mette in relazione strettissima il sacro e la violenta uccisione di una vittima iniziale. Questo passo ha un sapore davvero girardiano.
Una malattia che non si è mai vista non può essere curata con le erbe di sempre. Quando vogliamo fare un incantesimo, cerchiamo l’animale il cui sangue possa essere adatto alla sua potenza; se non può andare bene una gallina, cerchiamo una capra o un montone; se anche questo non basta, mandiamo a prendere un toro. Ma a volte anche questo non basta, e allora dobbiamo cercare un uomo. Pensi che sia il suono del grido di morte strozzato nel sangue che vogliamo sentire? No, amico mio, lo facciamo perché siamo arrivati alla fine e sappiamo che né un gallo, né una capra e neppure un toro potrebbero bastare. I nostri padri ci hanno detto che agli uomini di una sfortunata generazione potrà persino succedere che saranno spinti al di là della fine, e che la loro schiena verrà spezzata e appesa sopra un fuoco. Quando questo succederà, essi forse potranno sacrificare il loro stesso sangue. Questo è quello che intendevano i nostri saggi quando dicevano che un uomo che non sa dove posare la sua mano per trovare un po’ di conforto la posa sopra il suo ginocchio. Ecco perché quando furono spinti oltre la fine dai guerrieri di Abame, i nostri antenati sacrificarono non uno straniero ma uno di loro, e fecero il grande incantesimo che chiamarono Ulu. (p. 174)
Rileggo Simone Weil 17
Gravità.
Solamente la verticale dà un senso agli angoli. Direzione per eccellenza.
E tuttavia la terra è rotonda. Pensare le due cose a un tempo…
La gravità, modello di tutte le costrizioni.
Vita e morte degli altri. Essere felici che vi siano altri esseri pensanti, oltre a noi; grazia essenziale. Desiderare la morte di un essere umano è rifiutare questa grazia (cfr. Creonte). Ma essere felici, anche, di essere mortali, che essi siano mortali; per se stessi e per loro, nella stessa misura. Non desiderare mai la propria morte, ma accettarla.
Il suicidio non è permesso se non quando è solamente apparente, quando vi è costrizione e si è pienamente coscienti di questa costrizione. Così pure per l’uso della forza. Si tratta di costrizione, non di grazia, prakrti, non atman.
Scelta illusoria. Quando si crede di poter scegliere, in realtà si è incoscienti, prigionieri dell’illusione, e si diventa un balocco. Si cessa di essere un balocco elevandosi al di sopra dell’illusione fino alla necessità, ma allora non c’è più scelta, un’azione è imposta dalla situazione stessa chiaramente percepita. L’unica scelta è quella di ascendere. (I, 275)




