Chiara luce del giorno

product Chiara luce del giorno (Clear Light of Day) è un romanzo di Anita Desai del 1980, tradotto da A. Nadotti per Einaudi nel 1998. Io leggo l’edizione del 2001. È un libro scritto in stato di grazia, ricco, avvolgente e profumato. Storia di due sorelle, dei loro familiari e amici, e dell’India, su due piani temporali: il presente e l’anno fatale 1947, l’anno della divisione tra indù e musulmani, e della nascita cruenta del Pakistan.
I temi che si intrecciano nel testo sono numerosi, dalla condizione femminile al rapporto tra l’intellettuale e la tradizione, dalla religione alla nazionalità. E su tutto aleggia il mistero del tempo, in cui affondiamo le radici della nostra pianta, che presto perderà tutte le foglie. Due brani mi sono particolarmente piaciuti, e sono anche brani che fanno percepire profondità e splendore del libro. Nel primo si parla di zia Mira, che è ridotta al rango di serva, ma, come spesso capita a coloro cui si affidano i bambini, è dotata di una capacità di narratrice di storie. Pure, l’infanzia e la prima giovinezza delle sorelle Tara e Bimla (e dei due loro fratelli) non è felice, né qui vi è il classico idillio della memoria del tempo perduto. Qualcosa di oscuro si leva dal pozzo in cui è affogata la vacca di casa, e una forza torpida e annoiante si libra sulla casa e sul giardino.

Sebbene fosse vedova, non si poteva dire che zia Mira fosse una donna abbandonata. Anzi, fu addirittura ricercata da quanti erano attratti da quella stessa miseria che altri rifuggono nauseati. Dal momento che era una validissima serva, avrebbe anche potuto essere una buona adepta, pensarono costoro, e intrufolandosi in quella famiglia sospettosa come tarli insistenti, la scovarono e la condussero alle riunioni, alle conferenze e ai tè della loggia teosofica. Mira-masi era turbata dalle potenzialità, dai deserti in tempesta che vi intravedeva, dai cicloni, le valanghe e le apparizioni che spazzavano quel luogo. E mentre lei tremava e si agitava, la famiglia del defunto disapprovava, quanto disapprovava. Ormai lontana da quella famiglia, riprese ad agitarsi – e adesso? poteva farlo adesso? Raja e Bim la pungolavano eccitati, ridacchiando – era divertente come aprire un armadio pieno di fantasmi, lo sentivano, rabbrividendo di piacere alla sola prospettiva. Si aspettavano di veder volare spettri nell’aria, tavolini a tre gambe che si sollevavano fino al soffitto, di assistere a strane rivelazioni. Ma zia Mira era troppo debole. Doveva essere trascinata alle riunioni, ed era cosí spaventata che presto trovò delle scuse per non andarci. Cosí le spedivano dei libri. Lei aveva poco tempo per leggerli, eppure sembrava che qualcosa di quelle pagine intonse, di quelle copertine chiuse, la permeasse facendola diventare sempre piú svagata e distratta. «Ectoplasmica», diceva Raja.
Per Tara non era niente di tutto ciò: ai suoi occhi la zia era solida come una quercia, odorosa di cucina e nata per lavorare a maglia. Tara poteva avvolgersi in lei come in un vecchio scialle morbido. E ne aveva bisogno, visto che la nascita di Baba l’aveva privata di quasi tutta l’attenzione che la famiglia le aveva rivolto fino a quel momento. Raggomitolata tra le pieghe del sari di cotone bianco di Mira-masi, o nello scialle grigio lavorato a maglie larghe o, d’inverno, tra i gonfi marosi della trapunta color prugna, tornava piccola, respirava l’odore della zia trovandovi conforto, un conforto profondo e odoroso di muffa. Le sere d’estate si stendeva il piú possibile vicino alla zia, sul prato dove dormivano in una fila di brande di tela, sotto le stelle. E Mira-masi aveva sempre in serbo delle fiabe: – C’erano una volta un re e una regina. La regina disse al suo amato pappagallo: «Vai dal re e digli che voglio il rubino rosso che il cobra reale tiene nascosto sotto il suo collo a cappuccio… » – e Tara, che credeva ardentemente nei gioielli, rabbrividiva di piacere. Il sussurrio di Mira-masi seguiva le sinuosità e le svolte della storia come fa l’acqua che scorre fedele al suo corso, fino a che il raggio dei fari fosforescenti illuminava i pilastri del cancello e l’auto che riportava a casa i genitori dopo la serata al club risaliva il viale. Allora si mettevano distesi e rigidi come una fila di cadaveri, fingendosi profondamente addormentati. Poi, quando i genitori erano entrati per cambiarsi e andare a dormire nella veranda dall’altro lato della casa, Tara la sollecitava bisbigliando, – E dopo, Mira-masi ? Cosa succede dopo? – al che la voce riprendeva a raccontare ancora piú bassa, – E il cobra disse: «Ti darò il mio rubino se la regina mi manderà la principessa vestita da sposa in un sari d’oro, col pappagallino abbarbicato al suo dito… » – e le stelle sfocavano, i gelsomini scuotevano le corolle impregnate di polline e odorose del profumo della notte, finché sopraggiungeva il sonno, uscito dai confini dell’oscurità per divorarseli.
(pp. 150 – 152)

 Da donna matura, Bimla, che è diventata un’insegnante di storia (e nella sua professione sperimenta il dramma di una disciplina importata dal potere coloniale inglese, ed estranea alla tradizione indiana) ritrova la narrazione in tutta la sua pregnanza metafisica nella Vita di Aurangzeb.

Nel dubbio, decise di non andare a dormire. Ignorò il letto preparato per lei in fondo alla veranda, accanto a quello di Baba. Temeva di vederne la sagoma addormentata, distante come un dio, colpevolizzante come un santo. Temeva la luce irreale della luna e il folle abbaiare di Badshah. Temeva di udire il mormorio delle voci di Tara e Bakul all’altro capo della veranda, che l’avrebbero costretta a immaginarne la conversazione. No, sarebbe rimasta nella sua camera soffocante, polverosa, sorretta dai cuscini sul duro divano di legno, l’abat-jour accesa e i suoi libri accanto, a darle una mano durante la notte. Mentre sentiva gli altri che spegnevano le luci e andavano a dormire, girò frusciando pagina dopo pagina, e i fogli della mente cadevano uno sull’altro spessi come carte da gioco, le carte di sua madre, che le mani di suo padre sapevano mescolare con tanta perizia. Mescolavano ancora e le carte, i fogli, cadevano uno sull’altro con un crepitio secco, polveroso, insensato e interminabile come le loro partite.
Per cercare di fermare quell’assurda danza di carta, Bím allungò una mano verso lo scaffale, in cerca di un libro che l’aiutasse a rimettere insieme i brandelli della mente e a intrecciarlî in un tutto composto e sistematico dopo quella giornata passata a logorarsi e districare. Si ritrovò tra le mani La vita di Aurangzeb , che era in cima al mucchio. Con un lieve sospiro si lasciò andare sui cuscini, sollevata nel trovare un po’ di storia, una tavola di date e fatti che restituisse equílibrio alla sua mente. Ma, come per istinto, l’aprì alla pagina in cui si faceva la cronaca della morte dell’imperatore:
«Solo aveva vissuto e solo s’apprestava a morire… scrisse al principe A’zam: “C’erano molte persone intorno a me, quando sono nato, ma ora me ne vado solo. Non so perché esisto né perché sono venuto al mondo… La vita è transitoria e l’istante perduto non si ripresenta mai… Come posso sperare negli altri, avendo perduto la speranza in me stesso? Sia quel che sia, io ho messo in mare la mia barca…”
Al suo favorito Kam-Baksh scrisse: “Anima della mia anima… sto per andarmene, solo. La tua infelicità mi rattrista, ma a che scopo? Di ogni pena che ho inflitto, di ogni peccato che ho commesso, di ogni errore che ho fatto, porto con me le conseguenze. Strano che sia venuto al mondo senza nulla addosso, e ora me ne vada con questa magnifica carovana di peccati!”
… Nel pieno rispetto delle sue disposizioni, “Portate questa creatura di polvere al più vicino luogo di sepolture, e seppellitela nella nuda terra senza inutili bare”, fu sepolto con grande semplicità vicino a Daulatabad accanto alle tombe dei santi musulmani».

Allora la mente dì Bim sembrò finalmente placata. Il silenzio vi si stese sopra come un velo sul corpo di un defunto. Con il libro aperto sul petto e gli occhi chiusi, ripeteva tra sé le ultime parole dell’imperatore come una preghiera. Sentì le lacrime spuntare sotto le ciglia: le scorrevano tiepide lungo i lati del viso fino alle cavità degli orecchi. Tracciavano una mappa di argini nella polvere, colando per un po’ e poi asciugandosi. (pp. 226 – 227)

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