Gli ultimi due ebrei di Kabul

Una narrazione essenziale ed intensa nelle 137 pagine del romanzo di Amanda Sthers Gli ultimi due ebrei di Kabul (Chicken Street, 2005, trad. it. di F. Bruno, Ponte alle Grazie, Milano 2006). La storia è lineare e terribile: un fotografo americano, in Afghanistan per un servizio su quel Paese intriso dell’islam dei Talebani, ha sconsideratamente un’avventura con una giovanissima ragazza del luogo, che rimane incinta. Lui torna in America senza sapere di ciò, e un vecchio ebreo (uno dei due ultimi rimasti a Kabul) prende a cuore la fanciulla, tanto da rischiare la vita per salvarla. Vanamente: essendo lei sorella di un aspirante imam, la sua sorte è segnata. La ragazza è analfabeta, l’ebreo scrive per lei una lettera al fotografo, lettera che finisce nelle mani della di lui moglie, e questa a sua volta cade in una disperata sofferenza che la deprime e la stritola. Dunque, da un lato una leggerezza di un occidentale superficiale e distratto che porta due donne diversissime, viventi in condizioni diametralmente opposte, alla distruzione, dall’altro un rapporto dialettico tra due ebrei portati dai marosi della storia su quell’ultima spiaggia di un Paese destinato ad essere dominato, anche dopo la fine del regime talebano, da un islam rigoroso e spietato. La voce narrante del libro è quella di Simon, l’ebreo ciabattino, la cui storia si intreccia con quella di Alfred l’ebreo scrivano. Simon, l’ultimo definitivo, non ha spazio che per delle domande che sanno di non avere una risposta.

Nel penultimo shabbath di Alfred, siamo andati a spasso tra i quartieri bombardati e i cimiteri che costellavano la città. Volevamo vedere Kabul, al di là della sinagoga e di Chicken Street. Calzavamo dei cappelli; gli zucchetti avrebbero suscitato un pericoloso interesse. Era un sabato freddo ma soleggiato. Rispettavamo la tradizione dello shabbath e né lui né io lavoravamo quel giorno.
Avevamo salutato il barbiere con un cenno. Cosa ci facevamo, lì? Da cosa c’era da scappare in que­sto vasto mondo? Era quello il posto che avevamo sogna­to? Non era nemmeno un paese semplice. Era un paese pieno di storie, pieno di dimenticati e di leggende. Un paese di uomini duri e di urla. Era una spirale, un’eterna babele. Un paese da distruggere ma che non smetteva di sopravvivere, di rinascere. Un fiore che si ostinava a spun­tare da sotto un sasso.

Cosa ci facevamo, zoppiconi su un sentiero che non portava in nessun posto? Perché continuare a rispettare le nostre tradizioni? Per quali occhi?
Se non ci fosse stato Alfred, mi sarei ricordato che ero ebreo? Si è davvero praticanti in sé e per sé? Si crede in Dio quando si è soli? (p. 104)

Antisemitismo nella Bibbia

Reca come sottotitolo Indagine sul Vangelo di Giovanni il bel libretto di Rudolf Pesch Antisemitismo nella Bibbia? (Antisemitismus in der Bibel? , 2005, trad. it. di M. Faggioli, Queriniana 2007). Il testo giovanneo, cui sono state nel tempo attribuite forti valenze gnostiche e un antisemitismo addirittura virulento, viene finemente analizzato da Pesch, che arriva alla conclusione che 1) Giovanni non è affatto gnostico; 2) non solo non è antisemita,  e semmai è interno alla logica del profetismo biblico, ma appartiene pienamente alla tradizione ebraica, dalla quale il Cristianesimo scaturisce. Le 160 pagine di Pesch sono ricche di riferimenti e fortemente argomentate. Riporto un passo che mi sembra molto significativo.

L’ODIO CHE COLPISCE ISRAELE, COLPISCE ANCHE LA CHIESA

La chiesa, che soccombe o rimane prigioniera dell’antigiudaismo, espelle l’ebreo Gesù – come gli avversari di Gesù in Israele lo volevano espellere dal popolo di Dio come falso Messia. Nella storia, a partire dalla morte di Gesù è diventato chiaro che la radice più profonda dell’antigiudaismo o dell’antisemitismo è la resistenza contro la presenza del vero e unico Dio nel nostro mondo, presenza che mette in questione ogni autodivinizzazione.
L’odio, che ha colpito e colpisce Israele, non è un normale odio dello straniero, ma è la ribellione contro una misura – che non dipende da noi – di diritto, giustizia e fedeltà alla comunità, il rifiuto di una volontà assoluta di legarci al Creatore e Signore, l’ostacolare la luce sull’invidia e la falsità nel mondo, una luce in cui ognuno appare come colui che è. E l’odio, che colpisce Israele, colpisce sempre anche la chiesa – sia dall’esterno, sia dall’interno.

L’ANTISEMITISMO “CRISTIANO”
È UNA PARTICOLARE PERVERSIONE

L’antisemitismo “cristiano” se la prende con gli ebrei perché hanno donato il Messia al mondo. Era un caso che i teologi cristiani durante il cosidetto Terzo Reich cercarono di portare la prova che Gesù era un ariano e non un ebreo? e che il movimento Pamjat in Russia oggi parli di Gesù come un assiro e che la teologia della liberazione palestinese ne faccia un palestinese?
L’antisemitismo cristiano è una caduta dal cristianesimo, si traveste con la menzogna e si snatura. È dello stesso genere della caccia agli eretici e alle streghe. Come può un albero desiderare che marciscano le stesse radici che lo sostengono?
Non si può venire a capo di un tale fenomeno in maniera razionale, data la sua infondatezza. I teologi di Israele lo avevano messo in luce già da lungo tempo, quando nei Salmi 35,19 e 69,5 avevano parlato di “odio senza motivo” contro i giusti nel popolo di Dio. La tradizione ebraica ha chiamato anche l’odio senza motivo tra gli ebrei stessi come motivo per la distruzione del tempio – il luogo della riconciliazione con Dio.
Il Gesù di Giovanni parla seguendo completamente questa linea: «Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: “Mi hanno odiato senza ragione”» (15,24-25).

( pp. 77 – 78 )

La maledizione di Kafka

Di Achmat Dangor – un musulmano di origine asiatica nato a Johannesburg – Frassinelli ha pubblicato La maledizione di Kafka (Kafka’s Curse, 1998, trad. it. di E. Capriolo, 2006). Un testo che deve aver avuto una gestazione complessa, non certo lineare, come testimonia la sua struttura, che riesce ad essere intricata a dispetto delle sole duecento pagine, al punto che l’autore ha pensato di premettere una tavola dei rapporti di parentela dei numerosi personaggi. Un titolo da letteratura molto alta.
Una pretesa forse eccessiva da parte di uno scrittore che non mi pare riesca a mantenere le promesse. La maledizione è quella di una metamorfosi verso il basso, che è chiaramente in relazione allo sradicamento del personaggio principale dalla propria cultura di origine.
Libro interessante tuttavia: se non altro perché fa capire al lettore italiano come il Sudafrica non sia fatto solo di bianchi e neri, come qui da noi si tende a pensare, ma di una quantità di etnie, che come sempre e dovunque fanno fatica a comprendersi, accettarsi e soprattutto ad integrarsi.
In realtà, il nucleo generatore di tutta la storia è mitico, ed è la breve favola di Leila e Maj­noen, che qui riportiamo. Ma quando una narrazione romanzesca realistica vuole sostanziarsi di un nesso favolistico-mitico e di un rimando alla più alta letteratura novecentesca contemporaneamente, rimanendo nello stesso tempo ancorata ad una realtà sociale determinata, corre un rischio mortale. Dangor non lo supera.

E mi raccontò la storia di Leila e di Maj­noen. Dovete sapere che Majnoen è sia un nome d’uomo sia una forma di pazzia… In Arabia, credo – dove altro poteva ambientare i suoi esordi? – viveva una bella principessa di nome Leila, che tutti volevano sposare. È questo che la gen­te vuole dalle principesse. Il matrimonio…
Ma lei s’innamorò del giardiniere di suo padre, Maj­noen, un uomo dotato ma strano. Parlava agli alberi e bi­sbigliava ai fiori, e faceva crescere le cose soffiando loro ad­dosso. Ma naturalmente una principessa non era libera di sposare un giardiniere, e così decisero di fuggire. Si sarebbe­ro incontrati nella foresta, che Majnoen conosceva meglio di chiunque altro, ogni albero, ogni foglia, ogni sentiero er­boso. Majnoen promise all’amata che l’avrebbe aspettata in qualsiasi caso. Ma accadde l’inevitabile… Il padre di Leila, il califfo, venne a conoscenza del loro progetto di fuga e non potendo tollerare la vergogna di una figlia scappata con un volgare giardiniere, uno con le dita infangate, la rinchiuse. E Majnoen aspettò, per giorni, per settimane, finché cam­biarono le stagioni, finché la foresta cominciò a preoccupar­si per lui, per la sua fame e la sua sete, e cominciò a nutrir­lo. Il sole e la pioggia, e la ricca terra nera lo protessero dai vermi e dai tarli eccetera. E quando Leila riuscì finalmente a fuggire e corse nel punto dove doveva incontrarlo, scoprì che Majnoen era diventato parte di un albero… no… era di­ventato un albero. Non una brutta e vecchia quercia, ma un salice bello e sensibile.
(pp. 18-19)

Rileggo Simone Weil 22

Il desiderio è illimitato per natura, e ciò è contro natura, perché l’infinito non è al suo posto al livello del desiderio. Nel mondo degli oggetti del desiderio, che è il mondo manifestato, non vi è infinito. E’ qui che il bene e il vero si congiungono. 
(I, 322) Continua a leggere

Visita a Godenholm

Sono due i racconti di Ernst Jünger tradotti da A. Vigliani e pubblicati sotto il titolo del più lungo di essi, Visita a Godenholm (Adelphi 2008). Quest’ultimo è dello Jünger che mi piace meno, il narratore esoterico cui dell’autentico narratore manca la forza di creare personaggi vivi, veri caratteri.
Quello che davvero è bello, nella sua concentrata brevità, è il racconto più breve, un pugno di pagine: La caccia al cinghiale, di algida perfezione. Narra di un giovane che ha sempre bramato diventare un cacciatore perché si è innamorato di un fucile, e lo ha quasi ipostatizzato. La prima volta però che si trova fra cacciatori autentici, e ha la ventura di abbattere, fortuitamente, un poderoso verro, viene spiritualmente a sua volta abbattuto dal gesto compiuto, dall’uccisione di un essere così vitale, e dallo squartamento che, secondo il rito, ne fanno gli uomini.
«Quella fu la prima sera in cui Richard si addormentò senza aver pensato al fucile, e fu il cinghiale a prenderne da allora il posto nei suoi sogni» (p. 23). In verità, è malsano l’approdo alla caccia che viene dall’innamoramento per le armi. Solo il cammino opposto, dall’innamoramento per gli animali alla loro caccia è saggio e divino.

D’un tratto nel folto del bosco

 

Ho letto questa favola per adulti di Amos Oz, D’un tratto nel folto del bosco (Feltrinelli, Milano 2005). Il racconto è un apologo sull’intolleranza del diverso e sulla solitudine del ribelle. In un villaggio isolato d’un colpo tutti gli animali spariscono, compresi gli insetti e i pesci del fiume. Per anni la comunità stende un velo sull’accaduto, e ai bambini si narra di un demone Nehi, che infesta il bosco, e si aggira di notte anche nelle strade del villaggio. Due fanciulli, infine, decidono di scoprire dove siano finiti gli animali, e si inoltrano nel bosco. Tipica situazione favolistica. Non mi ha soddisfatto. L’idea di tutti gli animali carnivori ed erbivori che in un luogo segreto vivono insieme come fratelli (il che comporta, poi, un cambiamento di dieta ed abitudini dei soli carnivori, che si abituano a mangiare un vegetale dal sapore di carne, il carnemone) mi sembra bislacca, e maledettamente antropomorfica, come al solito. Per molti umani gli animali risultano pensabili solo attraverso una mutazione della loro natura reale. Ma la forzatura che li rende meri simboli mi sembra non essere più lecita nel mondo contemporaneo, nella nostra cultura che non è più quella medioevale, dove la simbolica concedeva l’unicorno alla vista delle vergini. Possibile che non si possano pensare, e narrare, gli animali come animali? In fondo, dunque, anche Oz riesce ad accettare la diversità solo trasformandola in non-diversità. E questo è un suo grave limite: la diversità deve rimanere tale, altrimenti su di essa si esercita violenza.

Rileggo Simone Weil 21

“Per una necessità della natura, ogni essere, chiunque egli sia, esercita, per quanto può, tutto il potere di cui dispone” – Rajas. Formula terribile.
In circostanze date, un essere reagisce in modo da conservarsi e da dilatarsi al massimo. Non c’è scelta. (I, 316) Continua a leggere

Leggere Lolita a Teheran

 

Il matrimonio è anzitutto una questione di potere e di libertà. Una società non è libera se i suoi membri di sesso femminile non possono scegliere liberamente chi sposare (e nell’Iran khomeinista non possono farlo e non possono fare molte altre cose). I grandi romanzi occidentali, come Lolita, Il grande Gatsby e Orgoglio e pregiudizio, che Nazar Nafisi analizza con acume, sono fattori di liberazione, perché mettono in luce il conflitto tra le ragioni dell’individuo che vuole essere libero e la logica del potere totalitario che vuole far sognare a tutti il suo proprio sogno. Sono le idee fondamentali espresse da Nazar Nafisi nel suo Leggere Lolita a Teheran (Reading Lolita in Tehran, 2003, trad. it. di R. Serrai, Adelphi, Milano 2004). Un libro che dice molto sulla condizione femminile, sul matrimonio e sul potere, scritto da una studiosa di letteratura inglese che insegnò per anni in condizioni difficilissime in un’università iraniana.
Eppure a questo libro, che è un ibrido tra romanzo, testimonianza e saggio, manca qualcosa di importante. Mancano le ragioni dell’altro (in questo caso dei fondamentalisti), che qui appare solo come assurdo, violento, puramente negativo e inconcepibile. L’elemento religioso, poi, dalla laica Nafisi non è minimamente investigato, resta un corpo estraneo. Quindi anche il passaggio dalla libertà delle donne sotto lo Scià all’asservimento fondamentalista rimane inspiegato. Mi vengono in mente le pagine di Elias Canetti sulla massa del lamento che certamente la Nafisi non ha letto, pagine che illuminano la differenza dell’Islam sciita da quello sunnita. C’è in Leggere Lolita a Teheran solo un breve passo che evidenzia la perduta possibilità che questo fosse più che un libro interessante, un grande libro:

Di lì a poco sarebbe stato pubblicato il libro delle poesie sufi che Khomeini aveva dedicato alla nuora. Una volta morto si sentiva il bisogno di umanizzarlo, una cosa a cui da vivo lui si era sempre opposto. E, come dimostrano quelle poesie, un lato umano lo aveva davvero, anche se si era sem­pre sforzato di nasconderlo. Nell’Introduzione al libro, la bella e giovane nuora racconta del tempo trascorso insieme a Khomeini a parlare di filosofia e misticismo, e di quando gli aveva regalato il taccuino su cui poi erano state scritte le poesie. Lessi che aveva i capelli biondi, e cercai di immagi­narla mentre passeggiava insieme al vecchio, in giardino, conversando di massimi sistemi. Portava il velo in sua pre­senza? Lui si appoggiava a lei mentre camminavano intorno alle aiuole? Comprai una copia del libro e la portai con me in America, insieme ai volantini, rimasugli di un tempo la cui realtà mi sembra così fragile, talvolta, che ho bisogno di quelle prove concrete per dimostrare a me stessa la sua fu­gace esistenza.  (p. 273)

Rileggo Simone Weil 20

Casi frequenti (enumerarli, classificarli) in cui affermando una verità su un certo piano, la si distrugge. Nel momento in cui la si dice (ovvero la si dice su un certo piano) non è più vera. Essa è vera solamente dietro (o al di sopra di) l’affermazione contraria. Non è dunque percepibile che agli spiriti capaci di cogliere simultaneamente molteplici piani sovrapposti di idee. Essa è incomunìcabìle nel senso che il linguaggio è a una o al massimo a due dimensioni (a due se è scritto, ma la pagina è un limite). Questa è la ragion d’essere dell’esoterismo. Euridice. Verità che sono false non appena le si guarda. (I, 312) Continua a leggere

Semi magici

Ho scambiato alcune battute via internet col mio amico Alberto Astolfi sul romanzo di V.S. Naipaul Semi magici (Magic Seeds, 2004, trad. it. di G. Ferrara degli Uberti, Adelphi 2007). Eccole qui.
A. Cosa pensi di questo libro di Naipaul?
B. Siccome è una continuazione di Una vita a metà, che avevo trovato fiacco, quando ho iniziato a leggerlo ero predisposto a trovarlo similmente fiacco, ma mi sono ricreduto. Qui Naipaul dà il meglio di sé, non tanto nella figura del protagonista, che continua a sembrarmi un erede dell’uomo vuoto novecentesco tipico, ma nella delineazione degli ambienti, e del clima storico. E tu che ne pensi?
A. Sono d’accordo con te. Sai che io non sono un grande amante di Naipaul, anche se ho letto parecchi suoi libri, ma mi pare che questo sia molto interessante. Forse anche perché la parte sulla guerriglia comunista in India può soprendere chi ne conosce poco. Infatti c’è stato un comunismo indiano virulento nelle campagne di certi stati, e molti morti, e fatti di cui in Occidente si sa poco.
B. Guarda che il comunismo naxalita in India c’è ancora, anche se ha subito molti rovesci. Il lato moderno e tecnologico dell’India odierna qui in Naipaul non appare affatto. C’è il suo aspetto poco attraente degli altri libri di Naipaul sull’argomento: la sporcizia, l’irrazionalità, le conseguenze perverse della dominazione straniera (non tanto inglese quanto islamica). L’avversione di Naipaul per l’Islam è davvero patente. Ad un certo punto lo chiama semplicemente la “fede dell’Arabia”.
A. Quello che mi ha maggiormente colpito è il tipo dell’uomo scricciolo, cioè il contadino piccolo e gracile creato da secoli di denutrizione delle masse contadine imposta dai dominatori (islamici). Per Naipaul l’Islam è il grande artefice della decadenza culturale dell’India, anzi, della sua perdita di identità. Ma oltre alla mancanza dell’aspetto moderno dell’India, manca anche qualsiasi accenno al fondamentalismo indù, che oggi è un fattore potentissimo.
B. Sì, però bisogna tener conto che gli anni in cui il protagonista si trova tra le file della guerriglia comunista non sono questi ultimi. Ma certo l’Induismo aggressivo non è nato adesso.
A. D’altra parte quando Willie Chandran torna a Londra, non è che la situazione lì sembri particolarmente allettante. Soprattutto i rapporti tra i sessi appaiono estremamente problematici.
B. Willie è nato in India, poi è stato a Londra, poi anni in Africa, poi in Germania, poi in India a fare il guerrigliero, infine di nuovo a Londra…
A. Mi viene in mente Peer Gynt, ma non so se a proposito…
B. Ma sì, è sempre la ricerca dell’identità, che non si trova da nessuna parte, col soggetto individuale che annaspa e le tenta tutte, fino all’adesione ad un Movimento, al tentativo di trovare il senso facendosi mera cellula di un organismo più grande, il quale sa dove va (lui e la storia). Una parabola che è stata di moltissimi.
A. È stata anche mia, in qualche modo, quando dopo il Sessantotto mi proclamavo comunista e vedevo il male assoluto nell’America. Adesso ci vivo e ci lavoro, e non tornerei più in Europa, neanche se mi pagassero uno stipendio uguale a quello che prendo qua a Grousehunting.
B. Come molti continuano a fare, vedere il male assoluto nell’America. Pensa che ci sono degli intellettuali che sostengono che le Torri Gemelle se l’è buttate giù Bush…
A. C’è una frase per questi qui nel libro di Naipaul, che mi è piaciuta molto. «Nessuno è più vanesio e perverso di chi sta in basso e vuole raddrizzare il mondo» (97).
B. Sono sempre più convinto che il tipo idealista abbia arrecato all’umanità infinitamente più danni del tipo cinicamente realista. Concordo con la conclusione del romanzo: «È sbagliato avere una visione ideale del mondo. È qui che cominciano i guai. È qui che ogni cosa comincia a sfasciarsi» (p. 329).