
La tecnologia dell’informazione ha diffuso nel mondo una sovrana ignoranza dei molti, confermando il sapere dei pochi. Sta sotto gli occhi di tutti. Se il tempo impiegato sulla Rete venisse dedicato ai libri, l’ignoranza dei molti sarebbe minore. Bisogna, tuttavia, qui stare attenti a non cadere in grossolanità intellettuali. Da sempre è noto che il sapiente sa di non sapere nulla, l’ignorante pensa di essere stabile nelle sue certezze. Ciò che era valido ai tempi di Socrate vale ancora oggi, è intrinseco al mondo dei segni, al logos degli umani. Si può essere, in verità, soltanto ignoranti, ma è il modo che conta. Da un lato, il progredire della conoscenza scientifica, ponendo sempre nuovi interrogativi, spalanca continuamente nuove dimensioni dell’ignorare, dall’altro anche i più dotti e geniali in una disciplina ignoreranno quasi totalmente tutte le altre, e della loro medesima ignoreranno lati ed aspetti. La differenza sta dunque nell’apertura della mente: da un lato gli ignoranti dalla mente aperta (i meno), dall’altra gli ignoranti dalla mente chiusa (i più). Da insegnante ho coltivato un unico obiettivo generale: aprire, secondo le mie possibilità, le menti degli allievi. La scuola democratica, per come la concepisco io, dovrebbe proporsi di aprire la mente al maggior numero di allievi. Aprire Delfi. Ma per il sistema scolastico italiano, e forse per tutti i sistemi scolastici attuali, Delfi deve rimanere chiusa. Un motivo ci sarà.

