Quasi mezzo secolo è passato dal momento fermato in questa fotografia dell’agosto 1963, in cui sono con mio padre dalle parti di Caviola: avevo 12 anni e fatto la seconda media. L’anno dopo avremmo preso in affitto a Cortina d’Ampezzo un appartamento il cui proprietario era un falegname ottantenne, Antonio Caldara, che aveva appreso l’arte sotto il governo imperial-regio. A volte gioco mentalmente col tempo, e penso cose di questo genere: che 49 anni prima del 1964 era il 1915, e dunque quell’anno sta in mezzo tra questi due punti, è tanto lontano dal mio presente di oggi quanto l’entrata dell’Italia nella Grande Guerra dall’altro versante. Oppure penso cose di questo genere: che io ho conosciuto persone che nell’anno del Signore 1900 avevano 18 anni, e a loro volta avevano conosciuto persone nate nel 1810, in pieno regime napoleonico. E sempre un brivido mi coglie, sempre di nuovo.
Fabio Brotto
Sguardi dal passato 3
Che melanconia nello sguardo della nonna… Carolina Rezzani, la mia nonna materna, era ligure. Sposò mio nonno Gino Ghedina, ladino di Cortina d’Ampezzo, pittore e irredentista. Ebbero tre figli: Teresa, Francesca e Gaetano. Non l’ho mai conosciuta: i miei mi raccontarono che morì di crepacuore a causa della tragica vicenda del figlio. Gaetano nel 1945, ragazzo di vent’anni con la testa piena di idee di eroismo, si arruolò nelle Brigate Nere e fu fatto prigioniero dei partigiani negli ultimi giorni di guerra. Non aveva fatto in tempo a sparare nemmeno un colpo. Qualche giorno dopo il 25 aprile era chiuso in una stanza assieme ad altri, qualcuno mise dentro la canna di un mitra e fece fuoco. Sua madre Carolina non gli sopravvisse a lungo.
In quest’epoca in cui si parla di nozze gay e dei temi connessi vedo delle spaventose cotraddizioni. Anzitutto questa: esattamente nel momento in cui la scienza enfatizza al massimo l’importanza del DNA e dei fattori ereditari nella costituzione di quello che ciascuno di noi è, il rapporto con chi ci ha generato, e con chi ha generato lui, viene svalutato, e la stessa sessualità e la differenza di genere con la sua fondamentale alterità interna al nucleo amoroso vengono affogate in una notte in cui tutte le vacche sono grige. Io penso che un bambino abbia diritto ad avere non solo un padre e una madre, cioè un genitore maschio e un genitore femmina, esattamente quei due che lo hanno reso quello che è mediante una eredità inestirpabile, ma anche dei nonni. Uno dei miei crucci è quello di aver goduto della presenza di un solo nonno, e per così pochi anni: non ho avuto la fortuna di conoscere l’affetto di una nonna, e senza dubbio mi è mancato qualcosa di importantissimo.
Sguardi dal passato
La mia bisnonna materna Teresa con mia madre Teresa alla sua destra e mia zia Francesca in braccio. Tre sguardi molto differenti: lo stupore della bimba di pochi mesi davanti al mondo, gli occhi vispi e curiosi di una bambina che guarda il fotografo, e il placido affidarsi agli eventi dell’anziana signora che ha perduto tutti i suoi beni.
Questa foto ha circa novant’anni. La posso contemplare a lungo, ed essa mi parla. Ma che sarà nel 2100, e forse molto prima, delle innumerevoli foto digitali in cui noi oggi imprigioniamo tanti momenti delle nostre vite? Quali discendenti le potranno guardare come io guardo ora questa reliquia di un mondo passato?
Antenati
La nostra è una società senza culto degli antenati, radicalmente privata delle radici. Quasi sempre la stessa conoscenza dei puri e semplici nomi degli antenati è assente. La frattura che interviene nella catena delle generazioni è una espressione dell’individualismo e del nichilismo del soggetto contemporaneo. Forse però è anche l’altra faccia della libertà individuale di cui godiamo.
Nella vecchia foto i bisnonni materni Gaetano Ghedina e Teresa Dal Bon, a Cortina D’Ampezzo, luogo d’origine della famiglia. Per scarsa attitudine al governo dei beni materiali, i due coniugi persero tutta la loro fortuna (tra cui il bel laghetto Ghedina), e mio nonno Gino dovette guadagnarsi da vivere con la sua arte di pittore.
Il mappamondo
Nel 1959, nell’appartamento in cui abitavamo a Venezia, in Campo San Giacomo dell’Orio, eravamo in cinque: mio padre, mia madre, la zia Maria, mio fratello Paolo, e io. Oggi sono andato al cimitero di Zero Branco, a portare fiori sulla tomba del mio bisnonno paterno Tomaso e dei suoi discendenti. Quattro dei membri della mia famiglia di allora, di quel 1959, dormono là insieme il sonno eterno. Paolo è morto nel 1993, a 41 anni. Oggi lo ricordo così, vicino al mappamondo che ci regalarono in quell’anno lontano, che aveva una luce al suo interno, che si poteva accendere e spegnere. Era bello guardarlo luminoso in una stanza buia.
Babilonia 1
Dare il la

La ministra Fornero non gradisce essere chiamata la Fornero. In questo non amare l’articolo femminile prima del cognome, e voler quindi essere chiamata semplicemente Fornero, come Monti non viene chiamato il Monti, la contestata ministra non è sola. Molti italiani e italiane dei ceti intellettuali oggi si adeguano a tutti i modi degli Angli e dei Sassoni, avvertendo come politicamente corretto, perché non discriminante, e quindi progressivo e segno di modernità, non porre il la prima del cognome di una donna. Grave confusione tra disuguaglianza sociale e differenza. A me questo sembra davvero una sciocchezza: nel Veneto si usa dire la Maria, la Francesca, ecc., e io parlando di mia figlia dico la Beatrice, mentre non chiamo i miei figli maschi il Giacomo, il Guido. Ma un milanese magari lo farebbe. L’articolo non discrimina in effetti un bel nulla, sono usi che non hanno a che fare con la disuguaglianza, ma con la differenza. E la differenza di genere è un bene. Infatti anche mia figlia chiama le sue amiche col la davanti al nome, come tutti i veneti. Il mio grande amico Alberto Gallas mi chiamava il Brotto, e io chiamavo lui il Gallas, come forma di reciproca stima, e lo abbiamo fatto per decenni. Piuttosto, questo venir meno dell’articolo femminile, che impedisce di capire subito se la persona di cui si parla è maschio o femmina, mi sembra uno dei tanti segni del processo di indifferenziazione dilagante: un piccolo segno, ma forte.
Micronote 20
- Nella politica italiana ci sono molti galli. Ma c’è ancora un pollaio?
- Il finto cieco che prende la pensione da 30 anni è la più potente metafora della condizione della società italiana.
- In Italia l’unico pensiero conservatore serio si trova nella Chiesa. Ne servirebbe uno anche fuori di essa.
- Agli Italiani un controllo che non sia oppressivo risulta inconcepibile.
- In effetti agli Italiani risulta inconcepibile l’autocontrollo. Continua a leggere
Guido e le foglie
Ecco un piccolo episodio che illustra come funziona la mente autistica, e i problemi che questo modo di funzionare arreca a noi normali. Accompagno a scuola ogni mattina il mio figlio autistico Guido con la Panda, che solitamente è parcheggiata in giardino sotto un olmo. D’autunno l’olmo perde le sue foglie, e durante la notte molte finiscono sul parabrezza dell’auto, soprattutto se piove e tira vento. Succede quindi spesso che Guido salga in macchina, e mi veda togliere dal vetro le foglie prima di mettermi al volante. Guido non solo è autistico, ma ha un grave ritardo mentale, e non parla: comunica come può, ad esempio in auto per richiamare l’attenzione dal sedile posteriore protende un braccio, e tocca la spalla del guidatore e indica con la mano. Spesso si fatica a comprendere cosa intenda esprimere. L’altro giorno, alle 8 di mattina, come al solito lo faccio salire auto, gli sistemo la cintura, e, non vedendo foglie sul parabrezza, mi siedo e avvio il motore. Continua a leggere







