Esce il N. 7 della Terza Serie di Bibliosofia Canada – Letteratura canadese e altre culture, a cura di Elettra Bedon e Giulia De Gasperi.
Rovine democratiche

Parlamento eletto contro la Costituzione. Perché “incostituzionale” è la legge elettorale. Avverto un forte disagio intellettuale. Una cosa però mi è chiara: chi ha creato il Porcellum e chi lo ha approvato dovrebbe sparire dalla scena politica italiana, per indegnità. Ma ormai è tardi per una vera democrazia in Italia. Non si è mai realmente consolidata, è rimasta uno strumento retorico ad uso dei ceti dominanti (non chiaramente definiti, e variegati), e ora è un ammasso di rovine. E non saranno i barbari Grillini a ricostruirla, perché sono evidenti la loro inadeguatezza politica e impreparazione culturale. Prepariamoci a diventare una mera colonia. Tedesca, forse, o forse anche di molti altri.
La vera storia del pirata Long John Silver

La vera storia del pirata Long John Silver è quella narrata da Björn Larsson in questo romanzo del 1995, che leggo ora nella traduzione di K. De Marco (18ª edizione, Iperborea 2012). Ricreazione del pirata di Stevenson, con evocazione di una coorte di personaggi dell’ Isola del tesoro come il capitano Flint e Jim Hawkins. Un racconto davvero robusto e gustoso, in cui la voce narrante è quella dello stesso Silver. E in Silver, con la sua individualistica ed inesausta brama di libertà e di vita piena, sicuramente l’autore proietta se stesso. Tuttavia, Silver è un personaggio ambiguo, molto ambiguo, ed è un personaggio tardo novecentesco o già post-millenniale. Il lettore di Larsson attraversa una marea di fatti cruenti e di azioni spietate in uno stato di grazia e di leggerezza, ma cogliendo sempre nello scrittore la piena consapevolezza dei meccanismi che reggono e regolano i rapporti tra gli umani. Compreso quello fondamentale, il meccanismo del capro espiatorio, di cui Silver, a sua volta ben consapevole di essere un nemico dell’umanità come tutti i pirati, svela il funzionamento a p. 334. Nel momento in cui sulla nave si determina una pericolosa tensione, con la ciurma in stato di depressione per una terribile bonaccia–una situazione che egli sa essere il preludio alla ricerca di una vittima sacrificale che potrebbe essere lui stesso, che è il quartiermastro–è Silver in persona a dirigere astutamente la scelta della massa su un altro membro dell’equipaggio.
«Bowman lanciò un grido raccapricciante, quando lo trascinarono in coperta e lo legarono. Gli diedero una morte lenta e dolorosa, che lo costrinse a pentirsi di essere in vita finché rimase vivo. Per quel che mi riguardava, anche una morte rapida e improvvisa sarebbe andata bene. Ma se l’avessero ucciso sul colpo, gli altri non si sarebbero mai tolti il suo veleno dal sangue. Così, invece, non si vedevano che espressioni felici e soddisfatte, una volta che gli squali ebbero fatto piazza pulita del nostro spirito maligno e di quello che, non più di un’ora prima, era ancora un essere umano vivo, anche se non uno dei migliori esemplari della specie. Ebbi da vari parole di ringraziamento. E forse erano anche meritate.
L’unico che non si lasciò abbagliare dalla mia abilità fu England. Mi guardò male per parecchie settimane, mentre gli altri avevano presto dimenticato che fosse mai esistito un essere umano chiamato Bowman. Non mi diedi la pena di spiegare a England che era indispensabile sacrificare un capro espiatorio, se volevamo rimanere un po’ più a lungo su questa terra. Quelli come lui, che, a sentir loro, sanno distinguere tra la vita e la morte, non capiscono che a volte bisogna scegliere l’una o l’altra.»
Micronote 33
- Da un punto di vista antropologico, la credenza che le vaccinazioni causino l’autismo è ben spiegabile. Nel medioevo credevano che gli Ebrei avvelenassero i pozzi per diffondere la peste. Strutturalmente è lo stesso fenomeno: l’essere umano preferisce pensare che il responsabile dei propri mali sia un altro essere umano.
- Anche le nubi più nere alcuni le vedono bianche, altri rosa.
- Morboso auto-eviscerarsi di molti su Facebook… Una dimostrazione del fondamento sacrificale del narcisismo.
- C’è una neo-borghesia che vorrebbe rampare anche in Italia, ma trova molte pastoie, e Renzi sussurra alle sue orecchie e la fa nitrire, diciamo.
- Sfruttamento è una parola scomparsa da tutti i media, cancellata dal linguaggio dominante. Continua a leggere
A Refuge of Lies
Di Cesareo Bandera avevo letto anni fa il bellissimo The Sacred Game, del 1994 (ne parlo qui e qui), in cui viene sviluppata una innovativa lettura dell’Eneide. Ora esce questo A Refuge of Lies (Michigan State University Press 2013), in cui Bandera si concentra sull’altro grande testo epico occidentale, il primo: l’Iliade. Visto ovviamente come un grande poema epico-sacrificale. Il testo è di sole 143 pagine, ma brillantissime e di grande spessore argomentativo. Bandera interroga a fondo i testi omerici (anche l’Odissea), ritorna sull’Eneide, si sofferma in un illuminante confronto con l’interpretazione che dell’Iliade diede Simone Weil, e critica anche il concetto girardiano di misconoscimento della logica del capro espiatorio da parte degli antichi.
«Questo è tutto il segreto dell’Iliade. L’intero poema è un’operazione sacrificale. Come abbiamo già detto, il suo fine non è quello di narrare la storia della Guerra di Troia o di glorificarne gli eroi nel senso moderno in cui noi comunemente intendiamo tale glorificazione. L’eroe omerico non è mai stato inteso come un faro, un modello, un esempio da seguire. Nessun greco sano di mente avrebbe mai voluto essere un secondo Achille. La sola idea probabilmente lo avrebbe terrorizzato. Il poema, nondimeno, è una glorificazione sacrificale di un singolo eroe in particolare tra tutti gli altri. Si tratta di una sorta di culto rituale che, parlando storicamente, deve essere visto sullo sfondo sociale dei culti locali degli eroi. Ma noi dobbiamo comprendere che cosa implica questa glorificazione poetica cultuale. Per cominciare, essa conferisce all’eroe una condizione sacra: lo pone vicino agli dèi, la qual cosa lo rende automaticamente venerando e terrificante, e come conseguenza innesca la domanda di sacrificio, che è l’unica via appropriata e sicura per avvicinarsi al sacro. Ora, ciò che il poeta–vale a dire il sacrificatore poetico–vede attraverso le lenti sacrificali, come già sappiamo, è qualcosa di irriducibilmente ambivalente: da un lato qualcosa che è degno di gloria, kleos, immortalità poetica, e dall’altro qualcosa di estremamente pericoloso, che deve essere espulso, mantenuto a distanza. Il “migliore degli Achei” è anche il più pericoloso, il più terrificante, e il più contaminante. L’Achille omerico non è là per difendere qualcosa come “la causa” degli Achei. Egli è là, egli viene venerato, glorificato poeticamente, in modo che possa salvare gli Achei da quella terrificante violenza che egli stesso incarna, porta con sé, rappresenta. Soltanto lui può salvare gli Achei, perché egli è anche il solo che li terrorizza. La Guerra di Troia fornisce soltanto lo scenario in cui viene illustrata poeticamente, per così dire, questa salvezza sacrificale universalmente ritualizzata e immemoriale.»
(pp. 68-69).
Tertium non datur
Dunque: i casi sono due. O è vero che una immensurabile quantità di rifiuti tossici è stata riversata nelle fertili terre di Campania, o non è vero. Se è vero, allora è impossibile che non siano state contaminate grandi quantità di frutta e verdura, e di suolo e di acque. Tertium non datur. Oppure, poiché siamo in Italia, datur quartum, quintum… Quel che è certo è che la fiducia dei cittadini cade a precipizio, e nei supermercati l’indicazione di provenienza degli ortaggi dalla Campania sta scomparendo.
Critica della teologia politica
Un libro di grande spessore, ricco nei riferimenti teologici e filosofici, rigoroso nell’argomentazione e nell’apparato critico, è questo di Massimo Borghesi Critica della teologia politica (Marietti 2013). Il campo vi è occupato in buona parte dallo scontro tra la visione di Carl Schmitt e quella di Erik Peterson, dei quali Borghesi analizza acutamente le tesi e i loro sviluppi in altri autori, sullo sfondo dei grandi mutamenti in atto nel mondo e nella Chiesa nel corso di due millenni e dell’ultimo secolo. La questione in gioco è fondamentale, e si annoda alla vicenda della grande Chiesa in Occidente nel suo legame con la politica e lo Stato: per Borghesi, col Vaticano II e anche grazie a pensatori come Ratzinger, decisamente schierato con Peterson nell’affermare che «il cristianesimo si oppone all’identificazione tra “regno di Dio” e programma politico» (p.88), « … è la riattualizzazione della tradizione ecclesiale dei primi secoli che consente la valorizzazione della lezione moderna. Il Vaticano II, nel suo riconoscimento del diritto alla libertà religiosa, chiude una tradizione dei rapporti Chiesa-mondo, quella post-teodosiana che si prolunga nel Medioevo e in parte della modernità. Al contempo ne riapre un’altra, quella della sua tradizione più antica e più autentica, propria dell’età precostantiniana» (p.60). Il pericolo che il cristiano corre da sempre è quello della gnosi e del manicheismo, dal quale salva, ancora una volta, Agostino. Così, vi è un mortale rischio di teo-manicheismo (p. 185), manifesto in Schmitt, ma presente anche in molta teologia del Novecento (Borghesi si confronta con Metz, Moltmann, ecc.), da cui può salvare solo chi lo ha conosciuto bene nella sua capacità seduttiva, e lo ha superato. Borghesi ha ben presente l’impossibilità di far coincidere fede e religione (pp. 276-277), pena gravi fraintendimenti anche del senso dei grandi sommovimenti storici degli ultimi decenni, e nello stesso tempo si interroga criticamente, sulla scorta di pensatori come Habermas e Böckenförde, sulla questione della possibilità che le virtù politiche richieste dalla democrazia necessitino dell’apporto di una dimensione religiosa, senza la quale la democrazia stessa potrebbe afflosciarsi (p 312). Mi chiedo se ci siano in giro politici abbastanza colti da essere in grado di leggere e meditare questo eccellente libro.
Vittimocrazia

Nella Chronicle 449 sul Tea Party, Eric Gans cerca di delineare i principi del pensiero vittimario dominante nella nostra epoca, che istituisce in Occidente una sorta di vittimocrazia:
- Nessun concetto di normalità, per quanto venerabile e apparentemente ragionevole, è accettabile quando viene percepito come stigmatizzante comportamenti che qualche gruppo identificabile di individui trova essenziali alla propria identità, purché non danneggi esplicitamente gli altri.
- Il senso di vittimizzazione suscitato nella parte offesa è accettato come evidenza prima facie di tale stigmatizzazione: ovvero l’onere della prova ricade sull’ accusato “normale” piuttosto che sull’accusatore.
- Al contrario, qualsiasi principio o comportamento di cui si possa affermare che potrebbe arrecare danno ad altri, e che nessun gruppo ritenga essenziale alla sua identità, dovrebbe essere strettamente vietato, anche quando il rischio rappresentato da cose come il “fumo passivo” sia infinitamente piccolo. Le vittime potenziali qui includono esplicitamente le realtà della “natura”, animata e inanimata: i sentimenti di indignazione per la “profanazione” della natura sono considerati come di natura simile al risentimento per l’ingiustizia personale.
Il sogno di ogni uomo
I libri di Roberto Michilli hanno questo carattere, che me li fa piacere: una scrittura facile e piana, che senza apparenti pretese stilistiche ma con un suo rigore economico affronta temi rilevanti anche dal punto di vista sociale ed antropologico. L’ambientazione periferica e provinciale attua lo stesso piano della scrittura: una umiltà sostanziosa. Così questo poliziesco Il sogno di ogni uomo (Galaad Edizioni 2013) è un’opera più complessa di quanto possa sembrare ad una lettura affrettata. Esamino qui un paio di punti, anzi tre.
Prima questione. È questo un romanzo poliziesco, nel senso che vi sono omicidi, indagini, e poliziotti come protagonisti: l’amabile e colto commissario Ricci e il suo braccio destro, il calmissimo e metodico Straffi. La coppia di investigatori, qui in una delle tante declinazioni, si presta a virtuosismi e variazioni, come i temi musicali, ad es. la Follia di Spagna. Ma si tratta in questo caso di un giallo o di un noir? Il discorso sul noir l’ho già affrontato anni fa, giungendo a questa conclusione: mentre il giallo classico sembra assumere come presupposto l’esistenza di una società fondamentalmente sana, di cui i criminali sono la parte malata—curabile o da eliminare chirurgicamente—, così che in fondo l’investigatore appare come una sorta di diagnosta, non coinvolto nella condizione patologica di quella specifica parte della umanità sopra la quale esercita la propria arte, il noir contemporaneo tratteggia una società che nel suo insieme è malata, ovvero pencola sull’orlo di una crisi mimetica, cioè della sua dissoluzione. Ora, su questo punto il romanzo di Michilli non è di immediata collocazione: l’ambiente sociale in cui si muove il commissario Ricci presenta infatti sì aspetti di degrado morale, di decadenza, di difficoltà nei rapporti umani, di inadeguatezza delle classi alte, ma non pare affatto trovarsi sull’orlo di una possibile dissoluzione. Sembra infatti tuttavia ben salda la vita provinciale, coi suoi luoghi ameni, la sua vita ancora legata a consuetudini antiche, la sua gastronomia, il piacere della vita. Si può dunque inizialmente propendere per il giallo, un giallo che mantiene fino alla fine viva nel lettore la curiosità e l’interesse per l’identità e il movente dell’assassino, ma che non ha l’intreccio come suo interesse di fondo.
Seconda questione. La violenza che compare all’inizio, con la spietata uccisione di due persone, è sovrabbondante rispetto a quella che si rivelerà esserne il movente, e in aggiunta è perpetrata da un personaggio che non sembrerebbe avere in sé alcuna delle caratteristiche che vengono normalmente associate a chi si macchia di crimini così orrendi: le due vittime sono abbattute con un violento colpo sul cranio e sgozzate con un rasoio mentre giacciono a terra. Che cosa significa questa sovrabbondanza di violenza in quel contesto, ed entro il quadro culturale della borghesia colta e raffinata da cui proviene la mano omicida? Ecco che il sospetto del noir si riaccende. E qui Michilli sembra però voler dire che per quanto relativamente sereno sia il quadro sociale (siamo nel 2002, la grande Crisi non c’è ancora), sono ancora forti i vecchi dislivelli di classe e nello stesso tempo è anche forte in chi sta alla base della piramide la voglia di fuoriuscire dai limiti di una esistenza segnata dal lavoro manuale duro e poco gratificante, la spinta all’ascesa sociale. Conflitti, ma non crisi mimetica generalizzata e dissoluzione. In mancanza di un forte ethos condiviso, la brama di conquistarsi un posto al sole con ogni mezzo, e la contrapposta difesa a tutti i costi del valore italico supremo, la famiglia, possono causare un’esplosione di violenza. Si tratta di quella violenza che si configura come risposta ad una minaccia di sovvertimento dell’ordine, e porta all’espulsione e all’annientamento di chi è portatore di quel sovvertimento. Il fatto che le due vittime siano un maschio ed una femmina, poi, introduce un ulteriore elemento di indifferenziazione mimetica, che sarà confermata dalla soluzione del caso. Ma questi processi di indifferenziazione violenta appaiono qui ancora limitati, non universalmente dilaganti.
Terza questione: il sesso. La vittima, Marisa, la cui storia emerge nel corso del romanzo dai vari racconti dei testimoni e degli inquisiti, è una donna che fa la cameriera e la colf, coltivando il sogno di poter aprire un giorno una sua attività. Come colf frequenta varie famiglie, e in ogni ambiente manifesta una docile disponibilità al sesso. È bella e docile, non può rimanere incinta a seguito di un aborto, non è impegnativa perché non accampa pretese: per questo viene definita il sogno di ogni uomo. E qui appare in tutta evidenza quella miseria della sessualità ridotta a pura immediatezza, che segna la nostra epoca. Marisa però non è un mero simbolo, né una pura ombra sebbene emerga filtrata dai racconti di altri. Da un lato appare quasi una incarnazione della donna-oggetto, della bambola, dall’altro ha invece un suo progetto, che porta avanti con determinazione, possiede quindi il pieno carattere del personaggio.
Concludo con una piccola annotazione sul commissario Ricci, e una più lunga citazione. Uomo colto, ironico, buongustaio e scapolo di ferro, amante della musica e della letteratura, Ricci ha in sé una nota elegiaca, che ben emerge in un bel passo, non privo di aperture metafisiche e che si configura come una variazione sul tema de la vita vera è altrove, con un sedendo e guardando che evoca il grande Recanatese :
«In certe giornate luminose d’autunno, i piccoli ventagli gialli appesi ai rami dei ginkgo, mossi appena dalla brezza, splendevano al sole come tante monete d’oro: al tramonto, quelle larghe dei liriodendri s’accendevano di caldi riflessi color rame. D’inverno il commissario si consolava dei tanti rami spogli col verde cupo dei cedri e delle siepi, ed era bello, a primavera, spiare i primi germogli sui rami e gioire della gloriosa fioritura dei mandorli e dei peschi. Nel caldo delle sere di luglio arrivava poi il profumo struggente dei tigli, a ricordargli che non avrebbe mai raggiunto ciò che inseguiva, ma che era bello e giusto continuare a provarci. A volte, sedendo e guardando, se non aveva né freddo né caldo, né dolori acuti a trafiggerlo, rumori a disturbarlo, riflessi ad accecarlo, tutte le ansie cadevano, dimenticava le paure, non desiderava essere diverso né trovarsi altrove, e riusciva a sentirsi in pace con se stesso e con il mondo. Altre volte, invece, l’assaliva la commozione, e piangeva. Quelle lacrime celebravano quietamente nostalgie e rimpianti, ricordi e sogni, speranze e desideri svaniti, ma erano anche un modo per esprimere quello che sentiva in quei momenti, e che nessuna parola avrebbe mai potuto raccontare. Ciò che la vita potrebbe e dovrebbe essere, e tutto ciò che a noi manca; quella fitta che ogni tanto fa dolere il cuore e scombina i conti della nostra esistenza, facendoci sentire come i bambini delle favole sperduti nel bosco. Ma quelle lacrime esprimevano anche il desiderio di essere libero e presente a se stesso, come un animale marino sopra gli scogli, beato tra il cielo e le onde, al di là o al di qua del bene e del male, ignaro di nostalgie e appagato dal bagliore della luce e delle spume. Sì, quelle lacrime dicevano queste e molte altre cose. Come tutti gli uomini, anche Ricci a volte sentiva che la vita poteva essere più vasta, ricca e completa, ma non sapeva come fare per raggiungerla e viverla.» (pp. 119-120)
Micronote 32
- La Ripresa, miei signori, Come l’Araba Fenice, Che vi sia ciascun lo dice, Dove sia nessun lo sa.
- Da noi si spera, per il momento. In altri luoghi si spara.
- Poniamo che umani e animali debbano godere degli stessi diritti. Chi decide quali siano i diritti? E il fondamentale diritto alla libertà come si applica al tuo gatto, che tu costringi nel tuo appartamento? E il fondamentale diritto all’integrità fisica come si applica al tuo gatto, che tu fai sterilizzare?
- Ci afferriamo alle nostre certezze, cerchiamo conferma delle nostre convinzioni, leggiamo autori che la pensano come noi, evitiamo chi semina in noi il dubbio.
- Idealizziamo la vita contadina come priva di violenza. Deformazione di cittadini. Quante risse per un confine a colpi di vanga e di forca, quanti odii trasmessi di padre in figlio, quante coltellate in osteria! Continua a leggere





