Del bruciare bandiere

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 Mi interessa molto il gesto del bruciare bandiere. Capita spesso che si dia fuoco, durante manifestazioni di piazza qua e là per il mondo, e talvolta anche in Italia come nei giorni scorsi, a delle bandiere. Sono quasi sempre bandiere USA e israeliane. Il significato del gesto mi pare lampante. Si tratta di un atto sostitutivo, che comunica il desiderio di bruciare, cioè di nientificare, la realtà che il simbolo-bandiera significa.
Ciò che si vorrebbe compiere sul piano della realtà, e che non si può compiere perché l’oggetto è più forte di noi, noi lo attuiamo sul piano simbolico, scambiandoci reciprocamente, all’interno del gruppo unificato dal comune nemico, il segno del fuoco che consuma l’ente odiato. Di ciò che si odia, America e Israele, si desidera l’espulsione, la più radicale, la negazione del diritto di esistere. Per questo, chi brucia bandiere è in preda all’odio più profondo, quello che travalica la semplice ostilità, poiché…

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Ipazia, scena XVIII

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Filemone non fa in tempo a dire di no: un boato scoppia all’interno, folla si precipita fuori, i messi del prefetto corrono dentro.
È falso! È falso! urlano molti. È una calunnia dei giudei! L’uomo è innocente!
Un grasso macellaio sembra pronto ad abbattere un uomo o un bue, indifferentemente. Grida: Lui è sempre il primo ad acclamare i discorsi del nostro santo patriarca!
Cara, dolce anima, mormora una donna. Io proprio questa mattina gli ho detto: Perché non usi la verga coi miei figlioli, maestro Ierace? Come ti puoi aspettare che imparino qualcosa, se non li bastoni? E lui mi ha risposto che non può nemmeno sostenere la vista di una verga, perché si ricorda le bastonate che ha preso da bambino, una tortura.
Sembra proprio una profezia del suo destino, dice qualcuno.
E prova che è innocente. Perché come potrebbe profetizzare se non fosse uno dei santi di Dio?
Un eremita dall’aspetto selvaggio, barba e capelli sulle spalle e sul petto tuona: Monaci, dobbiamo salvarlo! Ierace è un Cristiano, e lo hanno preso e torturato nel teatro. Nitria! Nitria! Per Dio e per la Madre di Dio, monaci di Nitria! Morte ai giudei assassini! Morte ai tiranni pagani! E la folla sembra gonfiarsi per magia, scorre sotto l’immensa volta, trascina con sé Filemone e il facchino.
Soffocato dalla folla, l’omino tenta di mostrare una calma filosofica e chiede: Amici miei, perché questo tumulto?
I giudei hanno sparso la voce che Ierace volesse suscitare disordini. Maledetti loro e il loro Sabato! Ogni settimana sono loro a creare un caos intorno a questa loro danzatrice, invece di lavorare come fanno i cristiani.
I quali invece, riesce a ribattere l’omino, le sommosse le attuano nelle loro Domeniche… Uhm… differenze settarie, che il filosofo… Non fa a tempo a finire la frase che uno spasmo della massa lo fa cadere a terra e sparire tra innumerevoli gambe.
L’idea di una persecuzione in atto rende furioso Filemone, contagiato dalla folla urlante intorno a lui. Si fa spazio con la forza, fende la massa, fino all’avanguardia, bloccata da un’alta cancellata di ferro, insuperabile. Da lì si può vedere tutta la tragedia che si sta svolgendo all’interno. Legato al patibolo, quello sventurato innocente si contorce e urla ad ogni colpo della frusta di cuoio. Filemone e i monaci intorno a lui spingono la cancellata, la colpiscono in tutti i modi, invano. Dall’interno, i messi del prefetto sghignazzano e li deridono. Maledicono la plebaglia turbolenta di Alessandria, insieme col suo patriarca, col clero, i santi, le chiese. Promettono che per ognuno di loro monaci arriverà ben presto quella stessa punizione. Intanto le urla del suppliziato diventano sempre più deboli, infine il suo corpo devastato ha una violenta convulsione e rimane immobile.
Lo hanno ucciso! È un martire! Andiamo dall’arcivescovo! Lui ci vendicherà! Di bocca in bocca passa la notizia del martirio, e la parola d’ordine “Dall’arcivescovo!”. Come un solo uomo la folla si volge, come un fiume scorre di strada in strada verso la casa di Cirillo. Filemone è pieno di orrore, di rabbia, di pietà, è fuori di sé, e corre con quel fiume. Un’ora tumultuosa passa, anche più, strade larghe e stretti passaggi oscuri, e si ritrova in uno spazio di grandi edifici, e vicino è il Serapeo in rovina con le sue quattrocento colonne. Tra le grandi pietre sta già crescendo alta l’erba. Anche le maestose colonne un giorno cadranno, e della gloria degli antichi non resterà nulla.

Antisemitismo e sionismo

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Antisemitismo e sionismo. Una discussione è il titolo di un agile libretto di Abraham B. Yehoshua, pubblicato nel 2004 e tradotto da G. Felici per Einaudi nello stesso anno. Un libretto che dovrebbero leggere tutti coloro che si sono sentiti in qualche modo coinvolti o interpellati da ciò che è accaduto a Torino nei giorni scorsi.
Quando si bruciano le bandiere di uno Stato si vuol significare il proprio desiderio che quello Stato sia annientato. Infatti coloro che questo bramano non chiamano Israele uno Stato, ma un’entità: l’entità sionista. Qui si vede all’opera un rancore abissale, l’eterno risentimento contro l’Ebreo.
Scrive Yehoshua:

Le minacce di sterminio, e non solo una giustificata richiesta di fine dell’occupazione, il rancore abissale e razzista da cui sono sfociati i recenti episodi di terrorismo estremista e suicida, rimettono sul tappeto la necessità di capire la radice dell’antisemitismo. La dispersione e la divisione degli ebrei…

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La freccia di Dio

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L’incontro di due culture radicalmente differenti è sempre difficile, ma lo è ancor più quando una è quella dei dominatori e l’altra quella dei dominati. Come accade nel bellissimo romanzo di Chinua Achebe La freccia di Dio (Arrow of God, 1964, trad. it. di S. Antonioli Cameroni, edizioni e/o, Roma 2004). Qui le due culture, nella Nigeria del 1920, sono quella dei colonizzatori inglesi e quella tribale degli Ibo. Come sempre nella grande narrativa di tutti i popoli, tuttavia, anche qui siamo fuori di ogni ottica del risentimento, e le cose sono viste con occhio acuto e con partecipazione oggettiva.
Sopra ogni altra è interessante la figura del protagonista Ezeulu, anziano sommo sacerdote della divinità locale Ulu. Siamo in un contesto religioso di tipo animista, con una pluralità di forze e figure soprannaturali e divine. Ezeulu appare drammaticamente cosciente non solo del rapporto di forza con gli…

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Viaggio di nozze

mod1Per la prima volta in vita mia leggo il mio primo libro di un autore poco dopo che gli è stato assegnato il Nobel. È Patrick Modiano. Ne leggerò altri, perché questo romanzo (Voyage de noces, 1990, riedito da Frassinelli nel 2014 nella traduzione di L. P. Caruso) mi è molto piaciuto. Narrazione frammentata, con intreccio di piani temporali, Viaggio di nozze ha un tono malinconico e crepuscolare, quello delle cose che finiscono.  La vita del personaggio che narra è sospesa, tra un passato ormai senza valore e un futuro vacuo, e le altre vite narrate appaiono anch’esse sospese, frammenti di un tutto che stenta a ricomporsi. Con l’eccezione della vita compiuta della protagonista femminile, suicida a 45 anni, di cui il narratore cerca di recuperare qualcosa, di esplorare il poco che si può riattingere. Non si tratta tuttavia di un testo nichilista, si avverte una profonda, sebbene controllatissima, pietà umana. Sullo sfondo, ma a tratti in primo piano, la Francia dell’occupazione nazista e di Vichy, e la caccia agli ebrei. Ma il senso è più ampio, e si riallaccia in fondo ad una sapienza antica, quella che dice che l’uomo è come l’erba. Caparbiamente, il protagonista-narratore si sforza di sottrarre qualcosa dal meccanismo dell’oblio. Ma qui il libro rispecchia la realtà: per quanto ci interessiamo al destino di questa o quella persona, le sue profondità rimarranno insondabili, e talvolta anche della persona stessa sparirà ogni traccia, e per quanto la cerchiamo di lei non riusciremo a sapere nulla, o solo qualcosa di vago e indefinito. Il corso di una vita, diciamo, e l’immagine è quella di un fiume, con le sue sponde e il suo andamento rilevabile e conoscibile. Ma questo corso è in realtà un misero filo. E tuttavia…

«Può anche succedere che una sera, a causa dello sguardo attento di qualcuno, si provi il bisogno di comunicargli, non la propria esperienza, ma semplicemente un po’ di quei particolari disparati legati da un filo invisibile che minaccia di spezzarsi e che chiamiamo il corso di una vita.» (p. 98)

Il male e la ricerca del bene

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Franco Crespi nel suo libro Il male e la ricerca del bene (Meltemi, Roma 2006) vede il male come qualcosa (non dico a caso qualcosa—esso infatti non mi pare rigorosamente definito e nemmeno problematizzato fino in fondo) che deriva dalla tendenza umana a perseguire degli assoluti in differenti campi. La soluzione sembrerebbe quella dell’accontentarsi del limitato e del relativo, della saggia ricerca del minor male, ecc. Una soluzione laica, non nuova, in verità, ma sempre di nuovo offerta, in incessante lotta con quelli che appaiono gli integralismi, i fondamentalismi e i dogmatismi.
Quel che mi pare di poter rilevare, anche in relazione al breve e interessante passo sul desiderio che qui riporto, è che Crespi non si pone il problema del da dove venga questa brama di assoluto compimento che a suo parere è rovinosa. Insomma, mi pare che anche a Crespi faccia difetto una vera antropologia fondamentale, cioè…

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Chiara luce del giorno

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product Chiara luce del giorno (Clear Light of Day) è un romanzo di Anita Desai del 1980, tradotto da A. Nadotti per Einaudi nel 1998. Io leggo l’edizione del 2001. È un libro scritto in stato di grazia, ricco, avvolgente e profumato. Storia di due sorelle, dei loro familiari e amici, e dell’India, su due piani temporali: il presente e l’anno fatale 1947, l’anno della divisione tra indù e musulmani, e della nascita cruenta del Pakistan.
I temi che si intrecciano nel testo sono numerosi, dalla condizione femminile al rapporto tra l’intellettuale e la tradizione, dalla religione alla nazionalità. E su tutto aleggia il mistero del tempo, in cui affondiamo le radici della nostra pianta, che presto perderà tutte le foglie. Due brani mi sono particolarmente piaciuti, e sono anche brani che fanno percepire profondità e splendore del libro. Nel primo si parla di zia Mira, che è ridotta al rango…

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Il giardino di cristallo

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Vi è una scena altamente drammatica e narrativamente splendida nel romanzo dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf Il giardino di cristallo (Le jardin de cristal, 1982, trad. it. di A. Cristofori, Bompiani, Milano 2003): quando un gruppo familiare penetra di notte in un cimitero, con la complicità di un becchino, per esumare il cadavere di quello che sperano possa non essere il giovane Akbar, dato per caduto martire nella guerra Iran-Iraq un anno prima. La famiglia spera in uno scambio di persona fortuito, e di poter verificare che il morto sia un altro, e poter pensare che il congiunto si trovi prigioniero in Iraq. Il cadavere è nella terra da un anno, e loro pensano di identificarlo misurandolo. La scena è toccante e atroce. Spera e teme nello stesso tempo, la famiglia, perché il padre di Akbar ha nel frattempo convinto l’altro suo figlio Ahmad a sposarne la vedova. Così Ahmad…

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Il muschio grigio arde

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Non deve essere stato facile per Silvia Cosimini, di cui ho già apprezzato la bella traduzione del romanzo di Laxness Gente indipendente, rendere in italiano lo stile di Thor Vilhjálmsson, uno stile poetico lirico-tragico che fa del romanzo Il muschio grigio arde (Grámosinn glóir 1986, ed. it. Iperborea, Milano 2002) qualcosa di assolutamente inconsueto e molto affascinante. Pure, l’operazione mi pare riuscita, come testimonia questa splendida pagina, nella quale il paesaggio pastorale islandese, che il giovane magistrato Ásmundur sta attraversando per raggiungere il luogo della sua inchiesta, si mostra insieme sereno e inquietante, immemoriale e mitopoietico. Le radici dell’infelicità umana sono nella natura stessa.

Sera in una valle disabitata. Il sole si volge verso l’invisibile, oltre l’incorniciatura della valle, le colli­ne a occidente. La gratitudine della terra per il gior­no trascorso si leva come una foschia violacea nel lontano ovest, mentre il sole ha ancora un tratto da…

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Ipazia, scena XVII

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La grande strada finisce sul molo. Allo sguardo incantato di Filemone si presenta un ampio semicerchio di mare blu. Tutto intorno, palazzi e torri. Involontariamente si ferma, e anche il suo accompagnatore si ferma e rivolge al giovane monaco uno sguardo obliquo, a cogliere gli effetti che lo spettacolo dovrebbe provocare in lui.
Guarda! Guarda cosa abbiamo fatto noi Greci! Noi, pagani, che viviamo nella tenebra! Guarda questa bellezza, e vediti per quello che sei: un giovane piccolo uomo presuntuoso e ignorante. Uno che pensa che la sua nuova religione gli dia il diritto di disprezzare tutte le altre. Lo hanno fatto i cristiani tutto questo? Lo hanno edificato i cristiani il Faro che vedi là a sinistra, una delle meraviglie del mondo? L’hanno costruita i cristiani questa diga lunga un miglio, coi suoi due ponti mobili, che connette i due porti? Sono stati i cristiani a costruire questo lungomare? O questa Porta del Sole, sotto cui ci troviamo ora? O il Cesareo, là a destra? Guarda! Guarda! E sentiti piccolo! Davvero molto piccolo. Lo hanno edificato i cristiani tutto questo? Hanno scolpito e inciso loro, con la sapienza degli antichi? Lo hanno costruito i cristiani il Museo, ne hanno concepito loro le statue e gli affreschi? Sotto i quali, ahinoi, aleggia ormai solo un soffio dell’antica sapienza… Hanno fatto sorgere loro dal mare quel palazzo là? Hanno riempito loro il tempio di Nettuno di statue che sembrano vive? Parla! Tu, figlio di pipistrelli e di talpe. Tu, sei piedi di sabbia! Tu, mummia fuoruscita da una caverna delle colline! Sono capaci i monaci di fare cose come queste?
Filemone è abbagliato dallo splendore intorno a lui, dalla grandiosità dello scenario. Troppo meravigliato per arrabbiarsi con qualcuno. Esita a rispondere al facchino, e dice: Altri uomini prima di noi hanno faticato, e noi come successori abbiamo preso il loro posto…
Ma il contrasto tra il riposo senza fine delle grandi masse di pietra delle costruzioni e il movimento della superficie scintillante del porto, con le innumerevoli imbarcazioni e vele in movimento sciamanti verso l’aperto mare, questo contrasto lo tocca profondamente, lo schiaccia, e lo riempie di tristezza. Dunque questo è il mondo… Non è meraviglioso? E gli uomini che hanno fatto tutto questo… se non sono stati grandi… allora cosa sono stati? Sicuramente avevano in loro grandi anime e nobili pensieri! Per creare cose simili bisogna avere in sé qualcosa di divino! Qualcosa che ha illuminato nazioni, generazioni… E là c’è il mare. E al di là del mare nazioni innumerevoli. La sua fantasia si accende, si smarrisce. Tutti questi popoli sono destinati alla dannazione? Dio non ha alcun amore per loro?
Infine Filemone riesce a rimettere in ordine i suoi pensieri, e chiede di nuovo alla sua guida qual è la strada per la casa dell’arcivescovo.
Da questa parte, seguimi, giovane nullità, risponde l’omino. E procedono lungo la grande facciata del Cesareo, ai piedi degli obelischi.
Lo sguardo di Filemone cade sul frontone, che ha ornamenti che paiono aggiunti da poco: simboli cristiani.
Ma come? Una basilica?
No, è il Cesareo. Solo temporaneamente è un luogo di adunanza dei cristiani. Gli Dei immortali sono stati condiscendenti, ma rimane il Cesareo. Da questa parte, in fondo alla strada, a destra. Guarda, dice l’omino indicando un portone sul lato del Museo, là c’è l’ultimo ritrovo delle Muse, la sala dove Ipazia tiene le sue lezioni, dove io sono un allievo clandestino, indegno… E si ferma presso la porta di una splendida casa, sull’altro lato della strada: Qui è la residenza della favorita di Atena… ora puoi deporre a terra il cesto. E bussa alla porta, e consegna il cesto a un portinaio nero, e con un cortese inchino a Filemone sembra volersi congedare.
Ma la casa dell’arcivescovo dov’è? chiede il giovane.
Vicino al Serapeo. Non puoi sbagliarti: quattrocento colonne di marmo, anche se rovinate dai cristiani persecutori. Sono ben visibili.
Ma quanto lontana è?
Circa tre miglia, vicino alla Porta della Luna, risponde l’omino.
Ma…non era la porta attraverso la quale siamo entrati in città dall’altro lato?
Proprio così. Siccome hai già percorso la strada per arrivare qui, sarà facile per te ripercorrerla nella direzione opposta.
Filemone lo strozzerebbe, sbatterebbe il suo cranio contro il muro, ma si controlla: Allora tu, maledetto pagano, intendi dire che mi hai volutamente allontanato dalla mia meta?
Calma, giovanotto. Se mi tocchi, io chiamo aiuto. Siamo vicini al quartiere ebraico, e là ci sono migliaia di uomini che piomberanno qui come uno sciame di vespe e non gli parrà vero di poter massacrare un monaco. E poi, quello che ho fatto l’ho fatto a fin di bene. Per il mio bene anzitutto, un bene inteso secondo saggezza pratica, al fine che tu, e non io, avessi a portare il peso del cesto. E poi secondo saggezza filosofica, secondo ciò che vedo della pura ragione: al fine che tu, messo di fronte allo splendore di questa grande civiltà, che voialtri vorreste distruggere totalmente, tu imparassi che sei un somaro, una tartaruga, una nullità, e così, rendendoti conto di non essere nulla, potessi essere spinto a diventare qualcosa. E fa per andarsene.
Filemone lo afferra per la tunica, e lo blocca. L’omino tenta di svincolarsi, vanamente.
Pacificamente, se vuoi, altrimenti a forza, in ogni caso tu ora mi riporti indietro, alla mia meta!
Il filosofo, risponde l’omino, vince le circostanze sottomettendosi ad esse. Verrò pacificamente. In verità, sono proprio le basse necessità della mia esistenza che mi riportano verso la Porta della Luna, per un’altra faccenda di frutta.
E così i due tornano indietro insieme.
Mezzo miglio camminano in silenzio, i pensieri di Filemone non si staccano dalla strana donna che ha sentito esaltare, di cui non sa nulla. All’improvviso sbotta: Ma chi è questa Ipazia, di cui parli sempre?
Chi è Ipazia, bifolco? La regina di Alessandria! Per sapienza è Atena! Per maestà è Era! Per bellezza è Afrodite!
E chi sono queste? chiede Filemone.
Il facchino si ferma, lo squadra dalla testa ai piedi con un’espressione mista di pietà e disprezzo, e nell’estasi del suo sdegno fa per allontanarsi. Ma il forte braccio di Filemone lo blocca.
Ah, già, abbiamo un accordo… Chi è Atena? La dea che dona la saggezza. Era è la sposa di Zeus e regina dei Celesti. Afrodite è la madre dell’amore…Non mi aspetto che tu capisca.
Filemone tuttavia capisce almeno questo: che nella mente dell’omino che lo guida Ipazia è una persona unica e meravigliosa. Perciò gli fa l’unica domanda con cui al momento può valutare qualsiasi fenomeno di Alessandria: E lei è amica del patriarca?
Il facchino sbarra gli occhi, fa con la mano un complicato gesto di scongiuro verso Filemone, su cui non ha alcun effetto. Poi si ferma, contempla ancora la possente figura del monaco e risponde: Mio giovane amico, lei è amica della stirpe degli umani in generale. Il filosofo deve innalzarsi al di sopra dell’individuo, alla contemplazione dell’universale… Aha! Ecco qualcosa che merita di essere visto, e le porte sono aperte. E si ferma all’entrata di un vasto edificio.
È questa la casa del patriarca?
I gusti del patriarca sono più plebei. Dicono che viva in due stanze sporche… consapevole di quello che gli si addice. La casa del patriarca? È l’opposto di questa, non vi è arte né spirito. Questa, questa è il tempio dell’arte e della bellezza, il tripode delfico dell’ispirazione poetica, il conforto dell’uomo affaticato: in una parola, il teatro. Se il tuo patriarca potesse, domani stesso lo ridurrebbe a un cumulo di rovine. Invece il filosofo non deve disprezzarlo. Ah, vedo all’entrata i messi del prefetto. Sta preparando la lista dei piatti del giorno, per così dire, assecondando il palato del popolo. Questo è il giorno in cui ogni settimana qui si esibisce una mima molto spiritosa, molto ammirata, soprattutto dai Giudei. Per il gusto più classico, molte delle sue movenze, certi ancheggiamenti, sono privi dell’antico decoro… nell’insieme potrebbe essere definita indecente. Tuttavia, il pellegrino stanco potrebbe anche trovarla piacevole. Entriamo a vedere lo spettacolo.