Gli dei della Grecia

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Quando il bel mondo sereno ancora reggevate,
o beate stirpi, e guidavate ancora,
col dolce laccio della gioia,
creature beate d’una terra favolosa –
ancora fioriva, ridente, il vostro culto
e come tutto era diverso, allora!
Allora i tuoi templi erano colmi
di ghirlande, o Venere Amatusia!

Nel creato scorreva la ricchezza della vita,
si provavano sentimenti ignoti,
e l’incantata custodia della poesia,
avvolgeva tenera la verità.
Massima nobiltà della natura
era stringerla al petto dell’amore,
tutto parlava allo sguardo iniziato,
tutto era traccia di un dio.

Dicono invece oggi i nostri saggi
che dove un tempo, in maestà silente,
Elio guidava il suo carro dorato,
ruota una morta palla di fuoco.
Un tempo le Oreadi abitavano questi spazi,
e c’era una Driade in quell’albero!
Argentea sgorgava la spuma dei torrenti
dall’urne di graziose Naiadi.

Tra le Poesie filosofiche (Philosophische Gedichte) di Schiller, Gli dèi della Grecia (Die Götter Griechenlands, 1788) è senza dubbio quella più densa e problematica. Essa pone anzitutto in questione il ruolo del poeta in un universo cristiano. E per cristiano si intende un universo in cui l’affermazione di un Dio unico e trascendente, assolutamente altro rispetto al mondo e alla natura che ha creato, apre questo mondo e questa natura alla investigazione scientifica e ne consente la riduzione meccanicistica. “Dicono invece oggi i nostri saggi / che dove un tempo, in maestà silente, / Elio guidava il suo carro dorato, /ruota una morta palla di fuoco”. Gli astri non sono dèi, ma pura materia agita da forze fisiche conoscibili dalla mente fisico-matematica dell’essere umano: una realtà quantitativa e calcolabile. Una realtà impoetica. “La natura, ormai senza più dèi,/s’inchina comunque umilmente alla legge dei gravi, /come ad un morto colpo di pendolo”.

Cercando aiuto si torcea l’alloro,
la figlia di Tantalo era una muta roccia,
il lamento di Siringa risuonava da una canna
come, dal bosco, il dolore di Filomela.
Quel ruscello accoglieva le lacrime che
Demetra versava per Persefone,
mentre invano Citera chiamava da un colle
il suo leggiadro amico.

I Celesti si mostravano ancora
alla stirpe di Deucalione,
e, per vincere la bella progenie di Pirra,
il figlio di Leto impugnò la verga.
Ma fra uomini, dei ed eroi,
Amore intrecciò una leggiadra unione:
resero così grazie in Amatunte
i mortali, i divini e gli eroi.

L’oscuro, il grave e la tristezza
furon banditi dal vostro culto,
felici dovevano essere tutti i cuori,
chi è felice vi è infatti anche affine.
Nulla era sacro fuorché la bellezza,
e il dio non respingeva alcuna gioia.
Arrossivano le caste Camène, ma Grazia regnava.

I vostri templi erano in festa come palazzi,
il combattimento degli eroi vi celebrava
nelle gloriose feste istmiche,
ed i carri rombavano al traguardo.
Danze animate e leggiadre
incoronavano lo splendido altare,
ghirlande d’alloro v’adornavan le tempie,
e corone vi cingevano le chiome.

Le grida di chi agitava il tirso,
e la splendida coppia di pantere,
annunciavano il dio recante gioia.
Fauni e Satiri gli barcollano innanzi,
Menadi frenetiche gli saltano intorno
e inneggiano danzando al suo vino,
mentre le brune gote dell’ospite
invitano gaie alla coppa.

Dinanzi al letto del moribondo
non c’era traccia di scheletri orrendi:
mentre un Genio spegneva la sua fiamma,
un bacio ne raccoglieva la vita dalle labbra.
A regger la severa bilancia di Orco
era poi la progenie di un mortale,
e il lamento del Trace
commosse persino le Erinni.

Felice, l’ombra ritrovava
le sue gioie nel boschetto elisio,
i coniugi fedeli un puro amore,
ed il cocchiere la sua via.
Intona Lino i consueti canti,
tra le braccia d’Alcesti giace Admeto,
Oreste ritrova il suo amico
e Filottete i suoi dardi.

Premi maggiori erano un tempo concessi
a chi lottava per l’ardua virtù,
e splendidi eroi con le loro gesta
ascendevano verso i beati.
La schiera degli dèi s’inchinava silente
di fronte al difensore dei morti,
ed i Gemelli d’Olimpo guidavano
fra i flutti i naviganti.

Dove sei, bel mondo sereno? Torna,
incantata giovinezza di natura!
Ahimè, solo nella magia dei canti
delle tue meraviglie ancor c’è traccia.
Deserta e a lutto è la contrada,
non scorgo più divini,
di quell’immagine fremente di vita
non resta ormai che un fantasma.

Tutti quei fiori giacciono riversi
sotto il terribile vento del Nord:
per favorirne uno solo fra tutti
dové svanire questo mondo divino.
Mesto ti cerco nella volta stellata,
o Selene, ma la più non ti trovo;
t’invoco nei boschi, fra i flutti,
ma essi risuonano invano!

Ignara delle gioie ch’essa concede,
mai affascinata dal proprio splendore,
mai presente allo spirito, che la guida,
mai più felice per la mia gioia,
priva persino del sentire, per amore del suo artefice,
la natura, ormai senza più dèi,
s’inchina comunque umilmente alla legge dei gravi,
come ad un morto colpo di pendolo.

Il disincanto del mondo e la secolarizzazione sono, tuttavia, una conseguenza rigorosa e inevitabile della rivelazione ebraico-cristiana, e sono intimamente legati ad essa. “Tutti quei fiori giacciono riversi/sotto il terribile vento del Nord: /per favorirne uno solo fra tutti /dové svanire questo mondo divino”. Il problema riguarda dunque i poeti, che possono ora solo nostalgicamente riguardare ad un tempo in cui “l’incantata custodia della poesia,/avvolgeva tenera la verità”, e che ora hanno come materia del loro eventuale canto un’assenza e non una presenza; ma riguarda anche il Cristianesimo, in quanto non si è del tutto reso conto della sua stessa natura, e in parte continua a coltivare l’idea di una presenza del divino nel mondo, quasi alimentando in sé residui e nostalgie di paganesimo. In un certo senso (ripenso qui alla teologia di J.B. Metz), potremmo dire che una società perfettamente secolarizzata (ove questo fosse realmente possibile, cosa di cui dubito) sarebbe il portato finale della rivelazione ebraico-cristiana. Naturalmente, la Grecia di Schiller, come quella degli altri grandi romantici e classicisti, è la Grecia del mito gioioso. Il mondo sereno era guidato col “dolce laccio della gioia”. Nietzsche deve ancora scrivere La nascita della tragedia, la storia delle religioni e l’antropologia devono ancora scavare nel rito e nel sacrificio su cui si fondava la religione dei Greci, e il mito non è stato ancora costretto a rivelare il suo cuore violento. Dioniso è solo “il dio recante gioia”, e non quello che induce la madre di Penteo a sbranare il proprio figlio. Ma una verità ancor più fondamentale mi sembra enunciata in questo testo schilleriano. Gli umani procedono sempre per espulsione, e non riescono ad immaginare un procedere della storia del mondo se non come un succedersi di grandi espulsioni. Ogni ordine, da quello individuale a quello familiare, da quello clanico a quello culturale, si regge sull’espulsione dell’eterogeneo e di tutto quel che viene sentito come minaccia, infezione, inquinamento, errore. Qui gli espulsi sono gli dèi.

Per tornare domani a liberarsi,
essa si scava oggi il sepolcro,
mentre le lune s’intrecciano da sole,
senza posa, in un eterno, identico fuso.
Inoperosi, gli dèi si volsero verso casa,
verso la terra dei poeti, scarto di un mondo
che oscilla solitario,
libero ormai dalla loro influenza.

Sì, tornarono a casa, e presero con sé
ogni bellezza, ogni grandezza,
ogni colore, ogni vita,
lasciandoci solo una parola senz’anima.
Strappati al flusso del tempo,
si rifugiarono sulle vette del Pindo:
quel che vive immortale nel canto
deve perire nella vita.

Friedrich Schiller, Poesie filosofiche, a cura di G. Moretti, SE, Milano 1990, pp. 12-19

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