Casamonica

casamonica-alemanno-2401Dunque occorre farla finita col pregiudizio per cui la Destra italiana sarebbe razzista, e in particolare ostile agli Zingari. La foto, risalente ad una famosa cena del 2010 in un centro di accoglienza, organizzata da Salvatore Buzzi, numero uno della cooperativa “29 giugno”, cena alla quale partecipò anche Giuliano Poletti, mostra un sorridente Alemanno in compagnia di Luciano Casamonica, cugino del boss Vittorio, del quale sono stati celebrati in gran pompa i funerali. Confermando tutto il mondo nell’altro pregiudizio, quello per cui in Italia tutto sarebbe mafia, e lo Stato nella sua essenza solo un conglomerato di altre mafie, tutte più o meno dialoganti tra loro. La mafia zingaro-romana dei Casamonica con la sua fastosa esibizione di forza ha dimostrato che al ritrarsi dello Stato moderno, o di quel che ne rimane, non corrisponde da noi l’emergere di una realtà sociale post-moderna, ma il precipitare nella socialità pre-moderna, in cui il rapporto essenziale non è quello tra l’individuo e lo Stato, ma quello tra il soggetto e il gruppo, con una serie di obbligazioni personali, riposanti in ultima istanza sul criterio del prestigio e della forza.

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L’aperto

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lapert.jpgChe cosa si intende per verità? E per realtà? Ovviamente questa doppia domanda è filosoficamente ingenua, anche perché evoca subito la questione del che cosa e apre la strada all’aporia. E tuttavia come non impelagarsi in questioni del genere quando ogni libro che si rispetti, nell’ultimo secolo secondo i modi tipici del modernismo e del postmodernismo, finisce per porre al lettore siffatti interrogativi, anche ove la coscienza dell’autore, in quanto è manifesta nel libro stesso, ne sembri estranea? Forse nessuna cultura ha il potere di definire in modo stabile questi concetti, ma quello della semplice vita? Secondo Giorgio Agamben, nella nostra cultura il concetto della vita non viene mai definito come tale. Con questa affermazione inizia il suo L’aperto (Bollati Boringhieri, Torino 2002), che reca il sottotitolo L’uomo e l’animale e costituisce un complemento al famoso e bellissimo Homo sacer (Einaudi 1995). L’aperto mi pare un libro…

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Come cavalli che dormono in piedi

rumizC’è un vuoto immenso nella memoria storica dei popoli europei, un vuoto che si può toccare con mano in questi nostri anni in cui dall’Atlantico agli Urali è tutto un fermentare di nazionalismi e autonomismi anche violenti: un oblio profondo si è disteso fin dalla fine del primo conflitto mondiale sulle terribili vicende del fronte orientale, quello che dal 1914 vide l’Impero austro-ungarico scontrarsi prima con la Serbia e poi con la Russia. All’Est la Prima Guerra Mondiale non ha avuto quella forma che siamo soliti associarle, che deriva dalla guerra in Francia e Italia: la trincea, gli assalti sanguinosi per conquistare poche centinaia di metri, il massacro statico per così dire. All’Est grandi battaglie di movimento, avanzate e ritirate di centinaia di chilometri, e anche là milioni di morti e feriti e prigionieri. La cui memoria sembra dissolta. Il bel libro di Paolo Rumiz Come cavalli che dormono in piedi (Feltrinelli 2014, io ho in mano la quinta edizione del marzo 2015) è insieme un’appassionata ricerca di testimonianze e una fantasmagoria di un mondo di morti che parlano, cantano e narrano le loro vicende sepolte. Un epos ricchissimo di umanità e di pietà, e insieme lucido penetrante. Una ricerca che tra le motivazioni ha forte quella familiare (il nonno dell’autore combatté, come molti italiani del nordest, sudditi austriaci, sul fronte orientale). Dal solo Trentino furono cinquantamila i ragazzi mandati a combattere contro i Russi, in quella lotta mortale tra due imperi agonizzanti, ragazzi che tornando a casa avrebbero trovato incomprensione e disonore anche se carichi di medaglie per atti di eroismo. Questo è un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole: perché mostra quanto sia fragile la nostra Europa, quanto la pace sia precaria, e come le faglie che hanno determinato il grande terremoto della prima catastrofe mondiale siano sempre vive e operanti, dalla Bosnia all’Ucraina, in quell’Est da cui gli Europei dell’Ovest preferiscono in genere distogliere lo sguardo. Rumiz cita spesso canti popolari, come questo che evoca una situazione eternamente ricorrente in tutte le nazioni.

Quando fui sui Monti Scarpazi
miserere sentivo cantar
ti ho cercato tra il vento e i crepazi
ma una croce soltanto ho trovà.
Oh mio sposo eri andato soldato
per difendere l’imperator
ma la morte quassù hai trovato
e mai più non potrai ritornar. (p.15)

Gabbiani

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Nell’autunno del 1958 ero in terza elementare, alla scuola “Bernardo Canal” di Venezia. Dal mio banco vedevo attraverso la finestra il tetto della casa adiacente, e un alto comignolo. Essendo un contemplativo, spesso mi incantavo guardando fuori, e seguendo pensieri e sogni in cui mi perdevo. Su quel comignolo si posava spesso un grande gabbiano. A quell’epoca a Venezia la maggioranza dei gabbiani apparteneva alla specie gabbiano comune, che è andata rarefacendosi, soppiantata dal gabbiano reale, di cui appunto quello era un poderoso rappresentante. Era davvero un uccello regale. Stava immobile, e faceva solo piccoli movimenti composti. Mi sembrava colmo di dignità, e per così dire un qualcosa di spirituale. I Veneziani chiamano quei gabbiani magòghe (sing. magòga, femminile), mentre il gabbiano comune è cocàl (pl. cocài). Di una persona che appare instupidita si dice che è un incocalìo, cioè divenuto simile a un gabbiano, di cui evidentemente…

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Ipazia, scene XX e XXI

91eZc+mnoCL._SL1500_E  così Filemone entra nelle file dei parabolani, un’organizzazione al servizio della Chiesa di Alessandria. E in loro compagnia passa quel pomeriggio, e vede il lato oscuro di quel mondo, dopo averne contemplato il lato luminoso presso il porto e il mare. La massa della popolazione greca vive nella più squallida miseria, tra la sporcizia, l’abbandono, la violenza, completamente trascurata dalle autorità civili, preoccupate solo di reprimere le frequenti sollevazioni. Accanto al più ricco porto del Mediterraneo, che esporta cibo ovunque, quella gente muore di fame e di malattia. E in mezzo a quella gente– fanatici sì ma solleciti e generosi – i parabolani si prodigano notte e giorno per aiutare e soccorrere i bisognosi. E così Filemone fatica con loro, portando cibo e vestiario ai poveri e ai malati, seppellendo morti, disinfettando le case contaminate in quei quartieri dove la febbre è endemica, e confortando i morenti con la buona novella del perdono. Fino a quando la maggioranza dei parabolani torna indietro per i servizi divini della sera. Lui, invece, riceve dal suo superiore l’ordine di rimanere al capezzale di un malato, e può tornare indietro solo a notte fonda. A Pietro il Lettore viene riferito che il giovane si è dimostrato un uomo di Dio: come sicuramente, essendo un monaco, lui ha fatto, senza pensare minimamente di acquistare per questo grandi meriti. Filemone infine entra in una delle molte celle che si aprono su un lungo corridoio, si getta su un pagliericcio, e si addormenta all’istante.

In un sogno confuso è immerso Filemone: Goti che danzano insieme ai parabolani; Pelagia in veste d’angelo, con ali di pavone; Ipazia con corna e zoccoli di cervo, che cavalca tre ippopotami nel teatro; Cirillo che dall’alto di un palazzo lo maledice spaventosamente e gli scaglia contro vasi di fiori. Le impressioni del giorno precedente rimescolate nel sonno. Ma ecco rumori di gente che corre, un tumulto indistinto che lo sveglia, e mentre lui riprende coscienza si va precisando in parole gridate: La Chiesa di Alessandro brucia! Aiuto! Cristiani! Fuoco! Aiuto!
Filemone si mette a sedere sul pagliericcio, cerca di capire dove si trova e con un po’ di fatica ci riesce. Si riveste della sua pelle di pecora. Il corridoio è pieno di diaconi e monaci che corrono. Chiede a un diacono cosa sta succedendo.
La chiesa di Alessandro sta bruciando!
Si riversano per le scale, attraversano il cortile, escono in strada, l’alta figura di Pietro avanti a tutti, il loro stendardo. Mentre sta oltrepassando il cancello, Filemone è colpito dalla luce della luna e delle stelle che inonda la strada, i muri e i tetti, e si ferma un attimo. E questo forse gli salva la vita, perché dall’ombra balza una nera figura, e balena una lunga lama, e con un gemito il diacono che lo precede cade al suolo, mentre l’assassino sparisce nella tenebra. Monaci e parabolani lo inseguono urlando, Pietro davanti a tutti. Lungo inseguimento. Filemone corre come uno struzzo del deserto, supera tutti e si avvicina a Pietro. In quel mentre, da porte e angoli altre nere figure escono fuori e si uniscono all’inseguimento, correndo davanti a tutti. Ma all’improvviso si fermano all’altezza di una strada laterale e anche l’assassino, lontano, si ferma.
Pietro sospetta qualcosa, e rallenta la corsa, e afferra il braccio di Filemone. Vedi quegli uomini là?
Ma prima che Filemone possa rispondere, altre trenta o quaranta figure appaiono in mezzo alla strada, lame scintillanti alla luce della luna. Che senso ha questo? Ecco un piacevole assaggio della vita nella città più cristiana e civile dell’Impero! Bene, riesce a pensare il giovane, io sono venuto qua per vedere il mondo, e se continua così ne vedrò moltissimo.
Pietro all’istante si gira e fugge con la stessa velocità con cui ha inseguito, Filemone lo segue e senza fiato i due si ricongiungono al loro gruppo. C’è una folla armata là, ansima Pietro.
Si leva una babele di voci: Assassini! Giudei! Cospirazione! Ma i nemici avanzano si vedono le loro nere figure. Monaci e parabolani fuggono, seguendo Pietro, velocissimo con le sue lunghe gambe.
Filemone li segue, perplesso e malcontento, senza correre. Ma non ha fatto molti passi che sente una voce piangente, da terra: Aiuto! Pietà! Non lasciarmi qui, ché mi uccidono! Sono una cristiana io! Una cristiana sono!
A terra giace una donna etiope, che piange e trema, con le vesti stracciate. Filemone si china e la solleva. Sono fuggita fuori quando ho visto che la chiesa stava prendendo fuoco, singhiozza la poveretta, e i Giudei mi hanno bastonato e ferito. Prima che potessi scappare da loro mi hanno strappato scialle e tunica… poi anche la folla dei nostri che fuggiva mi ha investito e calpestato… e adesso se mai riesco a tornare a casa mio marito mi batterà. Presto, giriamo per questa stradina qui, o ci ammazzeranno!
Ormai gli uomini armati, chiunque siano, stanno arrivando. Non c’è tempo da perdere. Filemone dice alla donna che non la abbandonerà, e la trascina per la piccola via che lei ha indicato. Ma gli inseguitori li hanno visti, e mentre il grosso continua per la strada principale, tre o quattro uomini se ne distaccano per dare loro la caccia. La povera donna può solo zoppicare, Filemone è disarmato: si volge indietro e vede i riflessi della luce lunare sulle lame, e si prepara a morire da monaco. Ma è anche giovane, e bramoso di vita. Spinge l’etiope dentro un andito oscuro, rendendola quasi invisibile, e si apposta dietro una colonna. Il primo inseguitore arriva, lui trattiene il respiro. Non morirà come un agnello, senza lotta. No, il figuro continua a correre ansimando, passa oltre. Ma quasi subito ne arriva un altro, e di colpo lo vede, si spaventa, e arretra di un passo. Quell’attimo di paura è la salvezza di Filemone. Felino, il giovane gli salta addosso, e con un solo pugno lo stende al suolo, e gli strappa dalle mani la daga. Balza di nuovo in piedi giusto in tempo per colpire in pieno volto il terzo inseguitore con la sua nuova arma. L’uomo si stringe il volto con le mani, arretra, e finisce addosso ad un compagno che gli stava alle costole. Filemone, preso dalla furia, li tempesta di colpi, mal indirizzati perché lui è nuovo all’uso delle armi, ma tali da volgerli in fuga. Li sente imprecare in una lingua sconosciuta, e si ritrova vittorioso, con la povera etiope scossa da tremiti, e uno dei figuri che giace al suolo privo di sensi. Tutto è durato pochi istanti. La donna etiope ora in ginocchio ringrazia il Cielo per averla salvata. Anche Filemone sta per inginocchiarsi a pregare, ma un nuovo pensiero lo colpisce, e lui toglie al caduto il suo mantello e lo porge alla povera donna. Pensa che in fondo quel mantello è suo per diritto di conquista, una spoglia strappata al nemico. La donna lo sommerge di ringraziamenti. Ma in quel momento ecco in fondo alla strada una nuova folla che accorre veloce. Un momento di terrore, e poi gioia quando Filemone scorge, alla luce delle torce e della luna, vesti di monaci. Davanti a tutti Pietro il Lettore, aria impavida ora che il pericolo è passato, ansioso di parlare per primo prevenendo qualsiasi domanda.
Ah! Ragazzo! Tutto bene? Ti davamo per morto ormai, ma sei salvo, per intercessione dei santi! Chi tieni là? Un prigioniero? Noi ne abbiamo preso un’altro di quei bastardi, il Signore ce lo ha dato nelle nostre mani.
Sì, è andata così, dice Filemone trascinando il suo uomo, ed ecco qua un suo compagno. Subito i due individui vengono legati insieme per i polsi, e il gruppo dei monaci e parabolani si rimette in marcia verso la chiesa di Alessandro in fiamme.
Filemone si guarda intorno cercando la donna etiope, ma è svanita. Di lei non dice nulla agli altri, perché si vergogna profondamente alla sola idea che possano sapere che lui è stato in compagnia di una donna da solo . E tuttavia sente di desiderare di essere ancora con lei, con quella dolce creatura che lui ha salvato dalla morte. Non la giudica ingrata perché non è rimasta là, per raccontare a tutti quello che aveva fatto per lei. Al contrario, le è grato. Se fosse rimasta, lui sarebbe sprofondato in un imbarazzo colmo di vergogna. Sparendo, lei lo ha salvato. E lui vorrebbe tanto dirglielo. Vorrebbe sapere come sta, se è ferita. E pensa a tutte le donne con cui è entrato in contatto da quando ha lasciato la laura. In ogni caso, il Signore ha creato l’uomo maschio e femmina, ed è logico che nel mondo si incontrino entrambi i sessi: non è mica colpa sua! E la Provvidenza si è servita spesso di donne… Inutile arrovellarsi. Corri, Filemone. C’è una chiesa che brucia!

Educazione di genere

0,,1499302_4,00Si intitola Introduzione  all’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università il disegno di legge N. 1680, sul quale il dibattito in corso mi pare stralunato, e connotato da un violento scontro tra cattolicesimo integralista e cultura progressista (ovvero radical-borghese-progressista). Da conservatore razionale, del tutto estraneo al politicamente corretto e alla logica progressista-vittimaria corrente, ma anche lontano dall’integralismo cattolico, mi limito qui a qualche annotazione sul testo del ddl. E in particolare sull’ introduzione, dove si legge:

La cronaca quotidiana dei rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere, anche tra i più giovani, impone di riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola, nell’ottica di promuovere il superamento degli stereotipi di genere, educando le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere. (sottolineature mie)

Evidentemente il legislatore ritiene che la scuola italiana, nella quale da decenni allieve e allievi si trovano su un piano di assoluta eguaglianza, e nella quale il numero delle donne docenti è superiore a quello dei colleghi maschi, e che vede nelle scuola dell’infanzia e nella primaria l’assenza totale di personale maschile, l’educazione di genere sia quasi assente. In effetti, nei primi anni della scuola anche l’allievo maschio riceve una educazione al femminile, e questa tendenza attuale mi sembra davvero grave in un’ottica di uguaglianza, perché priva tutti gli studenti, maschi come femmine, di un confronto con modelli adulti di ambo i sessi. Questo è tuttavia un problema che l’attuale cultura dominante ritiene del tutto secondario. Ma che cosa intende, esattamente, il testo come educazione di genere? Non lo chiarisce affatto, e in questo modo porta alcuni a pensare che dietro vi sia un’impostazione ideologica, ovvero la cosiddetta ideologia gender. Esiste, o non esiste, questa ideologia? A mio parere esiste una ideologia, ma non nel senso che le attribuiscono i negatori della sua esistenza, che poi sono anche i sostenitori e difensori del progetto di legge in questione. Non esiste come formalizzata, nel senso in cui lo era l’ideologia marxista-leninista nei paesi del socialismo reale. Ma esiste nel senso in cui esisteva, e in parte esiste ancora,  l’ideologia borghese, che non si trova in un libro, ma è qualcosa di diffuso e pervasivo. L’ideologia che pervade il progetto di legge non è nemmeno ciò che pensano le Sentinelle in piedi o altre figure o figuri del genere: essa è un’articolazione della concezione vittimaria che sta dando forma all’Occidente attuale. Cioè una articolazione della vittimocrazia. Infatti la presentazione inizia, non a caso, dalla denuncia dei «rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere», assumendo quindi l’ottica della vittima e generalizzandola. Ma questo porre la violenza all’inizio non è neutrale: diviene un fattore determinante che innerva profondamente l’intero discorso pedagogico e la sua normazione. Questo aspetto è sfuggito, mi pare, a tutti gli oppositori della legge.
La scuola dunque dovrebbe promuovere il superamento degli stereotipi di genere. Naturalmente, non si dice quali siano. In una scuola frequentata sempre più massicciamente da allievi e allieve di religione musulmana, ad esempio, in cui le famiglie iniziassero a pretendere il diritto delle loro figlie di indossare il velo, famiglie in cui la tradizione dei rapporti di genere è assai differente dalla nostra, e da quella degli estensori della proposta di legge, quali conflitti potrebbero aprirsi? Ma la mancata indicazione di quali siano gli stereotipi che dovrebbero essere superati rende problematica anche l’educazione al rispetto della differenza di genere. Perché a me, ragazzo italiano dalle idee un po’ confuse, abituato fin dall’asilo al buonismo, alla tolleranza e all’indifferenziazione, da un lato una insegnante spiegherà che l’obbligo di indossare veli e coprire la propria femminilità è uno stereotipo religioso, dall’altro una seconda insegnante inculcherà l’idea che bisogna rispettare tutte le differenze culturali, compreso il niqab. La questione è altamente complessa e problematica, ma le ideologie semplificano sempre, e la semplificazione, comunque ammantata, è sempre un segno che le disvela come tali.

Tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento nella scuola italiana è divenuto, pertanto, indifferibile porre espressamente, come elemento portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti.

Questo passo dell’introduzione rivela l’intento dei legislatori di lanciare una vera e propria Kulturkampf, la cui violenza latente è ammantata del suo contrario. Chi decide dove si pone il discrimine tra idea, tradizione, visione del mondo, e stereotipo? Anche l’aggettivo sessista pone un problema, come tutte le parole che possono venire usate come clave contro gli avversari, spesso utilizzando straw-man arguments, cioè attribuendo all’interlocutore idee che non ha, magari rozze, per poterlo più facilmente liquidare. Qui davvero sono in gioco princìpi fondamentali di un ordinamento liberale, come quello del diritto alla libera espressione delle idee, che deve riguardare anche le insegnanti. Perché si sa da sempre che l’educazione ha come suo pilastro fondamentale l’esempio, e l’insegnante obbligata ad insegnare una dottrina di Stato non è una persona libera. Perché se per sessismo intendiamo una posizione per cui si giudica inferiore una persona a causa del suo sesso, allora si deve riconoscere che nella scuola italiana, in cui le insegnanti sono la maggioranza, questa posizione non alligna. Se invece per sessismo si intendesse l’atteggiamento di tutti coloro che, come me, sono contrari alle nozze gay, o a ritenere perfettamente equivalenti sotto ogni profilo tutte le forme di espressione della sessualità, allora davvero sprofonderemmo nel pensiero unico e in una sorta di totalitarismo soffice.

E veniamo, per non farla troppo lunga, al comma 2 dell’Art. 1, che recita:
  In attuazione di quanto disposto dal comma 1, i piani dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado adottano misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza e sopprimere gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società.

Scuole che cambiano i modelli comportamentali degli allievi. Quali modelli? Da dove provengono? Chi li ha promossi? Perché se i modelli sono quelli vigenti nella parte maggioritaria della società stessa e nei suoi mass media, la scuola è impotente nei loro confronti, come sempre è stata. Se invece sono modelli comportamentali legati ad appartenenze minoritarie, allora tutto si fa molto pericoloso, non solo perché ci sono in gioco i cattolici, ma anche perché la maggior parte degli immigrati è portatore di costumi e tradizioni di differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza. Noto, anche, che parole come eliminare e sopprimere sono intrinsecamente cariche di violenza, e che la complementarietà di ciò che è uguale non ha senso. Possono essere complementari solo realtà tra loro differenti. Ma dove si colloca dunque questa differenza estranea allo stereotipo? La realtà è che la cultura progressista può accettare solo la diversità omologata, mentre la diversità autentica le fa solo orrore. La sua divisa è: accetto il diverso che mi appare uguale. In ogni caso, lo Stato che non vuole limitarsi ad istruire, ma pretende di educare, di creare sudditi buoni, questo Leviatano zuccherato, è il peggior nemico di libertà e dignità.

Can We Survive Our Origins?

untitledCan We Survive Our Origins? reca come sottotitolo Readings in René Girard’s Theory of Violence and the Sacred. Le origini a cui è difficile per l’umanità sopravvivere sono quelle violente dell’umanità stessa, che ne hanno sempre condizionato gli sviluppi. Pubblicato da Michigan State University Press nel 2015 per la cura di Pierpaolo Antonello e Paul Gifford, il libro è una raccolta di saggi incentrati sulla curvatura apocalittica dell’ultimo Girard, il cui testo capitale è Portando Clausewitz all’estremo. I saggi non hanno tutti lo stesso orientamento: ve ne sono di critici o molto critici verso idee girardiane fondamentali, come quello di Jean-Pierre Dupuy, che si conclude con l’affermazione che «deve essere detto e ripetuto che la teoria di Girard conduce inevitabilmente al relativismo politico e perfino al nichilismo politico». (p.264) Il nodo centrale è individuato  nella prefazione di Rowan Williams: «Il contenimento della spirale del desiderio competitivo mediante violenza sacrificale/sacralizzata costituisce il punto di intersezione tra “natura” e “cultura”». (p.xii) Si tratta di un punto di intersezione altamente problematico, che costituisce anche il discrimine su cui si infrangono molti tentativi di dare un tenore scientifico a quello che è un discorso che si è andato sempre più impregnando di valenze religiose, essenzialmente cristiane, o addirittura cattoliche (la ricezione di Girard in ambiente cristiano è del resto sensibilmente più elevata che altrove, e anche la lettura di questi saggi lo prova). La messe in questo libro è abbondante, gli spunti di riflessione sono numerosi. Quella che mi è sorta spontanea riguarda l’ambiguità inerente all’idea del capro espiatorio. L’universalizzazione di questo principio nella nostra società occidentale vittimistico-vittimaria si presta infatti ad un suo uso massiccio in termini nuovi: nel senso che ognuno può rinfacciare a singoli, gruppi, o addirittura nazioni, di praticare lo scapegoating su scala più o meno vasta, fino a concepire, come fa Michael Northcott nel suo saggio Girard, Climate Change, and Apocalypse, la stessa Madre Terra come vittima innocente, e i negatori dei cambiamenti climatici come quelli che della natura fanno un capro espiatorio. Qui la disponibilità del principio del capro espiatorio ad una pluralità di interpretazioni e di usi conflittuali è evidente, perché seguendo il Leopardi della Ginestra si potrebbe rinfacciare ai sostenitori più accesi dei cambiamenti climatici come causati dal capitalismo di fare dei loro oppositori, del sistema industriale ecc. il più grande capro espiatorio umano della storia. La natura non essendo umana, e nemmeno animale, fatica non poco a rivestire il ruolo che originariamente svolge il capro espiatorio nella teoria girardiana, e inevitabilmente saranno esseri umani a prenderne il posto .

La menzogna di Ulisse

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gio.jpgIl divino, l’animale e l’umano non sono separati da una chiara linea di demarcazione nel primo romanzo di Jean Giono, La menzogna di Ulisse (1927 – tradotto in italiano da B. Bruno per la Biblioteca del Vascello, Roma 1994). Il titolo originario sembra quello di un saggio: Naissance de l’Odyssée, e come Nascita dell’Odissea viene ora riproposto da Guanda. Il mondo di questo Ulisse gioniano è bensì mediterraneo, ma non appare, se non superficialmente, connotato da quelle intenzioni para-filologiche che distinguono molti romanzi novecenteschi ambientati nell’antichità. Come il nobile ma fallito tentativo di Vintila Horia di narrare la vita di Platone ne La settima lettera (Rizzoli 2000), o quello di narrare la vita di una Pizia operato da William Golding ne La doppia voce (Corbaccio 1996). Questo Ulisse mangia pomodori, qualche volta, ed è in sostanza un cialtrone sognatore e donnaiolo, che tarda a tornare in patria perché gli…

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L’ordine delle stelle

copUn’opera prima, ma vasta, corposa, e ben matura, L’ordine delle stelle di Monika Zeiner (trad. it. di R. Gado, Keller 2015). Solo che non si intitola originariamente L’ordine delle stelle, e basta, ma Die Ordnung der Sterne über Como. Ora, quell’über Como, ovvero sopra Como, non è affatto pleonastico, ma essenziale nel rapporto tra il romanzo e il suo titolo. Poiché l’ordine delle stelle evoca il Fato, l’inesorabile meccanismo cosmico che macina le vite degli umani, in generale; mentre l’ordine delle stelle sopra Como dice una particolare contingenza, un’ articolazione locale e individualizzata di quel meccanismo: e qui, in un romanzo, è sempre la particolarità dei destini individuali quella che interroga dialetticamente l’universo, alla ricerca di un senso delle vicende umane che sembra inesorabilmente sottrarsi, lasciando gli abitanti dell’Occidente sul ciglio del burrone, come accade al protagonista Tom Holler. Costui è un musicista di talento ma un fallito nella vita sentimentale e nell’amicizia, in un certo senso un uomo la cui formazione si è interrotta e che vive in un limbo angosciato. Storia di amore e di amicizia, L’ordine delle stelle si inserisce nella vasta schiera dei romanzi contemporanei in cui il nichilismo, interrogato, risponde: in modo vago, indefinito, lontano e a volte ammaliante.

Ma l’inverno viene e va come un alito bianco. Glielo aveva detto un giorno sua nonna quando era bambino: la vita vista dalla vecchiaia, dalla fine, è come l’alito di un respiro, come quando si apre la finestra al gelo e si guarda fuori, niente di più. Tom si era immaginato spesso la nonna affacciata alla finestra soffiare per un istante il proprio fiato bianco nell’aria ghiacciata, richiudere le ante e ritirarsi nell’oscurità da cui era venuta. (p. 510)

Il rione dei ragazzi

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mah1.jpgIl rione dei ragazzi di Naghib Mahfuz (1959, pubblicato in Italia da Tullio Pironti, Napoli 2001, trad. M. Murzi) è un romanzo ambizioso. Non conosco sufficientemente la letteratura araba, ed egiziana in particolare, per poter dire se letterariamente questo sia un bel libro all’interno della tradizione cui appartiene, e tuttavia, dato che è un romanzo, cioè appartiene ad un genere internazionale e inter-culturale sì, ma germinato dalla cultura occidentale, credo di doverlo definire un libro almeno in parte fallito. Nobilmente però. È fallito, secondo me, come romanzo. I suoi personaggi sono tanto più deboli come personaggi, quanto più in Mahfuz è forte l’ambizione di farne delle figure simboliche. E che figure simboliche! Il rione o quartiere del titolo sorge intorno alla casa di un uomo potentissimo, il fondatore, Ghabalawi (figura di Abramo) che continua a vivere nascosto nel succedersi delle generazioni che lo venerano e lo invocano pur non vedendolo mai. Esse…

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