Ipazia, scene XX e XXI

91eZc+mnoCL._SL1500_E  così Filemone entra nelle file dei parabolani, un’organizzazione al servizio della Chiesa di Alessandria. E in loro compagnia passa quel pomeriggio, e vede il lato oscuro di quel mondo, dopo averne contemplato il lato luminoso presso il porto e il mare. La massa della popolazione greca vive nella più squallida miseria, tra la sporcizia, l’abbandono, la violenza, completamente trascurata dalle autorità civili, preoccupate solo di reprimere le frequenti sollevazioni. Accanto al più ricco porto del Mediterraneo, che esporta cibo ovunque, quella gente muore di fame e di malattia. E in mezzo a quella gente– fanatici sì ma solleciti e generosi – i parabolani si prodigano notte e giorno per aiutare e soccorrere i bisognosi. E così Filemone fatica con loro, portando cibo e vestiario ai poveri e ai malati, seppellendo morti, disinfettando le case contaminate in quei quartieri dove la febbre è endemica, e confortando i morenti con la buona novella del perdono. Fino a quando la maggioranza dei parabolani torna indietro per i servizi divini della sera. Lui, invece, riceve dal suo superiore l’ordine di rimanere al capezzale di un malato, e può tornare indietro solo a notte fonda. A Pietro il Lettore viene riferito che il giovane si è dimostrato un uomo di Dio: come sicuramente, essendo un monaco, lui ha fatto, senza pensare minimamente di acquistare per questo grandi meriti. Filemone infine entra in una delle molte celle che si aprono su un lungo corridoio, si getta su un pagliericcio, e si addormenta all’istante.

In un sogno confuso è immerso Filemone: Goti che danzano insieme ai parabolani; Pelagia in veste d’angelo, con ali di pavone; Ipazia con corna e zoccoli di cervo, che cavalca tre ippopotami nel teatro; Cirillo che dall’alto di un palazzo lo maledice spaventosamente e gli scaglia contro vasi di fiori. Le impressioni del giorno precedente rimescolate nel sonno. Ma ecco rumori di gente che corre, un tumulto indistinto che lo sveglia, e mentre lui riprende coscienza si va precisando in parole gridate: La Chiesa di Alessandro brucia! Aiuto! Cristiani! Fuoco! Aiuto!
Filemone si mette a sedere sul pagliericcio, cerca di capire dove si trova e con un po’ di fatica ci riesce. Si riveste della sua pelle di pecora. Il corridoio è pieno di diaconi e monaci che corrono. Chiede a un diacono cosa sta succedendo.
La chiesa di Alessandro sta bruciando!
Si riversano per le scale, attraversano il cortile, escono in strada, l’alta figura di Pietro avanti a tutti, il loro stendardo. Mentre sta oltrepassando il cancello, Filemone è colpito dalla luce della luna e delle stelle che inonda la strada, i muri e i tetti, e si ferma un attimo. E questo forse gli salva la vita, perché dall’ombra balza una nera figura, e balena una lunga lama, e con un gemito il diacono che lo precede cade al suolo, mentre l’assassino sparisce nella tenebra. Monaci e parabolani lo inseguono urlando, Pietro davanti a tutti. Lungo inseguimento. Filemone corre come uno struzzo del deserto, supera tutti e si avvicina a Pietro. In quel mentre, da porte e angoli altre nere figure escono fuori e si uniscono all’inseguimento, correndo davanti a tutti. Ma all’improvviso si fermano all’altezza di una strada laterale e anche l’assassino, lontano, si ferma.
Pietro sospetta qualcosa, e rallenta la corsa, e afferra il braccio di Filemone. Vedi quegli uomini là?
Ma prima che Filemone possa rispondere, altre trenta o quaranta figure appaiono in mezzo alla strada, lame scintillanti alla luce della luna. Che senso ha questo? Ecco un piacevole assaggio della vita nella città più cristiana e civile dell’Impero! Bene, riesce a pensare il giovane, io sono venuto qua per vedere il mondo, e se continua così ne vedrò moltissimo.
Pietro all’istante si gira e fugge con la stessa velocità con cui ha inseguito, Filemone lo segue e senza fiato i due si ricongiungono al loro gruppo. C’è una folla armata là, ansima Pietro.
Si leva una babele di voci: Assassini! Giudei! Cospirazione! Ma i nemici avanzano si vedono le loro nere figure. Monaci e parabolani fuggono, seguendo Pietro, velocissimo con le sue lunghe gambe.
Filemone li segue, perplesso e malcontento, senza correre. Ma non ha fatto molti passi che sente una voce piangente, da terra: Aiuto! Pietà! Non lasciarmi qui, ché mi uccidono! Sono una cristiana io! Una cristiana sono!
A terra giace una donna etiope, che piange e trema, con le vesti stracciate. Filemone si china e la solleva. Sono fuggita fuori quando ho visto che la chiesa stava prendendo fuoco, singhiozza la poveretta, e i Giudei mi hanno bastonato e ferito. Prima che potessi scappare da loro mi hanno strappato scialle e tunica… poi anche la folla dei nostri che fuggiva mi ha investito e calpestato… e adesso se mai riesco a tornare a casa mio marito mi batterà. Presto, giriamo per questa stradina qui, o ci ammazzeranno!
Ormai gli uomini armati, chiunque siano, stanno arrivando. Non c’è tempo da perdere. Filemone dice alla donna che non la abbandonerà, e la trascina per la piccola via che lei ha indicato. Ma gli inseguitori li hanno visti, e mentre il grosso continua per la strada principale, tre o quattro uomini se ne distaccano per dare loro la caccia. La povera donna può solo zoppicare, Filemone è disarmato: si volge indietro e vede i riflessi della luce lunare sulle lame, e si prepara a morire da monaco. Ma è anche giovane, e bramoso di vita. Spinge l’etiope dentro un andito oscuro, rendendola quasi invisibile, e si apposta dietro una colonna. Il primo inseguitore arriva, lui trattiene il respiro. Non morirà come un agnello, senza lotta. No, il figuro continua a correre ansimando, passa oltre. Ma quasi subito ne arriva un altro, e di colpo lo vede, si spaventa, e arretra di un passo. Quell’attimo di paura è la salvezza di Filemone. Felino, il giovane gli salta addosso, e con un solo pugno lo stende al suolo, e gli strappa dalle mani la daga. Balza di nuovo in piedi giusto in tempo per colpire in pieno volto il terzo inseguitore con la sua nuova arma. L’uomo si stringe il volto con le mani, arretra, e finisce addosso ad un compagno che gli stava alle costole. Filemone, preso dalla furia, li tempesta di colpi, mal indirizzati perché lui è nuovo all’uso delle armi, ma tali da volgerli in fuga. Li sente imprecare in una lingua sconosciuta, e si ritrova vittorioso, con la povera etiope scossa da tremiti, e uno dei figuri che giace al suolo privo di sensi. Tutto è durato pochi istanti. La donna etiope ora in ginocchio ringrazia il Cielo per averla salvata. Anche Filemone sta per inginocchiarsi a pregare, ma un nuovo pensiero lo colpisce, e lui toglie al caduto il suo mantello e lo porge alla povera donna. Pensa che in fondo quel mantello è suo per diritto di conquista, una spoglia strappata al nemico. La donna lo sommerge di ringraziamenti. Ma in quel momento ecco in fondo alla strada una nuova folla che accorre veloce. Un momento di terrore, e poi gioia quando Filemone scorge, alla luce delle torce e della luna, vesti di monaci. Davanti a tutti Pietro il Lettore, aria impavida ora che il pericolo è passato, ansioso di parlare per primo prevenendo qualsiasi domanda.
Ah! Ragazzo! Tutto bene? Ti davamo per morto ormai, ma sei salvo, per intercessione dei santi! Chi tieni là? Un prigioniero? Noi ne abbiamo preso un’altro di quei bastardi, il Signore ce lo ha dato nelle nostre mani.
Sì, è andata così, dice Filemone trascinando il suo uomo, ed ecco qua un suo compagno. Subito i due individui vengono legati insieme per i polsi, e il gruppo dei monaci e parabolani si rimette in marcia verso la chiesa di Alessandro in fiamme.
Filemone si guarda intorno cercando la donna etiope, ma è svanita. Di lei non dice nulla agli altri, perché si vergogna profondamente alla sola idea che possano sapere che lui è stato in compagnia di una donna da solo . E tuttavia sente di desiderare di essere ancora con lei, con quella dolce creatura che lui ha salvato dalla morte. Non la giudica ingrata perché non è rimasta là, per raccontare a tutti quello che aveva fatto per lei. Al contrario, le è grato. Se fosse rimasta, lui sarebbe sprofondato in un imbarazzo colmo di vergogna. Sparendo, lei lo ha salvato. E lui vorrebbe tanto dirglielo. Vorrebbe sapere come sta, se è ferita. E pensa a tutte le donne con cui è entrato in contatto da quando ha lasciato la laura. In ogni caso, il Signore ha creato l’uomo maschio e femmina, ed è logico che nel mondo si incontrino entrambi i sessi: non è mica colpa sua! E la Provvidenza si è servita spesso di donne… Inutile arrovellarsi. Corri, Filemone. C’è una chiesa che brucia!

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