Educazione di genere

0,,1499302_4,00Si intitola Introduzione  all’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università il disegno di legge N. 1680, sul quale il dibattito in corso mi pare stralunato, e connotato da un violento scontro tra cattolicesimo integralista e cultura progressista (ovvero radical-borghese-progressista). Da conservatore razionale, del tutto estraneo al politicamente corretto e alla logica progressista-vittimaria corrente, ma anche lontano dall’integralismo cattolico, mi limito qui a qualche annotazione sul testo del ddl. E in particolare sull’ introduzione, dove si legge:

La cronaca quotidiana dei rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere, anche tra i più giovani, impone di riconsiderare i percorsi formativi offerti dalla scuola, nell’ottica di promuovere il superamento degli stereotipi di genere, educando le nuove generazioni, lungo tutte le fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere. (sottolineature mie)

Evidentemente il legislatore ritiene che la scuola italiana, nella quale da decenni allieve e allievi si trovano su un piano di assoluta eguaglianza, e nella quale il numero delle donne docenti è superiore a quello dei colleghi maschi, e che vede nelle scuola dell’infanzia e nella primaria l’assenza totale di personale maschile, l’educazione di genere sia quasi assente. In effetti, nei primi anni della scuola anche l’allievo maschio riceve una educazione al femminile, e questa tendenza attuale mi sembra davvero grave in un’ottica di uguaglianza, perché priva tutti gli studenti, maschi come femmine, di un confronto con modelli adulti di ambo i sessi. Questo è tuttavia un problema che l’attuale cultura dominante ritiene del tutto secondario. Ma che cosa intende, esattamente, il testo come educazione di genere? Non lo chiarisce affatto, e in questo modo porta alcuni a pensare che dietro vi sia un’impostazione ideologica, ovvero la cosiddetta ideologia gender. Esiste, o non esiste, questa ideologia? A mio parere esiste una ideologia, ma non nel senso che le attribuiscono i negatori della sua esistenza, che poi sono anche i sostenitori e difensori del progetto di legge in questione. Non esiste come formalizzata, nel senso in cui lo era l’ideologia marxista-leninista nei paesi del socialismo reale. Ma esiste nel senso in cui esisteva, e in parte esiste ancora,  l’ideologia borghese, che non si trova in un libro, ma è qualcosa di diffuso e pervasivo. L’ideologia che pervade il progetto di legge non è nemmeno ciò che pensano le Sentinelle in piedi o altre figure o figuri del genere: essa è un’articolazione della concezione vittimaria che sta dando forma all’Occidente attuale. Cioè una articolazione della vittimocrazia. Infatti la presentazione inizia, non a caso, dalla denuncia dei «rapporti conflittuali, e finanche violenti, che spesso connotano le relazioni di genere», assumendo quindi l’ottica della vittima e generalizzandola. Ma questo porre la violenza all’inizio non è neutrale: diviene un fattore determinante che innerva profondamente l’intero discorso pedagogico e la sua normazione. Questo aspetto è sfuggito, mi pare, a tutti gli oppositori della legge.
La scuola dunque dovrebbe promuovere il superamento degli stereotipi di genere. Naturalmente, non si dice quali siano. In una scuola frequentata sempre più massicciamente da allievi e allieve di religione musulmana, ad esempio, in cui le famiglie iniziassero a pretendere il diritto delle loro figlie di indossare il velo, famiglie in cui la tradizione dei rapporti di genere è assai differente dalla nostra, e da quella degli estensori della proposta di legge, quali conflitti potrebbero aprirsi? Ma la mancata indicazione di quali siano gli stereotipi che dovrebbero essere superati rende problematica anche l’educazione al rispetto della differenza di genere. Perché a me, ragazzo italiano dalle idee un po’ confuse, abituato fin dall’asilo al buonismo, alla tolleranza e all’indifferenziazione, da un lato una insegnante spiegherà che l’obbligo di indossare veli e coprire la propria femminilità è uno stereotipo religioso, dall’altro una seconda insegnante inculcherà l’idea che bisogna rispettare tutte le differenze culturali, compreso il niqab. La questione è altamente complessa e problematica, ma le ideologie semplificano sempre, e la semplificazione, comunque ammantata, è sempre un segno che le disvela come tali.

Tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento nella scuola italiana è divenuto, pertanto, indifferibile porre espressamente, come elemento portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti.

Questo passo dell’introduzione rivela l’intento dei legislatori di lanciare una vera e propria Kulturkampf, la cui violenza latente è ammantata del suo contrario. Chi decide dove si pone il discrimine tra idea, tradizione, visione del mondo, e stereotipo? Anche l’aggettivo sessista pone un problema, come tutte le parole che possono venire usate come clave contro gli avversari, spesso utilizzando straw-man arguments, cioè attribuendo all’interlocutore idee che non ha, magari rozze, per poterlo più facilmente liquidare. Qui davvero sono in gioco princìpi fondamentali di un ordinamento liberale, come quello del diritto alla libera espressione delle idee, che deve riguardare anche le insegnanti. Perché si sa da sempre che l’educazione ha come suo pilastro fondamentale l’esempio, e l’insegnante obbligata ad insegnare una dottrina di Stato non è una persona libera. Perché se per sessismo intendiamo una posizione per cui si giudica inferiore una persona a causa del suo sesso, allora si deve riconoscere che nella scuola italiana, in cui le insegnanti sono la maggioranza, questa posizione non alligna. Se invece per sessismo si intendesse l’atteggiamento di tutti coloro che, come me, sono contrari alle nozze gay, o a ritenere perfettamente equivalenti sotto ogni profilo tutte le forme di espressione della sessualità, allora davvero sprofonderemmo nel pensiero unico e in una sorta di totalitarismo soffice.

E veniamo, per non farla troppo lunga, al comma 2 dell’Art. 1, che recita:
  In attuazione di quanto disposto dal comma 1, i piani dell’offerta formativa delle scuole di ogni ordine e grado adottano misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza e sopprimere gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società.

Scuole che cambiano i modelli comportamentali degli allievi. Quali modelli? Da dove provengono? Chi li ha promossi? Perché se i modelli sono quelli vigenti nella parte maggioritaria della società stessa e nei suoi mass media, la scuola è impotente nei loro confronti, come sempre è stata. Se invece sono modelli comportamentali legati ad appartenenze minoritarie, allora tutto si fa molto pericoloso, non solo perché ci sono in gioco i cattolici, ma anche perché la maggior parte degli immigrati è portatore di costumi e tradizioni di differenziazione delle persone in base al sesso di appartenenza. Noto, anche, che parole come eliminare e sopprimere sono intrinsecamente cariche di violenza, e che la complementarietà di ciò che è uguale non ha senso. Possono essere complementari solo realtà tra loro differenti. Ma dove si colloca dunque questa differenza estranea allo stereotipo? La realtà è che la cultura progressista può accettare solo la diversità omologata, mentre la diversità autentica le fa solo orrore. La sua divisa è: accetto il diverso che mi appare uguale. In ogni caso, lo Stato che non vuole limitarsi ad istruire, ma pretende di educare, di creare sudditi buoni, questo Leviatano zuccherato, è il peggior nemico di libertà e dignità.

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